Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Riforma Sociale o Rivoluzione? Il metodo opportunistico

Rosa Luxemburg Rosa Luxemburg

Premessa del Direttore

Il testo di Rosa Luxemburg, che in questa rivista proponiamo, è la primissima parte del lavoro "Riforma sociale o rivoluzione?" e pensiamo sia molto attuale. Anticipiamo, inoltre, che pubblicheremo nel tempo il resto del lavoro di Luxemburg. In questa breve premessa vorrei dedicare spazio ai passaggi in cui Luxemburg critica giustamente Bernstein per il suo 'revisionismo' e 'opportunismo', e paritariamente vorrei ricordare ai nostri lettori che sempre in questa rivista è uscito un editoriale dal titolo "Il socialista è sia riformatore che rivoluzionario" con molte affinità con quanto scritto da Luxemburg. Luxemburg, come si leggerà appena sotto, afferma che la riforma sociale non è contro o contraria all'atto rivoluzionario, bensì entrambi sono strumenti, mezzi per la trasformazione della società. Riforma e rivoluzione, difatti, sono degli strumenti per la realizzazione di un percorso politico, ovvero la transizione al socialismo. Essi sono opzioni, sono il mezzo. Non il fine. Non è accettabile, invece, dal punto di vista del socialismo, l'abbandono dell'obiettivo politico della trasformazione di società che porta il socialismo e i socialisti fuori dal terreno della lotta di classe e rende, come poi è effettivamente successo, il socialismo ciambella di salvataggio del sistema capitalista. Penso che questo passaggio indichi oggi, in maniera plastica, dove è la lotta politica interna al socialismo: tra chi ha abbandonato il terreno della lotta di classe e considera il socialismo una sorta di strumento per rendere il capitalismo più umano e sopportabile, e chi, come noi, ha tutta l'intenzione di riprendere dove "eravamo rimasti". Prima dei Bernstein e dei suoi accoliti. Il socialismo è un sistema di società alternativo al capitalismo e si basa sulla proprietà comune ed il controllo democratico dei mezzi di produzione e di distribuzione della (e per l'interesse) della comunità. In quanto tale, la via al socialismo implica una trasformazione strutturale della società, come spiegato nei passaggi sotto riportati da Luxemburg.

di Rosa Luxemburg

Parte prima (*)

Il titolo del presente scritto può a tutta prima sorprendere. Riforma sociale o rivoluzione? La socialdemocrazia può dunque essere contro la riforma sociale? O può contrapporre la rivoluzione sociale, il rovesciamento dell'ordine esistente, che costituisce il suo scopo finale, alla riforma sociale? Sicuramente no. Al contrario, per la socialdemocrazia la lotta pratica quotidiana per delle riforme sociali, per il miglioramento della condizione del popolo lavoratore anche sul terreno dell'ordine esistente, per delle istituzioni democratiche, costituisce la sola via per condurre la lotta di classe proletaria e per lavorare in vista dello scopo finale, che è la presa del potere politico e l'abolizione del salariato. Fra riforma sociale e rivoluzione sociale esiste per la socialdemocrazia un nesso indissolubile, in quanto la lotta per le riforme costituisce il mezzo ma lo scopo è la trasformazione della società.

Una contrapposizione di questi due momenti del movimento operaio noi troviamo per la prima volta nella teoria di E. Bernstein come egli l'ha esposta nei suoi articoli Problemi del socialismo nella Neue Zeit 1897-98 e particolarmente nel suo libro Presupposti del socialismo. Tutta questa teoria non conclude ad altro che al consiglio di rinunciare alla trasformazione della società, cioè allo scopo finale della socialdemocrazia, e di fare viceversa della riforma sociale lo scopo anziché un mezzo della lotta di classe. Bernstein stesso ha formulato i suoi punti di vista nel modo più preciso e incisivo quando ha scritto: "Lo scopo finale, qualunque esso sia, per me è nulla, il movimento è tutto".

Ma poiché lo scopo finale socialista è il solo momento decisivo che distingue il movimento socialdemocratico dalla democrazia e dal radicalismo borghesi e che trasforma tutto il movimento operaio da un'inutile rattoppatura per la salvezza dell'ordine capitalistico in una lotta di classe contro quest'ordine e per la sua abolizione, la domanda "riforma sociale o rivoluzione" nel significato bernsteiniano equivale per la socialdemocrazia alla domanda: essere o non essere? Nella controversia con Bernstein e i suoi seguaci non si tratta in ultima analisi di questo o quel metodo di lotta, di questa o quella tattica, ma dell'intiera esistenza del movimento socialdemocratico.

Comprendere ciò è doppiamente importante per gli operai, perché qui si tratta proprio di loro e della loro influenza nel movimento, perché è la loro pelle che qui si porta al mercato. L'indirizzo opportunistico nel partito, formulato teoricamente da Bernstein, non è altro che l'inconscia aspirazione ad assicurare il predominio agli elementi piccolo-borghesi affluiti al partito e a rimodellare secondo il loro spirito la prassi e gli scopi del partito. Il problema della riforma sociale e della rivoluzione, dello scopo finale e del movimento è l'altra faccia del problema del carattere piccolo-borghese o proletario del movimento operaio.

Il metodo opportunistico

Se le teorie sono immagini dei fenomeni del mondo esterno riflesse nel cervello umano, bisogna in ogni caso aggiungere, quando si tratta della teoria di Eduard Bernstein, che sono sovente immagini capovolte. Una teoria dell'instaurazione del socialismo mediante riforme sociali, dopo che sono state messe definitivamente a dormire le riforme sociali tedesche; del controllo dei sindacati sul processo produttivo, dopo la sconfitta dei, meccanici inglesi (1); della maggioranza parlamentare socialdemocratica, dopo la revisione della costituzione sassone e gli attentati al suffragio universale per le elezioni al Reichstag (2). Ma il centro di gravità delle argomentazioni di Bernstein non sta, a nostro parere, nelle sue opinioni sui compiti pratici della socialdemocrazia, bensì in ciò che egli dice sul corso dello sviluppo obiettivo della società capitalistica, con cui quelle opinioni sono in strettissimo rapporto.

Secondo Bernstein un crollo generale del capitalismo diventa sempre più improbabile a mano a mano che esso si sviluppa, perché da un lato il sistema capitalistico dimostra una sempre maggior capacità di adattamento e dall'altro la produzione si differenzia sempre di più. La capacità di adattamento del capitalismo secondo Bernstein si manifesta in primo luogo nella scomparsa delle crisi generali, grazie allo sviluppo dei sistema creditizio, delle organizzazioni imprenditoriali e delle comunicazioni come pure del servizio di informazioni; in secondo luogo nella tenace sopravvivenza dei ceto medio in seguito alla costante differenziazione delle branche di produzione e all'ascesa di larghi strati del proletariato nel ceto medio; in terzo luogo infine nel miglioramento della situazione economica e politica del proletariato in seguito alla lotta sindacale.

Ne deriva, per la lotta pratica della socialdemocrazia, il concetto generale che essa non debba indirizzare la propria attività alla conquista del potere politico, ma al miglioramento della situazione della classe operaia e all'instaurazione del socialismo non attraverso una crisi sociale e politica, bensì estendendo progressivamente il controllo sociale ed attuando gradualmente il principio della cooperazione.

Bernstein stesso non vede nulla di nuovo nelle cose che espone, ed anzi pensa che esse concordino tanto con singole asserzioni di Marx ed Engels, quanto con l'indirizzo generale seguito sino ad ora dalla socialdemocrazia. A nostro avviso invece sarebbe difficile negare che la concezione di Bernstein sia in realtà in assoluto contrasto con l'orientamento del socialismo scientifico.

Se tutta la revisione di Bernstein si riassumesse nella tesi che il corso dello sviluppo capitalistico è molto più lento di quanto siamo abituati ad ammettere, ciò in realtà significherebbe soltanto un differimento della conquista del potere politico da parte del proletariato rispetto a quanto si prevedeva fino ad ora, e praticamente ne potrebbe derivare tutt'al più un ritmo più calmo della lotta. Ma non si tratta di questo. Ciò che Bernstein ha messo in discussione non è la rapidità dello sviluppo, ma il corso stesso dello sviluppo della società capitalistica e conseguentemente il passaggio all'ordinamento socialista.

Se la teoria socialista ha ammesso fino ad ora che il punto di partenza della rivoluzione socialista sarebbe stato una crisi generale distruttrice, bisogna, a nostro modo di vedere, distinguere a questo proposito due cose diverse: l'idea fondamentale che vi è contenuta e la sua forma esteriore. L'idea fondamentale consiste nel ritenere che l'ordinamento capitalistico farà maturare da sé, grazie alle proprie contraddizioni, il momento in cui cadrà in sfacelo, in cui esso diventerà semplicemente impossibile. Che questo momento sia stato concepito sotto forma di una crisi economica generale e catastrofica non è accaduto naturalmente senza buone ragioni, ma nondimeno rimane per l'idea fondamentale un fatto marginale e non essenziale. La base scientifica del socialismo infatti si appoggia notoriamente su tre risultati dello sviluppo capitalistico: anzitutto sulla crescente anarchia della economia capitalistica, che porta inevitabilmente alla sua scomparsa; in secondo luogo sulla progressiva socializzazione del processo produttivo, che crea le condizioni positive del futuro ordine sociale; e in terzo luogo sulla crescente organizzazione e coscienza di classe del proletariato che costituisce il fattore attivo del rivolgimento immanente.

E' il primo di questi pilastri del socialismo scientifico che Bernstein elimina. Egli afferma cioè che lo sviluppo capitalistico non andrebbe incontro a un crollo economico generale. Ma con ciò egli non nega semplicemente quella certa forma di rovina del capitalismo, ma il fatto stesso della rovina. Egli dice testualmente: "Si potrebbe obiettare ora che, quando si parla del crollo della società odierna, si ha in mente qualche cosa di più di una crisi economica generalizzata e più grave delle precedenti, cioè un crollo totale del sistema capitalistico per le sue proprie contraddizioni". E a ciò egli risponde: "Un crollo pressoché contemporaneo e totale dell'odierno sistema produttivo, non diviene, con l'evoluzione progressiva della società, più, probabile, ma più improbabile, perché tale evoluzione accresce da un lato la capacità di adattamento e dall'altro, in pari tempo, la differenziazione della industria" (3).

Ma sorge allora il grave problema: perché e come arriveremo noi in generale alla meta finale dei nostri sforzi? Dal punto di vista del socialismo scientifico la necessità storica della rivoluzione socialista si manifesta anzitutto nell'anarchia crescente del sistema capitalistico, che lo spinge in un vicolo cieco. Se invece si ammette con Bernstein che lo sviluppo capitalistico non va verso la propria rovina, il socialismo cessa di essere obiettivamente necessario. Delle pietre basilari delle sue fondamenta scientifiche rimangono soltanto le due altre conseguenze dell'ordinamento capitalistico: la socializzazione del processo produttivo e la coscienza di classe del proletariato. Bernstein ha presente anche questo quando dice: "La concezione socialista non perde (con l'eliminazione della teoria del crollo) assolutamente nulla della sua forza persuasiva. Perché, che cosa sono, esaminati più da vicino, tutti i fattori da noi annoverati, che hanno contribuito ad eliminare o modificare le vecchie crisi? Fenomeni tutti che rappresentano al tempo stesso premesse, e in parte persino prodromi della socializzazione della produzione e dello scambio" (4).

Ma basta riflettere un momento per dimostrare che anche questo è un sofisma. In che consiste l'importanza dei fenomeni indicati da Bernstein come mezzi capitalistici di adattamento: i cartelli, il credito, il perfezionamento dei mezzi di comunicazione, l'elevamento della classe operaia, ecc.? Evidentemente nel fatto che essi eliminano o per lo meno attenuano le contraddizioni interne dell'economia capitalistica impedendone lo sviluppo e l'inasprimento. Così la eliminazione delle crisi significa la soppressione del contrasto tra produzione e scambio su ;base capitalistica, il miglioramento della condizione della classe operaia, in parte come tale, in parte in quanto entra a far parte del medio ceto, significa un'attenuazione del contrasto fra capitale e lavoro. Ora, se i cartelli, il credito, i sindacati, ecc. sopprimono le contraddizioni capitalistiche, e quindi salvano dalla rovina il sistema capitalistico, conservano il capitalismo - e perciò appunto Bernstein li chiama "mezzi di adattamento" - come possono rappresentare al tempo stesso "premesse e in parte addirittura prodromi" del socialismo? Evidentemente solo nel senso che essi esprimono più nettamente il carattere sociale della produzione. Ma in quanto la conservano nella sua forma capitalistica, essi al contrario rendono in pari misura vano il passaggio di questa produzione socializzata alla forma socialista. Essi possono quindi rappresentare prodromi e premesse dell'ordinamento socialista in senso soltanto concettuale e non storico, in quanto cioè fenomeni di cui noi sappiamo, sulla base della nostra concezione del socialismo, che gli sono affini, ma che in realtà non solo non portano alla trasformazione socialista, ma anzi la vanificano. Resta dunque unicamente come fondamento del socialismo la coscienza di classe del proletariato. Ma anch'essa è, nel caso specifico, non un semplice riflesso spirituale dei contrasti sempre più acuti dei capitalismo e della sua imminente caduta - la quale sarebbe ormai evitata dai mezzi di adattamento - ma un mero ideale, la cui forza di persuasione riposa unicamente sulla sua supposta perfezione.

In una parola ciò che noi otteniamo su questa strada è una motivazione del programma socialista mediante la "conoscenza pura", cioè, in parole più semplici, una motivazione idealistica, mentre viene a cadere la necessità obiettiva, cioè la motivazione basata sul corso dello sviluppo materiale della società. La teoria revisionistica si trova davanti a un dilemma. O la trasformazione socialista continua ad essere la conseguenza delle contraddizioni interne dell'ordinamento capitalistico e allora insieme con quest'ordinamento si sviluppano anche le sue contraddizioni, e un crollo, in questa o in quella forma, ne consegue a un certo momento inevitabilmente, ma in questo caso i "mezzi di adattamento" sono inefficaci e la teoria del crollo è giusta. Oppure i "mezzi di adattamento" sono realmente in grado di impedire un crollo del sistema capitalistico, e quindi di rendere vitale il capitalismo e di eliminare le sue contraddizioni, ma in questo caso il socialismo cessa di essere una necessità storica, e può essere tutto ciò che si vuole, ma non un risultato dello sviluppo materiale della società. Da questo dilemma ne deriva un altro: o il revisionismo ha ragione a proposito dello sviluppo capitalistico, e allora la trasformazione socialista della società non è più che un'utopia, o il socialismo non è un'utopia, ma allora la teoria dei "mezzi di adattamento", non può essere sostenibile. That is the question (5), questo è il problema.

 

(*) Recensione alla serie di articoli di Bernstein, Problemi del socialismo, in Neue Zeit, 1897-98. Estratto dalla Leipziger Volkszeitung 1898.

(1) Allusione allo sciopero degli operai metallurgici londinesi del 1897 per la giornata lavorativa di otto ore. Gli industriali risposero con la serrata, ciò che provocò lo sciopero generale metallurgico in tutta l'Inghilterra durato ben 30 settimane e finito con la sconfitta degli operai.

(2) Nel 1896 fu abolito in Sassonia il suffragio universale e sostituito con un sistema elettorale di tre classi, proprio allo scopo di estromettere la rappresentanza parlamentare socialdemocratica.

(3) Neue Zeit, 1897-98, n. 18, p. 555 (n.d.a.).

(4) Neue Zeit, 1897-98, n. 18, p. 554 (n.d.a.).

(5) In inglese nel testo.

Ultima modifica ilDomenica, 20 Gennaio 2019 16:02
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