Rivista aperiodica teorica del Socialismo
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L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. La famiglia. Parte VIII

Friedrich Engels Friedrich Engels

 di Friedrich Engels

La famiglia monogamica. Essa nasce dalla famiglia di coppia, come si è già dimostrato, nell'epoca che segna i limiti tra lo stadio medio e lo stadio superiore della barbarie. La sua definitiva vittoria è uno dei segni distintivi del sorgere della civiltà. È fondata sul dominio dell'uomo, con l'esplicito scopo di procreare figli di paternità incontestata, e tale paternità è richiesta poiché questi figli, in quanto eredi naturali, devono entrare un giorno in possesso del patrimonio paterno.

Si differenzia dal matrimonio di coppia per una assai più grande solidità del vincolo coniugale, non più dissolubile ad arbitrio delle due parti contraenti. È regola ora che solo il marito possa sciogliere il vincolo e ripudiare la moglie. Il diritto alla infedeltà coniugale, anche ora, gli resta garantito per lo meno dal costume (il Code Napoléon glielo attribuisce espressamente sino a che egli non porti la concubina sotto il tetto coniugale) e viene sempre maggiormente esercitato a misura che avanza il progresso sociale. Se la moglie si ricorda della antica prassi sessuale e vuole rinnovarla, viene punita più severamente di quel che mai accadesse prima.

La nuova forma di famiglia ci si presenta in tutta la sua durezza tra i Greci. Mentre, come osserva Marx, la posizione delle dee nella mitologia ci trasporta ad un periodo anteriore, nel quale le donne godevano ancora di una posizione più libera e più stimata, noi troviamo, nell'età eroica, la donna già umiliata dalla supremazia dell'uomo e dalla concorrenza delle schiave. Si legga, nell'Odissea, come Telemaco chiuda duramente la bocca della madre. In Omero le giovinette catturate soggiacciono alle voglie dei vincitori; i comandanti scelgono, secondo il turno e il rango, le più belle. Tutta l'Iliade, come è noto, si svolge intorno all'episodio della contesa tra Agamennone e Achille, causata proprio da una di tali schiave. Per ogni ragguardevole eroe omerico vien fatta menzione della giovinetta presa prigioniera con cui egli condivide tenda e letto. Queste giovinette venivano anche ammesse in patria e sotto il tetto coniugale, come Cassandra da Agamennone in Eschilo; i figli generati da tali schiave ricevono una piccola parte dell'eredità paterna e sono considerati uomini pienamente liberi. Teucro è uno di questi figli naturali di Telamone e ha il diritto di chiamarsi col nome del padre. Dalla moglie si pretende che accetti tutto questo stato di cose, ma che essa stessa osservi una rigorosa castità e fedeltà coniugale.

La donna greca dell'età eroica è, certo, più rispettata di quella del periodo della civiltà; ma infine essa resta per l'uomo soltanto la madre dei suoi eredi nati dal matrimonio, la principale amministratrice della casa, la sorvegliante delle schiave che egli, a suo piacimento, può trasformare, come fa, in concubine. La sussistenza della schiavitù accanto alla monogamia, l'esistenza di giovani e belle schiave che appartengono all'uomo con tutto ciò che esse hanno in proprio, sono le cose che fin dall'inizio imprimono alla monogamia il suo carattere specifico che è quello di essere monogamia solo per la donna, ma non per l'uomo.

E questo carattere essa lo ha anche oggi.

Per i Greci di un'epoca più tarda dobbiamo distinguere i Dori dagli Ioni. I primi, il cui esempio classico è Sparta, hanno rapporti matrimoniali per molti aspetti ancora più arcaici di quelli segnalati da Omero. In Sparta è in vigore un matrimonio di coppia modificato secondo le particolari concezioni dello Stato, proprie del luogo, ed esso presenta molte tracce del matrimonio di gruppo. I matrimoni senza figli vengono sciolti. Il re Anassandrida (650 anni circa prima dell'era volgare) aggiunse una seconda moglie alla prima sterile e manteneva due amministrazioni domestiche; intorno alla stessa epoca, il re Aristone aggiunse a due mogli sterili una terza, ma ripudiò, in cambio, una delle due precedenti. D'altra parte, parecchi fratelli potevano avere una moglie in comune e l'amico a cui piacesse di più la moglie dell'amico, poteva averla in comune con lui e non era affatto sconveniente il porre la donna a disposizione d'un vigoroso «stallone», come avrebbe detto Bismarck, anche se questi non era cittadino di Sparta.

Da un passo di Plutarco, in cui una spartana manda dal proprio marito l'amante che la perseguita con le sue proposte, si rivela, secondo Schoemann, una libertà di costumi perfino più grande ancora. Un vero adulterio, cioè un'infedeltà della moglie alle spalle del marito, era perciò anche cosa inaudita. D'altra parte, la schiavitù domestica era sconosciuta a Sparta, per lo meno nei tempi migliori. Gli Iloti, servi della gleba, vivevano appartati dai loro padroni nei fondi rustici, e perciò gli Spartani erano assai meno tentati di prendersi le loro mogli. Per tutte queste circostanze, le donne spartane godevano di una posizione ben altrimenti circondata da considerazione che nel resto della Grecia; né poteva essere altrimenti. Le donne spartane e l'élite delle etere ateniesi sono le sole donne greche di cui gli antichi parlino con rispetto e di cui ritengano che valga la pena di tramandare le parole.

Del tutto diversa è la situazione tra gli Ioni, per i quali è caratteristica Atene. Le ragazze imparavano solo a filare, tessere e cucire, e al massimo un poco a leggere e a scrivere. Vivevano quasi recluse, e solo in compagnia di altre donne. L'appartamento delle donne era una parte isolata della casa, al piano superiore o nella parte posteriore, dove uomini, specie estranei, difficilmente entravano, e dove esse si ritiravano quando un uomo veniva in visita. Le donne non uscivano se non accompagnate da una schiava ed erano, in casa, rigorosamente sorvegliate.

Aristofane parla di cani molossi mantenuti per spaventare gli adulteri e, per lo meno nelle città asiatiche, si tenevano, a custodia delle donne, eunuchi, i quali venivano, già al tempo di Erodoto, fabbricati a Chio a scopo di commercio e, secondo Wachsmuth, non soltanto per i barbari. Da Euripide la donna viene caratterizzata come oikurema, cioè cosa destinata alla cura domestica (il vocabolo è di genere neutro) e, a prescindere dal compito di generar figli, essa era, per l'Ateniese, solo la prima serva di casa. L'uomo aveva i suoi esercizi ginnici, i suoi affari pubblici, da cui la donna era esclusa; inoltre aveva spesso anche delle schiave a sua disposizione e, al tempo del massimo splendore di Atene, fioriva una prostituzione estesa, che lo Stato per lo meno favoriva. Fu proprio fondandosi su questa prostituzione che si svilupparono quegli unici caratteri femminili greci che, per spirito e sviluppo di gusto artistico, superarono il livello generale delle donne antiche, così come le donne spartane lo superarono per il carattere. Ma la condanna più severa della famiglia ateniese è che si dovesse prima essere etera per diventare donna.

Questa famiglia ateniese divenne nel corso dei tempi il modello su cui non soltanto gli altri Ioni, ma anche e sempre più tutti i Greci della madrepatria e delle colonie modellarono i loro rapporti domestici. Ma, nonostante tutte le proibizioni e la sorveglianza, le donne greche ti trovavano spesso occasione di ingannare i loro mariti. Costoro, che si sarebbero vergognati di far trasparire un qualche amore per le loro mogli, si divertivano con le etere in commerci amorosi d'ogni genere; ma le mogli, avvilite, si vendicarono sugli uomini e anche li avvilirono a tal punto che essi sprofondarono nella repugnante pederastia e avvilirono i loro dèi e se stessi col mito di Ganimede.

Questa fu l'origine della monogamia, così come possiamo seguirla nel popolo più civile e di più alto sviluppo dell'antichità. Essa non fu, in alcun modo, un frutto dell'amore sessuale individuale, col quale non aveva assolutamente nulla a che vedere, giacché i matrimoni, dopo come prima, rimasero matrimoni di convenienza. Fu la prima forma di famiglia che non fosse fondata su condizioni naturali, ma economiche e precisamente sulla vittoria della proprietà privata sulla originaria e spontanea proprietà comune. La dominazione dell'uomo nella famiglia e la procreazione di figli incontestabilmente suoi, destinati a ereditare le sue ricchezze: ecco quali furono i soli ed esclusivi fini del matrimonio monogamico, enunciati dai Greci senza ambiguità! Del resto la monogamia era per loro un onere, un dovere che dovevano adempiere verso gli dèi, verso lo Stato e i propri antenati. In Atene la legge non costringeva soltanto al matrimonio, ma anche all'adempimento, da parte dell'uomo, di un minimo dei cosiddetti doveri matrimoniali.

La monogamia così non appare in nessun modo, nella storia, come la riconciliazione di uomo e donna, e tanto meno come la forma più elevata di questa riconciliazione. Al contrario, essa appare come soggiogamento di un sesso da parte dell'altro, come proclamazione di un conflitto tra i sessi sin qui sconosciuto in tutta la preistoria. In un vecchio manoscritto inedito, elaborato da Marx e da me nel 1846, trovo scritto: «La prima divisione del lavoro è quella tra uomo e donna per la procreazione di figli». Ed oggi posso aggiungere: il primo contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo sviluppo dell'antagonismo tra uomo e donna nel matrimonio monogamico, e la prima oppressione di classe coincide con quella del sesso femminile da parte di quello maschile.

La monogamia fu un grande progresso storico, ma contemporaneamente essa, accanto alla schiavitù e alla proprietà privata, schiuse quell'epoca che ancora oggi dura, nella quale ogni progresso è, ad un tempo, un relativo regresso, e in cui il bene e lo sviluppo degli uni si compie mediante il danno e la repressione di altri. Essa fu la forma cellulare della società civile, e in essa possiamo già studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che nella civiltà si dispiegano con pienezza.

Preso da marxists.org

Ultima modifica ilDomenica, 15 Marzo 2020 08:58
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