Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Partito del “Dictionnaire Critique du Marxisme” di Labica e Bensussan

Traduzione dal francese di Lamberto Consani

Introduzione al testo di Lamberto Consani e Manuel Santoro

La prima fase della società senza classi, della società comunista pienamente realizzata è il socialismo, in cui “il diritto borghese non è completamente abolito, ma solo in parte, soltanto nella misura in cui la rivoluzione economica è compiuta, cioè unicamente per quanto riguarda i mezzi di produzione. Il diritto borghese riconosce la proprietà privata su questi ultimi a individui singoli. Il socialismo ne fa una proprietà comune.” (V. Lenin, Stato e rivoluzione).

La società socialista è, quindi, fase di transizione tra la società capitalistica e la società comunista, realizzata con la presa del potere da parte della classe lavoratrice; dallo Stato capitalista in cui vige la dittatura della borghesia, la proprietà privata dei mezzi di produzione e di distribuzione della ricchezza, e la democrazia è una falsa democrazia solo per i borghesi, i “ricchi”, si transita, con la conquista del potere, allo Stato socialista in cui si erge la dittatura del proletariato, la proprietà dei mezzi di produzione è ora comune e si continua a lottare per opprimere la reazione interna e esterna della borghesia. “Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo di trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. A esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato”, scrive Marx nella Critica al programma di Gotha. È, quindi, nello Stato socialista appena conquistato che inizia il lungo percorso di estinzione dello Stato, la cui presenza rimane necessaria, ora a beneficio della classe lavoratrice, sino a quando esiste la lotta di classe e la lotta della classe lavoratrice, ora dominante, con la reazione del capitale. La società comunista pienamente compiuta, quindi, si raggiunge nel tempo con la dissoluzione spontanea dello Stato, del conflitto tra classi, con il raggiungimento di una società senza classi sociali in cui vi è piena libertà e democrazia, il lavoro salariato è scomparso e, di conseguenza il capitale. “Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti.” (Marx, Engels, Il Manifesto del Partito Comunista).

Raggiungere, conquistare lo Stato socialista rimane il primo passo da compiere. Ma è solo il primo passo e ciò richiede un preciso lavoro teorico, politico e organizzativo da parte dei partiti socialisti e comunisti, marxisti-leninisti (le cui direttrici politiche sono state brevemente accennate nei passaggi precedenti).

E’ purtroppo tenacemente radicata nel comune sentire di tanti soggetti una percezione pesantemente sommaria e profondamente approssimativa dei vari e multiformi aspetti della cultura e della prassi politica marxiste che appare necessario, direi addirittura indispensabile, dare vita ad un sistematico lavoro di rimozione e demolizione delle approssimazioni che sono, fra le altre cause, alla base della mancata affermazione, in Italia, di una seria ed efficace capacità di lettura marxista della realtà sociale.

In questo intervento, scegliendo tra i numerosi e multiformi aspetti della teoria e della prassi politica marxiste, si parla dell’aspetto logistico e organizzativo della struttura partitica.

In base alle percezioni generiche e approssimative di cui sopra si tende a credere che l’identità marxista-leninista di un soggetto a vario titolo operante, sindacato, associazione, partito ecc. (in questo caso ci si occupa del partito n.d.r.) la si decida in base ad un’operazione pressoché quasi esclusivamente linguistica, lessicale; un sindacato, un’associazione, un partito ecc. sono marxista-leninisti in conseguenza del fatto che al nome indicante il soggetto sociale in questione (sindacato, associazione, partito ecc., appunto n.d.r.) si fa seguire l’aggettivo qualificativo “marxista-leninista”.

Non è assolutamente così e il testo che segue, e che proponiamo alla vostra lettura e ai vostri commenti, costituito dalla traduzione italiana della voce “Parti” (Partito n.d.r.) del “Dictionnaire Critique du Marxisme” di Labica e Bensussan (Edition PUF), ne offre un’esposizione storicamente puntuale, chiara ed esaustiva.

Per chi volesse documentarsi sull’autore della voce “Partito”, lo storico Maurice Moissonier, cliccare qui sotto.

Maurice Moissonnier — Wikipédiafr.wikipedia.org › wiki › Maurice_Moissonnier

AVVERTENZE

Verso la fine della parte iniziale del testo l’autore parla, un po’ inavvedutamente, di “dissoluzione dell’Internazionale comunista”; in realtà il suo Comitato esecutivo ne propose l’autoscioglimento il 15 maggio 1943 rendendolo effettivo il 10 giugno dello stesso anno; per chi fosse interessato a quest’evento particolare si consiglia la lettura del saggio “La Terza Internazionale nella storia” di Ruggero Giacomini di cui si dà il link qui sotto.

https://www.marx21.it/index.php/storia-teoria-e-scienza/storia/29601-la-terza-internazionale-nella-storia

Vi sono peraltro, in alcuni punti non essenziali del testo, accenni tendenzialmente sminuitivi, ambigui o non chiari alla figura di Stalin sui quali dissentiamo, ma questo non pregiudica il carattere di efficace strumento didattico e divulgativo del testo.

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Partito

ted.; Partei fran.; Parti - Ing.; Party - russo; Partija

Il primo grande testo di base del corpus marxista s’intitola Manifesto del Partito Comunista - un documento che (Marx ed Engels) non s’attribuivano più il diritto di modificare” (Prefazione del 1872); dice tutta l’importanza, nella genesi del marxismo, del concetto di partito.

Per Il Manifesto la nascita del partito risulta storicamente dalle lotte spontanee intraprese dal proletariato: “Gli operai cominciarono per formare coalizioni contro la borghesia per la difesa dei loro salari. Costituirono associazioni permanenti, per essere preparati in vista di ribellioni eventuali.

“Talvolta gli operai trionfavano, ma era un trionfo effimero. Il risultato delle loro lotte era più che altro il successo immediato che l’unione complessiva dei lavoratori…; era sufficiente una presa di contatto per centralizzare le numerose lotte locali, che dappertutto rivestivano lo stesso carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è una lotta politica.

“Questa organizzazione del proletariato in classe, e dunque in partito politico, è incessantemente vanificata dalla concorrenza che si fanno gli operai fra loro. Ma rinasce sempre, di volta in volta più forte, più ferma, più potente” (MPC cap. 1).

Così era nell’azione contro i suoi sfruttatori che la classe operaia trovava la sua identità e, da classe in sé, diviene classe per sé. Altrimenti detto la sua costituzione in agente attivo della storia passa per un momento soggettivo, una presa di coscienza decisiva che le permette di creare uno strumento d’egemonia grazie alla quale ella si pone come forza autonoma, come forza rivoluzionaria.

Costruzione storica, il partito resta una formazione contingente, in evoluzione costante dal momento che questa ha visto la luce.

L’integrazione di tutte le pratiche unificanti e organizzazionali degli operai era cominciata prima della pubblicazione del Manifesto con, da una parte, l’esperienza del movimento cartista in Inghilterra e quella delle organizzazioni blanquiste in Francia.

La Lega dei Comunisti nacque da una società segreta, di tipo blanquista, La Lega dei Giusti e dal Bureau internazionale di Corrispondenza fondato all’inizio del 1846 a Bruxelles da Marx ed Engels.

Gli statuti definitivi della Lega, datati 8 dicembre 1847, fissavano come inizio, nel primo articolo: “La caduta della borghesia, l’abolizione del proletariato, l’abolizione dell’antica società borghese fondata sugli antagonismi di classe e la fondazione d’una società senza classi e senza proprietà privata” grazie allo strumento definito in un progetto di professione di fede comunista: “L’istruzione e l’unione del proletariato”.

La concezione del “partito-coscienza” si riaffermò dunque all’origine per fare dell’organizzazione il luogo della funzione della teoria e dell’azione, l’accento venendo posto sulla diffusione della teoria e dell’educazione. Nel periodo seguente la disfatta della Rivoluzione del 1848 e la dissoluzione della Lega nel novembre 1852, Marx espresse “la ferma convinzione che i (suoi) lavori teorici servissero la classe operaia quanto la (sua) entrata nelle associazioni che avevano fatto il loro tempo sul continente” (L. a Freiligrath del 29 febb. 1860, apud Corr., ES, t. 4° p. 99-100).

Quando la situazione storica permise la rinascita efficace dell’organizzazione, la creazione dell’Associazione internazionale dei Lavoratori (1a Internazionale) - conglomerato di camere sindacali, di circoli e di cooperative - ebbe per intento di ridare al proletariato uno strumento d’unificazione per l’azione e il dibattito teorico a partire dall’azione.

Il 9 marzo 1869, al consiglio generale, Marx affermava che nonostante la divergenza “pressoché necessaria delle nozioni teoriche che riflettono il movimento reale (……) l’azione comune, lo scambio delle idee facilitato dagli organi pubblici delle differenti sezioni nazionali e i dibattiti diretti ai congressi ingenereranno sicuramente, poco a poco, un programma teorico comune” (The general council of the first international, 1868-1870, Mosca p. 310).

Le necessità derivanti dal “movimento reale” rendevano ciononostante aleatorio il mantenimento di questo tipo di unità concepibile solamente nel quadro d’un’organizzazione larga e troppo frettolosamente dotata di un’ideologia assai imprecisa. L’Internazionale divenne in effetti un’arena nella quale si svolgeva la lotta per il comunismo, mentre l’esperienza della Comune di Parigi evidenziava il bisogno nelle differenti sezioni nazionali, d’un partito-organizzazione, struttura di combattimento disciplinata, capace di prendere l’iniziativa sul terreno politico. La conferenza di Londra (sett. 1871) con il voto dato alla 9a risoluzione, il Congresso di La Haye (sett. 1872) con l’introduzione di questo testo negli statuti proclamarono ch’era indispensabile creare, su base nazionale, un’organizzazione di combattimento adeguata: “Considerando che contro (il) potere collettivo delle classi possidenti il proletariato non può agire come classe che costituendosi esso stesso in partito politico distinto e opposto a tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti; che questa coalizione del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e il suo scopo supremo; l’abolizione delle classi; che la coalizione delle forze operaie già ottenuta nella lotta economica debba servire da levatrice nelle mani di questa classe nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori”, i delegati delle sezioni dell’Internazionale ricordavano “che nella condizione militante della classe operaia, il suo movimento economico e la sua azione politica sono indissolubilmente uniti”. Giustificando questa posizione Charles Longuet dichiarava: “Se noi avessimo avuto l’organizzazione politica il 4 settembre (1870)…noi saremmo stati armati per la lotta” (Le Congrès de La Haye de la 1.re Internationale, Ed. du Progrès, p. 67).

Dopo la dissoluzione dell’AIT tutto lo sforzo organizzativo di Marx ed Engels fu orientato alla creazione di partiti nazionali marxisti: “Il primo e capitale passo di tutti i paesi aderenti al movimento, scriveva Engels a Sorge il 29 novembre 1886, deve essere l’organizzazione degli operai in partito politico autonomo, poco importa il mezzo, purché sia un partito distintamente operaio”. (K. Marx, F. Engels, Corr., Ed. du Progrès, p. 413).

Marx insisteva in particolare sull’importanza dell’organizzazione operaia nel rapporto di forze indispensabili a tutta la trasformazione sociale: “Ogni movimento nel quale la classe operaia s’oppone alle classi dominanti in quanto classe e cerca di costringerle con una pressione dall’esterno è un movimento politico…..è così che dappertutto i movimenti economici isolati degli operai danno vita ad un movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi sotto una forma generale forte. “Se questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preliminare, sono per questo a loro volta dei mezzi per sviluppare quest’organizzazione (Marx à Bolte, 23 nov. 1871; ibid. p. 275).

I fondatori del marxismo hanno sempre molto nettamente sottolineato i rapporti stretti tra pratica, teoria e organizzazione. L’ esempio classico dei loro interventi in quest’ambito è dato dalla critica del programma di Gotha. A questo proposito Marx scriveva a W. Bracke il 5 marzo 1875: “E’ per me un dovere non riconoscere, fosse anche con un diplomatico silenzio, un programma che, ne sono convinto, è assolutamente condannabile e demoralizzerà il partito”. “D’ora in avanti ogni progresso reale sarà più importante d’una dozzina di programmi”. Condannando l’unione senza principi dei “marxisti” del “partito di Eisenach” e dei “lassalliani” aggiungeva: “Se dunque ci si trovava nell’impossibilità di superare il programma di Eisenach - e le circostanze non lo permettevano - ci si doveva limitare a concludere un accordo per l’azione contro il nemico comune. Se si fabbricano al contrario dei programmi di principio (invece di aggiornarli in un’epoca in cui simili programmi fossero stati preparati per una lunga attività comune), si pongono dei limiti che indicano al mondo intero il livello del movimento del partito. I capi lassalliani venivano a noi spinti dalle circostanze. Se si fosse dichiarato loro da subito che non ci si sarebbe spinti in nessun mercanteggiamento di principi, sarebbe loro ben convenuto accontentarsi d’un programma d’azione o d’un piano organizzativo in vista dell’azione comune. Invece si permette loro di presentarsi muniti di mandati che riconoscono a loro stessi una forza obbligante e ci si arrende alla discrezione di persone che hanno bisogno di voi” (L. di Marx a Bracke, 5 maggio 1875, apud Gloses).

Nel corso di questo periodo di strutturazione del movimento operaio in partiti politici e - parzialmente - occasionato dalla competizione che opponeva i marxisti e i loro avversari, si ricostituisce, nel giugno 1889, a partire dalle formazioni esistenti, una 2a Internazionale che Engels considerò fin dall’inizio con diffidenza poiché stimava “quest’organizzazione, per il momento, tanto impossibile quanto inutile” (Correspondence Engels-Lafargue, ES, t.2, p. 295). La 2a Internazionale sembra pertanto avverare la predizione azzardata il 12-17 settembre 1874 in una lettera a Sorge: “La prossima Internazionale sarà - quando gli scritti di Marx avranno nel corso di qualche anno prodotto il loro effetto - nettamente comunista e adotterà assolutamente i nostri principi” (apud Gloses).

Ispirandosi apertamente al marxismo divenuto corrente dominante, la nuova Internazionale consacra la preponderanza del partito in quanto forma superiore d’organizzazione e d’azione del proletariato ma non si dota d’una struttura centralizzata e funziona come una federazione di partiti autonomi divisi da tendenze contraddittorie.

Uno dei punti di maggior disaccordo fra riformisti e rivoluzionari concerneva il ruolo e la forma dell’organizzazione politica. Il dibattito assunse la sua intensità maggiore in seno alla social-democrazia russa e provocò, nel giugno 1903, al secondo Congresso del POSDR, la scissione tra menscevichi, fautori d’una struttura debole (tale “che un professore che si consideri come social-democratico e lo proclami è membro del partito”, Axelrod) e i bolscevichi che sostenevano la concezione di Lenin, quella d’un’adesione avente per base il riconoscimento formale del programma, il sostegno materiale e militante all’azione del partito, cioè una disciplina stretta. Trotski che attraversava il suo “periodo menscevico” accusò allora Lenin “di prendere su di lui il ruolo dell’Incorruttibile” e di voler “istituire senza resistenza una Repubblica della Virtù e del Terrore” (rapporto della delegazione siberiana Spartacus, n° 31, p. 84). In effetti, dal 1902, Lenin aveva precisato in Che fare? (Le questioni brucianti del nostro movimento), la sua concezione di partito politico e come questa avrebbe dovuto entrare in funzione, in quest’epoca, nella Russia zarista. Formazione d’avanguardia, le abbisognava non “restringere la lotta politica per ricondurla alla cospirazione” non più di quanto non dovesse abbandonarsi allo spontaneismo e trascinarsi “alla coda delle masse” in preda ad un economicismo suscettibile di restringere i suoi interventi e limitandoli ad un semplice “tradunionismo”.

Ancorati alla classe operaia, i social-democratici russi, per apportare al proletariato la conoscenza politica dovevano “andare presso tutte le classi della popolazione (…….) inviare in tutte le direzioni i distaccamenti della loro armata”. Per raggiungere tali obiettivi, Lenin affermava che un movimento solido non poteva rinunciare ad un’organizzazione stabile di rivoluzionari professionisti in numero ristretto, il che non voleva dire che questi ultimi “penseranno per tutti” e che la centralizzazione delle funzioni clandestine significasse “la centralizzazione di tutte le funzioni del movimento”. Un giornale politico centrale “agitatore, propagandista e organizzatore collettivo” diveniva, in questa prospettiva, uno strumento indispensabile di collegamento, “di scambio d’esperienze, di documentazione, di forze, di risorse”.

La social-democrazia tedesca, dopo aver con difficoltà superato la prova della repressione anti-socialista bismarckiana s’era da parte sua dotata d’una potente organizzazione che suscitava l’ammirazione della 2a Internazionale tutta intera. L’organizzazione, ciononostante, si rivela di fatto inutile quando vi predominano le tendenze opportuniste e la pratica burocratica l’allontana dalle masse. Nel marzo 1913, nel Leipziger Folkszeitung, Rosa Luxemburg metteva profeticamente in evidenza questo pericolo: “Le masse non possono, è vero, riportare dei successi che se la direzione del partito è conseguente, risoluta, d’una chiarezza trasparente (……) La social-democrazia è chiamata dalla storia ad essere l’avanguardia del proletariato. Ma se s’immagina di essere da sola chiamata a fare la storia, che la classe non sia niente, che questa debba essere interamente trasformata in partito prima d’avere il diritto d’agire, potrebbe facilmente verificarsi che, quando il tempo sarà maturo, sia costretta a correre dietro alla classe operaia, trascinata da questa alle battaglie decisive (Gesammelte Werke, 4, p. 641). 

Il fallimento della 2a Internazionale - e particolarmente dell’SPD - avverò questa predizione.

Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, con la 3a Internazionale, il movimento comunista si ripropose l’obiettivo “di finirla con i partiti socialisti di pura propaganda e arruolamento che (avevano) fatto il loro tempo”.

Il 3° Congresso dell’IC, nel giugno 1921, elaborò delle tesi sulla struttura e i metodi dei partiti comunisti. Questi erano caratterizzati come “l’armata dirigente del proletariato durante tutte le fasi della lotta di classe rivoluzionaria, e durante il periodo di transizione ulteriore verso la realizzazione della società socialista, questa prima anticipazione della società comunista”. Queste tesi insistevano sulla necessità d’adattare sempre meglio i partiti nazionali alle particolarità storiche dei paesi dove questi si formavano.

Il “centralismo democratico”, sintesi della centralizzazione e della democrazia proletaria, doveva esservi attuato “da un’attività permanente comune, da una lotta ugualmente comune e permanente dell’insieme del partito”, come un mezzo per combattere la democrazia formale che consacrava l’organizzazione, alla guisa dello Stato borghese, “in funzionari attivi e in una massa passiva”. Le organizzazioni comuniste dovevano introdurre i loro aderenti al lavoro politico quotidiano, istruirli e renderli adatti a guidare il movimento rivoluzionario proletario. L’obiettivo fissato era la costituzione del “grande partito” “sufficientemente forte”, “sempre predisposto a grandi azioni politiche” (tesi 35). Il 5° Congresso ritornò su questo problema per raccomandare di volta in volta di radicare prioritariamente l’organizzazione nelle grandi imprese e di epurare ideologicamente i ranghi (giugno-luglio 1924). Questo fu l’inizio della bolscevizzazione che istituì una definizione più severa della qualità di membro del partito e della relativa disciplina.

Nel periodo a seguire durante il quale s’affermò l’influenza senza riserve di Stalin, il PC dell’URSS divenne il modello al quale le formazioni dell’Internazionale si sforzavano di conformarsi tanto sul piano dell’organizzazione quanto su quello degli orientamenti.

Le condizioni della lotta politica durante la seconda guerra mondiale, la dissoluzione dell’Internazionale comunista nel maggio 1943, i contraccolpi della denuncia degli “errori e crimini” di Stalin nel 20° Congresso del PC dell’Unione sovietica giocarono in favore della diversificazione dei partiti comunisti nel mondo e d’una più grande affermazione della loro indipendenza da Mosca. Quest’evoluzione è in corso e tende ad instaurare un “policentrismo” di fatto.

OSSERVAZIONI. - L’espressione “partito della classe operaia” frequentemente riferita ai partiti comunisti non deve per principio essere inteso in senso strettamente sociologico. Già, all’epoca della 1a Internazionale, la proposta avanzata da Tolain al Congresso di Bruxelles (1866) d’esigere che i delegati delle sezioni fossero esclusivamente degli operai manuali fu respinta.

Formazioni interclassiste, i PC provvedevano pertanto a riservare una larga parte di responsabilità a elementi provenienti dalla classe operaia. Resta da sapere se questi “permanenti” ritirati dalla produzione per decine d’anni rappresentavano sempre esattamente la classe operaia nelle responsabilità politiche. Il problema sembra situarsi altrove: concerne la formazione di questo “intellettuale collettivo” che deve divenire il partito associando tutti i suoi membri nell’elaborazione della sua politica di classe e nella sua riflessione sul modo di rappresentare “gli interessi del movimento (della classe operaia) nella sua totalità” (Manifesto del Partito comunista).

Nella sua forma e nel suo funzionamento, il partito dipende - lo si è visto - da un terreno, prodotto della storia, determinato dal livello culturale e dalle tradizioni politiche della classe operaia come dal paese considerato, dai rapporti di forza sul piano sociale e delle forme precedenti d’organizzazione del movimento operaio, dalla legislazione determinante il campo della legalità e illegalità; bisogna aggiungervi il peso delle strutture stesse dell’organizzazione il cui ruolo può divenire sclerotizzante qualora si sviluppasse un feticismo di partito. Sottomettendo alla sua critica penetrante il ruolo delle strutture economiche e sociali, il marxismo non saprebbe escludere dalla sua critica le strutture politiche - comprese quelle che la classe operaia s’è data per il bisogno della lotta. Contro la loro tendenze all’autoriproduzione e alla sclerosi, la sola risoluzione risiede nella pratica permanente d’una larga critica collettiva animata dallo scrupolo d’adeguare il centralismo democratico alle evoluzioni del mondo reale. Così, nel 1924, quando si delineava “la pietrificazione di tutti i problemi d’organizzazione sotto Stalin”, G. Lukacs ricordava l’avvertimento di Lenin: “Non si può separare meccanicamente il politico dall’organizzazionale”. Specificava che il partito non ha per obiettivo d’imporre alle masse un tipo di comportamento astrattamente elaborato, ma ben al contrario d’apprendere permanentemente dalle lotte e dai metodi di lotta delle masse”. Spiegando che “ogni dogmatismo nella teoria e ogni pietrificazione nell’organizzazione (sono) fatali al partito”, voleva significare che l’organizzazione deve integrarsi come strumento nell’insieme delle conoscenze e delle azioni che derivano da ciò che le masse hanno inventato. “Se non lo farà, sarà disgregato dall’evoluzione delle cose che non ha capito e che per questo non ha saputo padroneggiare” (La pensée de Lenine, Denoel, p. 132 e 149).

È per questo che il partito non potrebbe essere un’oasi d’armonia dove sarebbe esclusa la contraddizione. È al contrario un luogo di tensioni dove devono risolversi dialetticamente una serie di contraddizioni tra dirigenti/diretti, partito/classe, partito/masse, forma nazionale del movimento/obiettivi internazionalisti.

Allo stadio della presa di potere da parte del partito della classe operaia e della costruzione del socialismo, un altro problema alimenta un dibattito di pregnante contemporaneità: quello del rapporto tra il partito e lo Stato.

La confusione del partito e dello Stato costituisce una delle fonti dei blocchi che ostacolano, nei paesi che si sono dati le basi economiche del socialismo, la dissoluzione dello Stato e lo sviluppo della democrazia socialista. A maggior ragione il problema si pone allorché ci si appella alla costruzione del socialismo nel pluralismo politico - uno degli obiettivi dell’eurocomunismo.

NOTA

Ufficio politico: Eletto (come il segretariato) nel seno del Comitato centrale e per sua deliberazione, ha per incarico di applicare le decisioni del CC e di dirigere il partito durante le sessioni di quest’ultimo.

Cellula: Organizzazione di base dei partiti comunisti. Per essere membro del Partito comunista bisogna appartenere ad una cellula, precisa l’art. 1 dello statuto del PCF. Queste cellule sono di tre tipi: cellule rurali e locali e soprattutto cellule d’intervento nella misura in cui il partito si organizza prioritariamente nel luogo decisivo delle lotte di classe. Fino al 4° Congresso dell’IC si parlava di nucleo o di frazioni. Il termine cellula non è stato generalizzato che dopo il 5° Congresso (1924) che dette impulso alla “bolscevizzazione”.

Comitato centrale: Organismo superiore di direzione dei partiti comunisti nell’intervallo tra i due congressi. Potere esecutivo responsabile davanti al congresso, è un elemento decisivo della centralizzazione. Dalla creazione della Lega dei Comunisti, un consiglio centrale (art. 21 degli statuti) assicura delle funzioni identiche. In Francia, bisognerà attendere la bolscevizzazione perché il termine di comitato centrale rimpiazzi quello di comitato direttivo.

Epurazione: Il termine non appare correntemente nel vocabolario marxista che all’inizio degli anni ’20. All’indomani della costituzione dei partiti comunisti, il 2° Congresso dell’IC (giugno 1920) adotta le 21 condizioni destinate a premunire contro “l’invasione dei gruppi indecisi ed esitanti che non hanno ancora potuto rompere con l’ideologia della 2a Internazionale”. L’esperienza che aveva condotto alla sconfitta della Repubblica dei Soviet ungherese pesò abbondantemente in favore di misure draconiane destinate a scartare gli opportunisti. La prima epurazione risale al 10° Congresso del Partito bolscevico (marzo 1921). Nel quadro d’un riordino all’indomani della guerra civile, questa mirava ad allontanare dal partito vecchi menscevichi o socialisti rivoluzionari considerati come elementi instabili e arrivisti attirati dal potere che assumevano le organizzazioni comuniste: su 730.000 membri, più di 200.000 furono allora esclusi. L’11° Congresso (marzo-aprile 1922) stabilì in seguito, in materia di reclutamento, una segregazione di natura sociale facilitando l’adesione di candidati provenienti dalla classe operaia, dei contadini, degli artigiani poveri, dell’Armata rossa e rendendo più difficili quelle dei candidati provenienti da altri settori della popolazione.

In conseguenza delle epurazioni (accompagnate da promozioni eccezionali e massive), Stalin poté ulteriormente rinforzare la sua autorità sul Partito bolscevico. Fece un’assioma dell’affermazione che il partito si fortificava epurandosi dai suoi elementi opportunisti (Lenin, o., 5, 353).

Gruppo anti-partito: Il 10° Congresso del Partito bolscevico ebbe a pronunciarsi su tesi molto differenti sostenute da Trotski (allora partigiano della militarizzazione del lavoro produttivo) e dall’opposizione operaia alleata del gruppo del centralismo democratico favorevole ad una gestione della produzione da parte dei sindacati e dei soviet d’officina. In una situazione politica pericolosa (l’insurrezione di Cronstadt, febbraio-marzo 1921), il Congresso preoccupato di proteggere prima di tutto l’unità del partito aderì ad una risoluzione che preconizzava “la dissoluzione immediata e senza eccezioni di tutti i gruppi creati sulla base di tale o talaltra piattaforma” e incaricava “tutte le organizzazioni di vigilare strettamente a che non vi fosse nessuna azione di frazionamento”. Lenin che aveva preconizzato questa soluzione la scelse in quanto misura destinata a favorire la discussione nel partito con pubblicazioni di fogli di discussione e raccolte speciali. A riguardo d’una tale risoluzione - per poco che fosse interpretata strettamente - ogni concertazione tra militanti uniti da intenti comuni poteva passare per costituzione d’un gruppo proibito - d’un gruppo anti-partito.

Stalin non si privò dell’utilizzazione - per giustificare tutte le purghe - dell’accusa di costituzione illegale d’un “gruppo anti-partito”. Questa servì ancora nel 1957 a Krusciov per scartare Molotov, Kaganovich e Malenkov.

Militante, militanza: Nel settembre 1871, alla Conferenza di Londra, i delegati delle sezioni della 1a Internazionale dichiararono già (risoluzione 9a) che “nella condizione di militanza della classe operaia il suo movimento economico e la sua azione politica sono indissolubilmente legati”. L’adesione al partito della classe operaia implica teoricamente la partecipazione alle lotte che questa conduce sul terreno economico e politico. Questa partecipazione è il frutto di un’analisi razionale della società che sviluppa una morale della solidarietà. Paul Veillant-Couturier spiegava così la sua scelta militante: dopo aver evocato la guerra mondiale che l’aveva costretto a combattere “per rinforzare lo sfruttamento delle razze”, aggiungeva “Da allora ho acquisito il desiderio appassionato d’essere il soldato d’un’idea vivente, d’obbedire ad una disciplina consentita, giustificata, dopo aver subito la disciplina meccanica dell’armata borghese. E sono diventato militante. Cioè a dire un soldato a vita. Combattente dell’Internazionale” (citato in Les Cahiers du Communisme, marzo 1961).

Segretariato generale: Nel corso della prima riunione del Comitato centrale eletto dal’11° Congresso del PC (b) di Russia (marzo-aprile 1922), Stalin fu promosso segretario generale, Koubichov e Molotov partecipavano con lui a questo segretariato. Prima ancora, Molotov ricopriva la carica poi cancellata di segretario responsabile con la collaborazione di due altri membri del Comitato centrale. Al momento le funzioni politiche essenziali erano detenute dal Politburo e dal Comitato centrale. La funzione di segretario generale prese, nelle mani di Stalin, un’importanza determinante e, consacrandone la superiorità su tutti gli altri membri del partito contribuì alla creazione del “culto della personalità”.

I partiti della 3a Internazionale, in conformità con il partito russo, dettero nella loro gerarchia alla funzione di segretario generale un’importanza consimile.

Conformismo: Un’interpretazione meccanica della disciplina e unilaterale del centralismo democratico, la feticizzazione del partito, ingenerano lo scrupolo prioritario di “essere in linea” e di sostenere senza discussioni tutte le decisioni delle direzioni elette: questo conformismo conduce ad una temibile sclerosi della vita di partito.

CORRELATI

Apparato, Associazione, Bolscevismo, Collegialità, Culto della personalità, Direzione/Dominazione, Disciplina, Spirito di partito, Espulsione, Fusione, Operaismo, Funzionario di partito, Sindacato, Diritto di tendenza

 

Ultima modifica ilSabato, 11 Aprile 2020 14:15
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