Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. La famiglia. Parte VI

Friedrich Engels Friedrich Engels

di Friedrich Engels 

La famiglia di coppia ebbe origine ai limiti tra stato selvaggio e barbarie, per lo più già nel periodo superiore dello stato selvaggio e, qua e là, solo nello stadio inferiore della barbarie. Ed è questa la forma di famiglia caratteristica per la barbarie, come il matrimonio di gruppo lo è per lo stato selvaggio e la monogamia per la civiltà.

Per lo sviluppo ulteriore di essa fino alla stretta monogamia erano necessarie cause differenti da quelle che fin qui abbiamo trovato efficienti. Nell'unione di coppia, il gruppo ormai si era ridotto alla sua unità finale, alla molecola biatomica: un uomo e una donna. La selezione naturale, con le sue esclusioni sempre più ampliate dalla comunanza coniugale, aveva compiuto la sua opera, e in questa direzione non le rimaneva più nulla da fare. Se nuove forze motrici sociali non fossero entrate in azione, non sarebbe esistito nessun motivo perché dal matrimonio di coppia venisse fuori una nuova forma familiare. Ma queste forze motrici entrarono in azione.

Lasceremo ora da parte l'America, terra classica della famiglia di coppia. Nessun indizio ci fa concludere che ivi si sia sviluppata una forma superiore di famiglia, e che ivi, prima della scoperta e della conquista, sia mai esistita in qualche luogo una monogamia consolidata. Altrimenti accadde nel vecchio mondo.

Qui l'addomesticamento degli animali e l'allevamento di armenti avevano sviluppato una fonte di ricchezza fino ad allora sconosciuta ed avevano creato condizioni sociali del tutto nuove. Fino allo stadio inferiore della barbarie la ricchezza stabile era consistita quasi unicamente nella casa, nelle vesti, in rozzi ornamenti, negli strumenti per procacciarsi e preparare gli alimenti: canoa, armi e suppellettili domestiche della specie più semplice. Gli alimenti dovevano essere procacciati giorno per giorno. Adesso i popoli pastori che avanzavano (gli Ariani della terra indiana dei Cinque Fiumi e delle regioni del Gange, nonché delle steppe, che allora erano ancora ricche d'acqua, dell'Osso e dello Jassarte, e i Semiti dell'Eufrate del Tigri) avevano acquisito, con gli armenti di cavalli, asini, buoi, pecore, capre e porci, un possesso bisognoso solo di sorveglianza delle cure più rudimentali per propagarsi sempre maggiormente e per fornire gli alimenti più ricchi consistenti in latte e carne. Ogni mezzo anteriore usato per procurarsi gli alimenti passò allora in secondo piano; la caccia, da necessità che era, diventò ora un lusso.

Ma a chi apparteneva questa ricchezza? Senza dubbio, originariamente alla gens. Ma già presto deve essersi sviluppata la proprietà privata degli armenti. È difficile dire se all'autore del cosiddetto primo libro di Mosè il padre Abramo apparve come possessore dei suoi armenti in virtù di un diritto che gli spettava quale capo d'una comunità familiare, o in virtù della sua qualità di capo effettivamente ereditario di una gens. Sicuro è soltanto che non dobbiamo figurarcelo come proprietario nel senso moderno della parola. Ed è sicuro inoltre che noi, alla soglia della storia documentata, troviamo già dovunque gli armenti compresi nella proprietà speciale dei capifamiglia proprio come i prodotti artistici della barbarie, le suppellettili di metallo, gli articoli di lusso e infine il bestiame umano, cioè gli schiavi. Infatti allora era anche stata inventata la schiavitù. Per il barbaro dello stadio inferiore lo schiavo era privo di valore. Perciò anche gli Indiani d'America si comportavano con i nemici vinti in modo del tutto diverso da quel che accadde in uno stadio superiore. Gli uomini venivano uccisi oppure venivano accolti come fratelli nella tribù del vincitore; le donne venivano sposate o adottate insieme ai loro figli superstiti. La forza-lavoro degli uomini non dà ancora in questo stadio nessuna eccedenza rilevante sui suoi costi di mantenimento. Con l'introduzione dell'allevamento del bestiame, della lavorazione dei metalli, della tessitura, e infine dell'agricoltura, le condizioni mutarono. Come le spose, una volta così facili ad ottenersi, acquistarono ora un valore di scambio e furono comprate, così accadde per le forze lavorative, specialmente dopo che gli armenti furono passati definitivamente in possesso familiare. La famiglia non si moltiplicava così rapidamente come il bestiame. Si richiedeva più gente per sorvegliarlo: per questo ufficio si potevano utilizzare i prigionieri di guerra nemici che inoltre si potevano continuare ad allevare proprio come lo stesso bestiame.

Tali ricchezze, una volta passate nel possesso privato delle famiglie e qui rapidamente moltiplicate, dettero alla società fondata sul matrimonio di coppia e sulla gens matriarcale un colpo potente. Il matrimonio di coppia aveva introdotto un elemento nuovo nella famiglia. Accanto alla madre carnale esso aveva posto il padre carnale autentico che, inoltre, era verosimilmente più autentico di molti «padri» d'oggigiorno. Secondo la divisione del lavoro nella famiglia allora in vigore, toccava all'uomo procacciare gli alimenti, come anche i mezzi di lavoro a ciò necessari, e quindi anche la proprietà di questi ultimi. L'uomo poi, in caso di separazione, se li portava con sé, come la donna conservava le sue suppellettili domestiche. Secondo l'uso della società d'allora, dunque, l'uomo era anche proprietario delle nuove fonti d'alimentazione, del bestiame e, più tardi, dei nuovi strumenti di lavoro: gli schiavi. Secondo l'uso di quella stessa società, però, i suoi figli non potevano ereditare da lui, poiché a questo proposito le cose stavano nella maniera seguente.

Secondo il diritto matriarcale, quindi finché la discendenza fu calcolata soltanto in linea femminile e secondo la primitiva consuetudine ereditaria, da principio i parenti gentilizi ereditavano dal membro estinto della loro gens. Il patrimonio doveva rimanere nella gens. Data la scarsa importanza degli oggetti, da tempo immemorabile, nella prassi, il patrimonio deve essere passato ai più prossimi parenti gentilizi, cioè ai consanguinei per parte di madre. I figli dell'estinto però non appartenevano alla sua gens, ma a quella della loro madre; essi ereditavano dalla madre, in principio con gli altri consanguinei, più tardi forse con diritto di priorità, ma non potevano ereditare dal padre poiché essi non appartenevano alla sua gens, e il suo patrimonio doveva rimanere in questa gens. Alla morte del possessore di armenti, i suoi armenti sarebbero quindi passati, anzitutto, ai suoi fratelli e sorelle e ai figli delle sue sorelle o ai discendenti delle sorelle di sua madre. I figli suoi però erano diseredati.

Quindi le ricchezze, nella misura in cui si accrescevano, da una parte davano all'uomo una posizione nella famiglia più importante di quella della donna, dall'altra lo stimolavano ad utilizzare la sua rafforzata posizione per abrogare, a vantaggio dei figli, la successione tradizionale. Ma ciò non poteva essere finché era in vigore la discendenza matriarcale. Era necessaria dunque l'abrogazione di essa, ed essa infatti fu abrogata. Ciò non era affatto così difficile come oggi ci appare. Infatti la rivoluzione sopra descritta - una delle più radicali che gli uomini abbiano mai sperimentata - non aveva bisogno di toccare neppure uno dei membri viventi della gens. Tutti gli appartenenti ad essa potevano rimanere quello che erano stati. Bastò semplicemente decidere che, nel futuro, i discendenti dei membri di sesso maschile rimanessero nella gens e ne fossero esclusi però quelli dei membri di sesso femminile poiché essi passavano nella gens del padre. Così il calcolo della discendenza in linea femminile e il diritto ereditario matriarcale furono abrogati e fu introdotta la discendenza in linea maschile e il diritto ereditario patriarcale. Come e quando questa rivoluzione abbia avuto luogo tra i popoli civili noi non lo sappiamo. Questa rivoluzione risale all'epoca preistorica. Ma che essa abbia avuto luogo è dimostrato abbondantemente dalle tracce di diritto matriarcale, raccolte specialmente da Bachofen; quanto facilmente essa si compia passiamo vederlo in tutta una serie di tribù indiane nelle quali essa ha avuto luogo solo da poco, ed anzi è ancora in via di compiersi, sotto l'influsso in parte della crescente ricchezza e delle mutate condizioni di vita (trasferimento dai boschi alle praterie), in parte dell'azione morale della civiltà e dei missionari. Di otto tribù del Missouri, sei hanno la linea di discendenza e successione ereditaria maschile, ma due ancora la linea di discendenza femminile. Tra gli Shawnees, i Miamis e i Delawares è invalso l'uso di trasferire i figli nella gens del padre mediante un nome gentilizio appartenente alla sua gens perché essi possano ereditare da lui.

Innata casistica dell'uomo, quella di cambiare le cose mutandone i nomi! E di trovare un sotterfugio per infrangere la tradizione rimanendo nella tradizione, laddove un interesse diretto abbia dato la spinta sufficiente (Marx).

Ne derivò una disperata confusione cui poteva solo rimediarsi, e cui fu anche parzialmente rimediato, mediante il passaggio al diritto patriarcale. «Questo sembra in generale il passaggio più naturale» (Marx). Su quello che gli studiosi di diritto comparato ci sanno dire sul modo e la maniera con cui questo passaggio si compì tra i popoli civili del mondo antico (si tratta d'altronde quasi soltanto di ipotesi), cfr. M. Kovalevski: Tableau des origines et de l'évolution de la famille et de la propriété, Stoccolma, 1890.

Il rovesciamento del matriarcato segnò la sconfitta sul piano storico universale del sesso femminile. L'uomo prese nelle mani anche il timone della casa, la donna fu avvilita, asservita, resa schiava delle sue voglie e semplice strumento per produrre figli. Questo stato di degradazione della donna come si manifesta apertamente, in ispecie tra i Greci dell'età eroica e, ancor più, dell'età classica, è stato poco per volta abbellito e dissimulato e, in qualche luogo, rivestito di forme attenuate, ma in nessun caso eliminato.

Il primo effetto del dominio esclusivo degli uomini, fondato allora, si mostra nella forma intermedia della famiglia patriarcale, che affiora in questo momento. Ciò che lo caratterizza principalmente non è la poligamia, di cui diremo più tardi, ma «l'organizzazione di un numero di persone libere e non libere in una famiglia sotto la patria potestà del capofamiglia. Nella forma semitica questo capofamiglia vive in poligamia, gli uomini non liberi hanno moglie e figli e il fine di tutta l'organizzazione è la custodia di armenti in un territorio delimitato.» L'essenziale è costituito dall'incorporamento di non liberi e dalla patria potestà; perciò la forma tipica e compiuta di questa famiglia è la famiglia romana. La parola familia non esprime originariamente l'ideale del filisteo d'oggigiorno, fatto di sentimentalismo e di discordie domestiche; essa, presso i Romani, da principio non si riferisce affatto alla coppia unita in matrimonio, ma solo agli schiavi. Famulus significa schiavo domestico e familia è la totalità degli schiavi appartenenti ad un uomo. Ancora al tempo di Gaio la familia, id est patrimonium (cioè la parte ereditaria), era legata per testamento. L'espressione fu trovata dai Romani per caratterizzare un nuovo organismo sociale, il cui capo aveva sotto di sé moglie, figli, e un certo numero di schiavi sottoposti al potere patriarcale dei Romani, e col diritto di vita e di morte su tutti.

La parola dunque non è più antica del sistema familiare corazzato di ferro delle tribù latine, sorto dopo l'introduzione dell'agricoltura e della schiavitù legale e dopo la divisione degli Italici ariani dai Greci.

Marx aggiunge:

La moderna famiglia contiene in germe, non solo la schiavitù (servitus), ma anche la servitù della gleba, poiché questa, fin dall'inizio, è in rapporto con i servizi agricoli. Essa contiene in sé, in miniatura, tutti gli antagonismi che si svilupperanno più tardi largamente nella società e nel suo Stato.

Una tale forma di famiglia segna il passaggio dal matrimonio di coppia alla monogamia. Per assicurare la fedeltà della donna, e perciò la paternità dei figli, la donna viene sottoposta incondizionatamente al potere dell'uomo; uccidendola egli non fa che esercitare il suo diritto.

Ultima modifica ilDomenica, 16 Febbraio 2020 08:47
Devi effettuare il login per inviare commenti