Rivista aperiodica teorica del Socialismo
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Quando manca l’Amore – Le rivelazioni di Marion: quando il contesto abusante inficia una vita intera

di Maddalena Celano

Quando manca l’Amore – Le rivelazioni di Marion”, è un romanzo biografico edito da Curti Editore, nel 2017, della scrittrice lecchese Federica Maria Onganìa. É la descrizione di una lunga e faticosa storia di resilienza personale, in un oscuro contesto abusante.

L’ autrice, nata nel 1957 a Perledo (Lecco); ragioniera di professione e, per passione, giornalista, Direttrice Responsabile di “Lecco 2000”, mensile di Cronaca, Sport, Cultura, Turismo; nel 2017 è stata insignita del titolo di “Ambasciatrice di Pace” dalla “International University of Peace – Switzerland”. L’ autrice, per la stesura del romanzo, si è ispirata alla biografia dell’amica Marion (Marianna, una donna che avendo deciso di vivere in Sudafrica, “inglesizza” il suo nome con Marion), consegnata in diario e un plico di fogli, affinché scrivesse e pubblicasse, postuma, la storia della sua vita.

Quando manca l’amore: di quale amore si parla? In questo caso si tratta dell’amore materno ma anche dell’amore “intra-famigliare”, più in generale. Il romanzo biografico narra la vita di Marianna (Marion), una donna nata in un’area povera e rurale della Lombardia, presso una famiglia di agricoltori. I suoi genitori, personaggi piuttosto “irrisolti” e “carenti”, la sottopongono ad indifferenza, trascuratezza ed angherie di ogni genere, sin dalla più tenera infanzia. Soprattutto la madre che, avendo perso precocemente i suoi due figli maschi ed essendo stata abbandonata da un marito alcolista, scarica sulla figlia Marion ogni genere e forma di sadismo e frustrazione:

Cinque anni dopo la morte del piccolo Angelo, la nascita di Marianna, detta Mari e in seguito Marion, contribuì ad aggravare ulteriormente la situazione. La piccola, indesiderata, pagò i disagi della madre che la considerò da subito capro espiatorio delle precedenti brutte esperienze. Anche Annamaria pochi anni dopo fu concepita in un momento poco opportuno, ma la madre accordò la propria sofferenza a lei piuttosto che alle altre figlie.[1]

Marion sarà sottoposta a forme di sfruttamento del lavoro infantile (la madre la costringerà a lavorare nei campi e dentro casa, sin dalla più tenera età) e a forme continue di abuso psicologico: svalutazione, denigrazione, disistima, aggressioni, freddezza, indifferenza, etc.  Molti sono i manuali di psicologia che descrivono gli eventi traumatici dell'infanzia come quegli eventi che mettono in pericolo la vita o l'integrità delle persone (ad esempio: aggressioni, stupri, incidenti, malattie mortali, rapine con violenza, ecc.), sia direttamente vissuti che testimoniati da vicino, ad esempio da vigili del fuoco, polizia o personale medico.

Tuttavia, come è stato ampiamente documentato, il trauma infantile può provenire da una qualsiasi situazione che una persona ha vissuto, in un determinato momento, o attraverso la quale si è sentita sopraffatta, non sapendo come elaborare quell'esperienza che presto diventerà traumatica. Marion cercherà di reagire, alle continue aggressioni, cercando ovunque una “surrogazione”, rifugiandosi appunto da parenti, amici e conoscenti, sforzandosi di accontentare la madre nel migliore dei modi (ma sarà del tutto inutile). Anche quando, ormai matura, deciderà di frequentare una scuola serale e di rendersi economicamente autonoma, la madre tenterà in tutti i modi di svilire e denigrare i suoi sforzi:

Marion era un’amica leale, infelice, con sensi di colpa, dolce, disponibile, particolarmente sensibile, testarda e dura con se stessa. A poco a poco era diventata abile a mentire: utilizzava il sorriso come alibi per non lasciare trasparire le emozioni e combattere i suoi stati d’ animo malati. Quando si rivolgeva a qualcuno dava a intendere una cosa per un’altra: una maschera come meccanismo di autodifesa. “Sin da piccola ho faticato a strutturare la mia identità. In seguito, mi sono costruita una maschera per non mostrare le violenze e le mortificazioni subite. Come la madre dell’aceto, che dapprima galleggia in superficie, poi, col tempo, divenuta più pesante e voluminosa, si deposita sul fondo del bottiglione, sono riuscita a conoscere me stessa in profondità, a buttar fuori la pura e semplice verità per far nascere in me l’autostima e fare riaffiorare alla vita la donna che sono oggi. Non ho mai mentito a me stessa”. La madre, in realtà, nascondeva la sua aggressività: dal viso traspariva il dolore che l’aveva resa spietata e crudele verso la figlia. Si irritava con lei e ingiustamente la riproponeva di continuo, la maltrattava, le dimostrava di non amarla, sino a farle perdere la fiducia in se stessa.[2]

Marion capirà troppo tardi che, soltanto una lontananza fisica, può rendere il dolore più tollerabile.

Gli esperti da tempo parlano di DESNOS (Disturbo da stress post-traumatico complesso), che sarebbe il trauma generato dalle relazioni interpersonali, in particolare con le figure di cura più importanti durante l'infanzia, quelle che vengono chiamate figure di attaccamento. I caregiver disattenti, aggressivi, a volte distratti o anche troppo preoccupati, a causa dei loro problemi e limitazioni personali, possono portare inconsapevolmente o consapevolmente a gravi traumi infantili. D. W. Winnicott, psicoterapeuta e pediatra, ha elaborato il concetto di “madre sufficientemente buona”, non di madre perfetta, per definire la madre in grado di rispondere ai bisogni del bambino in modo adeguato. Essere madre, occuparsi un neonato è un’esperienza in cui entra in gioco non tanto la razionalità quanto la sfera emotiva.

Le figure di attaccamento primario sono quelle persone che si relazionano con il bambino dal momento in cui prende vita (anche prima) e durante il suo sviluppo durante l'infanzia. Queste persone sono di solito i genitori, ma a volte individui come nonni, zii, balie, baby-sitter, ecc. Non è un caso che, Marion, privata dal nutrimento di base (l’amore materno) cercherà un conforto “surrogante” dai nonni o dagli zii che possono agire come figure di attaccamento ausiliarie. La loro funzione principale è quella di occuparsi e quindi regolare i bisogni dell’infante, calmandolo (per esempio, nutrendolo quando ha fame, confortandolo quando ha paura, cullandolo quando ha sonno, ecc.) e dando senso a ciò che circonda il bambino.  È attraverso la relazione con questi primi caregiver che il bambino crea una visione del mondo, degli altri e di se stesso.

L'attaccamento ha quindi un carattere protettivo. Sicuramente conosciamo tutti il film "La vita è bella", in cui Roberto Benigni, nel ruolo di Guido, inventa una realtà molto più gentile in modo che, suo figlio Giosuè, non viva la sofferenza di una realtà devastante. Questo è esattamente ciò che fanno le buone figure di attaccamento, danno senso, interpretano e proteggono il bambino da ciò che per lui è ancora un crocevia da risolvere, perché non ha ancora gli strumenti degli adulti per affrontare determinate situazioni.

Pensiamo a una cosa: l'essere umano nasce totalmente indifeso. Esistono studi condotti negli orfanotrofi in cui ai bambini vengono risolti tutti i bisogni di base: cibo, calore, vestiario, sonno, giocattoli, ecc., Ma che, tuttavia, hanno sviluppato disturbi e deficit psicologici, a causa di un mancato contatto umano adeguato, carenza di consolazione, carenza di carezze, carenza di abbracci. L’essere umano è essenzialmente un animale sociale, con un cervello ancora da sviluppare quando esce dall'utero, questo cervello non si sviluppa con il semplice passare del tempo, ma lo farà regolando la sua relazione con le figure di attaccamento fondamentali, attraverso la cura e l'affetto.

É quello che succederà a Marion: pur avendo ottenuto un minimo di risorse materiali (in verità neanche molte), non avendo ottenuto alcun genere di “contatto-adeguato” dai caregiver principali/fondamentali, svilupperà una serie di insicurezze e blocchi relazionali che si porterà fin nella tomba.

Le conseguenze del trauma nell'infanzia

Cosa succede se le figure di attaccamento sono pericolose per il bambino?

La persona che è stata esposta ad un ambiente di abuso, abbandono, abuso sessuale o qualsiasi tipo di ambiente dannoso durante l'infanzia, svilupperà una serie di strategie per sopravvivere che, nel migliore dei casi, porterà ad una forma di resilienza: cioè sopravvivrà a condizioni molto avverse, adattandosi nel migliore dei modi. Tuttavia, a volte, quando queste persone crescono e escono da queste situazioni pericolose e traumatiche, tendono a ripetere gli schemi che hanno vissuto durante la loro infanzia, anche se, molte volte, non ne sono neanche consapevoli:

Sentiva spesso la necessità di abbandonare le mura domestiche, quando non ne veniva rinchiusa. Testimoni consapevoli di tanta violenza, quei muri avevano una anima di pietra che sapeva solo tacere anche quando un bottiglione di vino si frantumava contro, andando in mille pezzi. Non potevano sorridere. Lacrimavano e si tingevano di rosso violaceo quando diventavano il bersaglio di chi, ubriaco e incapace di controllarsi, vi scagliava brutalmente contro oggetti destinati ad altro indirizzo.

Depositaria di tali episodi ed immagini, sovente, di notte, gli incubi del giorno l’assalivano nel sogno. Riviveva i maltrattamenti del padre, erano lì, impressi nella mente, come scene di immagini drammatiche di un film dove lei recitava da protagonista. Temendo di mostrare agli altri la sua debolezza, indossava la maschera dell’ipocrisia. A volte non controllava queste trasformazioni: accettava la realtà fatta di paura, anche se difficile. Era piccola di età, ma già grande nella comprensione della vita. Le cicatrici vicine e lontane erano sempre più presenti in lei. In un’altalena di emozioni, viveva in un equilibrio fin troppo precario. […][3]

 La persona traumatizzata riporterà serie difficoltà nel distinguere quali relazioni sono sicure e quali no, quali le fanno bene e quali no, quali desidera per la sua vita e quali no. Inoltre riportano difficoltà nel fissare dei limiti e hanno scarse capacità di auto-protezione o auto-tutela. Non è un semplice caso che, soprattutto le donne sottoposte ad un’infanzia infelice, un’infanzia di angherie psicologiche e relazionali, troveranno serie difficoltà ad incontrare un compagno “adeguato” al loro progetto di vita. Inevitabilmente, saranno attratte da “uomini abusanti” o, nelle migliori delle ipotesi, saranno attratte da uomini superficiali, narcisisti, Casanova o Don Giovanni. Le esperienze traumatiche irrigidiscono i confini personali e rende molto difficile re-inserirli (i confini) nelle relazioni interpersonali. La stessa Marion, sarà vittima, la prima volta, di uno stupratore-abusante e, la seconda volta, intratterrà una lunga relazione con un bravo seduttore terrorizzato dall’ idea di un “impegno” a lungo termine, rivelatosi un Don Giovanni (Adriano). Solo quando sarà più matura incontrerà un compagno, per lei, più adeguato: Andrea. Ma sarà troppo tardi: si auto-negherà l’esperienza della maternità e vivrà, per sempre, la sessualità non come un piacere ma come un “peso”, un’angoscia o un “dovere”. Ovviamente, creando disagio e sensi di colpa al proprio compagno che, inevitabilmente, intuisce che qualcosa in lei non va.

È necessario vivere in ambienti così estremi per soffrire di traumi?

Molte persone possono soffrire di sintomi traumatici senza aver vissuto situazioni estreme di violenza e abusi. Come ho scritto precedentemente, il trauma si rivela quando le persone si sentono sopraffatte, non sapendo come uscire, come affrontare o come liberarsi da una situazione soffocante e denigrante, per la propria personalità. Dal punto di vista di un adulto, molte situazioni possono sembrare insignificanti a questo proposito, ma un bambino, senza risorse e indifeso di fronte a un mondo che non conosce, ha bisogno di adulti sani per interpretare il mondo e farsi strada attraverso di esso. Sguardi di disapprovazione, commenti dannosi, squalifiche o situazioni che sono sistematicamente dolorose quando siamo bambini, possono iscriversi nella nostra memoria generando dolore nell'età adulta o nell'adolescenza. Infatti, Marion, nell’ arco della sua biografia, ci parlerà spesso di oggetti che la psicanalisi chiama “oggetti transizionali”. Gli oggetti transizionali sono oggetti che forniscono consolazione, conforto psicologico, sostituendo progressivamente il legame simbiotico madre-figlio. Spesso questi oggetti possono essere bambole, orsacchiotti o coperte. Il primo oggetto transizionale di cui Marion ci parlerà è Micio, una copertina di lana che la madre, per dispetto, le brucerà creandole l’ennesimo trauma. Marion, essendo cresciuta con gravi lacune affettive, anche da adulta continuerà a cercare il sostituto di Micio, un nuovo oggetto transizionale che possa consolarla. Lo troverà in un orsacchiotto di peluche, che chiamerà Ciccio, un orsacchiotto che userà per lunghi anni, fino alla morte della madre.

Un bambino emotivamente trascurato, dai suoi genitori o caregiver, in cui i suoi bisogni emotivi non sono stati presi in considerazione, che ha vissuto in una casa con una madre malata, depressa o psicologicamente instabile e/o con un padre assente o violento, o con i genitori che sono semplicemente sovraccarichi di lavoro e non presenti per regolare i bisogni del bambino, sentirà che il mondo non è sicuro. Il bambino, anche diventato adulto, tenderà a evitare le relazioni sociali perché non si sentirà mai sicuro o pienamente soddisfatto o, al contrario, cercherà affetto a tutti i costi.

Trauma nei bambini e conseguenze

Cosa succede a quei bambini quando sono adulti?

Questi bambini, se non riparano al trauma subito, saranno adulti che eviteranno le relazioni affettive sembrando freddi o privi di sentimenti e empatia o, al contrario, fortemente dipendenti da un partner o una qualsiasi figura che possa “surrogare” quel legame che non hanno avuto da bambini. Ma saranno, appunto, rapporti di “dipendenza”, spesso insani, impropri o abusanti.

Questi fattori influenzano le relazioni intime anche in età adulta. Spiegano, in una certa misura, il bisogno di affetto o la paura della solitudine che possiamo sentire, in noi stessi, quando sperimentiamo una rottura, o il comportamento freddo e distante di quelle persone che sembrano non amare o quando lo fanno, non sono presenti nella relazione. Spiegano (anche in parte) l’incapacità di lasciare un partner che ci fa male o inadeguato ai nostri desideri o aspettative.

Il trauma generato nelle relazioni di attaccamento comporta sintomi che sono difficili da rilevare, anche per la persona che lo soffre, ed è spesso confuso con altri disturbi psicologici. L'ADHD nei bambini o la dipendenza emotiva negli adulti possono essere il risultato di un trauma correlato all'attaccamento. Alcuni sintomi possono essere: impulsività, aggressività, mancanza di regolazione dell'affetto, perdita di memoria, deficit di attenzione, bassa autostima, mal di testa (o altro dolore senza causa fisica) e problemi relazionali (come non sentirsi adeguati o a proprio agio nelle relazioni personali, dipendenza o evitamento) tra gli altri. Non caso, Marion, nell’ arco della sua biografia, ci parlerà spesso dell’innata diffidenza sviluppatasi nell’ età adulta, della sua bassa autostima e dell’incapacità di vivere, in modo soddisfacente, le relazioni sessuo-affettive. Marion si rifugerà a capofitto nel lavoro, con spirito stakanovista e al limite del patologico, e nella sua nuova vita a Johannesburg (in Sud Africa). Marion comprenderà troppo tardi che soltanto una lunga lontananza fisica, all’ estero, potrà lenire antiche ferite ancora sanguinanti ma, anche ciò, purtroppo non sarà sufficiente. Soltanto la morte della madre, pare, le abbia offerto un minimo di pace. Ovviamente, molto utile si è rivelata la “rielaborazione” del “lutto-emotivo” attraverso la stesura di diari personali che, consegnerà, poco prima della sua morte, all’ amica/confidente Federica Maria Onganìa nella speranza di una pubblicazione postuma che, come vediamo, è stata ben realizzata.

 

[1] F. M. Onganìa, Quando manca l’ amore. Le rivelazioni di Marion, Curti Editore, Lecco, 2017, p. 33.

[2] F. M. Onganìa, Quando manca l’ amore. Le rivelazioni di Marion, Curti Editore, Lecco, 2017, p. 41.

[3] F. M. Onganìa, Quando manca l’ amore. Le rivelazioni di Marion, Curti Editore, Lecco, 2017, p. 71.

 

Ultima modifica ilDomenica, 14 Giugno 2020 08:01
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