Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Pagheremo caro, pagheremo tutto

di Giandiego Marigo

Sono abbastanza vecchio per ricordarle bene le piazze del “Pagherete caro, Pagherete tutto”. C'era un che di rabbioso ed implicitamente reattivo in questo slogan. L'abbiamo usata milioni di volte per centinaia di eventi e per molti morti per strada.

È interessante ripensare a quanto, realmente nessuno abbia poi pagato alcunché. Lo abbiamo urlato, ossessivamente, ma nessuno ha pagato. Tutt'altro, ci hanno presentato un conto salatissimo e lo stiamo pagando solo noi. Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo.

Negli anni della rabbia abbiamo accumulato crediti (a detta nostra), reclamando che qualcuno li pagasse? Non è successo, per parlare dei tempi recenti e fare un gioco di alcuni esempi, i responsabili materiali del G8 sono stati tutti promossi. I fascisti non solo non pagano, ma aumentano i loro consensi, mentre i richiedenti del pagamento si disperdono in numeri da prefisso telefonico del Nord Italia.

Ogni volta che siamo come classe o gruppo investiti dalla repressione intoniamo questo mantra che , però, ha come unico effetto una vaga consolazione momentanea di chi lo profferisce al momento.

Però poi, come al solito siamo, sempre noi a pagare il conto, anche di quello che non abbiamo mai consumato.

C'è un che di simbolico in questo ragionamensto, dietro a questa constatazione... simbolismi e riflessioni, quanto mai necessarie.

Un ragionamento sui linguaggi e sulle manifestazioni della rabbia, che, per carità sono importanti , ma che oggettivamente con più sono radicali e violente con più risultano grottesche ed anacronistiche, sino a divenire quasi ridicole. Si fa pagare qualcuno solo se si è realmente abbastanza forti e rappresentativi per farlo, altrimenti a che serve urlare per poi essere costantemente gli unici a pagare? Che senso ha questa pozza dove vediamo solo noi stessi e non ci raffrontiamo al reale? Quanto abbiamo già pagato (ecco che ritorna il termine) a questa autoreferenza?

Io sono la voce fuori dal coro in questa rivista, lo so, lo sanno anche i compagni che la dirigono ed hanno, comunque il coraggio di tenermi e pubblicarmi dando un raro esempio di “dialettica”.

Se non elaboreremo dei linguaggi che siano “a tempo” cioè comprensibili nel Qui ed Ora, fuori dalla retorica barricadera che sa di passato e che ci porta fuori dal tempo, difficilmente verremo compresi.

Proprio su questa rivista comparve a suo tempo un articolo che riportava una traduzione da Majakowskij intitolata Gli operai e i contadini non vi capiscono. Il problema quindi non è di questi nostri tempi, ma più generale e generalizzato.

Se ci cristallizziamo su modelli fuori da ogni attualità rischiamo di divenire ininfluenti, di non essere compresi, non già e non solo (sarebbe assurdo pensarlo nella contemporaneità) perché a chi ci ascolta manchino i modelli di raffronto o la capacità di comprendere, il che non ha senso in una società scolarizzata (anche se in modo molto discutibile)ma perché il nostro dire risulterebbe inesorabilmente fuori sincronia.

Oggi la classe sta pagando un prezzo altissimo, in perdita di diritti, in arretramento culturale, in elaborazione della propria stessa capacità di reazione. Oggi gli unici a pagare sono gli ultimi, i pensionati, i lavoratori, le donne, i giovani precarizzati. Mentre coloro a cui chiediamo perennemente conto e che invitiamo al pagamento continuano solamente a guadagnare (non solo montagne di denaro).

Forse sarebbe il caso di evitare d'essere grotteschi ed imparare a divenire efficaci. Da sempre, chi scrive, predilige i contenuti alle forme, ma forse una riflessione sul modo in cui si pongono le questioni va fatta.

Perché, alla fine i linguaggi sono contenuto e la capacità di essere maoisticamente come “pesci nell'acqua” non si acquisisce a chiacchiere e libroni, ma mettendosi in gioco ed imparando ad essere i propri slogan,esempi viventi d'una scelta di vita.

Senza promettere, offuscati dalla rabbia, qualche cosa che non si può poi mantenere e conteggi e crediti che non si è poi in grado di pretendere.

Le parole non si usano a caso, hanno un peso e lavorano sulla psiche. Per esempio termini come “Distanziamento Sociale”, “Coprifuoco”, non sono scelti a caso ma “studiati” per produrre un effetto, squisitamente, psicologico, ma tremendamente efficace. Così avviene per gli slogan che non sei in grado di attuare e che , in qualche modo hanno un effetto denigratorio per chi li lancia senza averne la forza. Una riflessione sulla differenza fra forza e “Millanteria” va pur fatta, se, come nel caso di questa rivista ci si pone l'obbiettivo di essere “scientifici” nelle proprie esposizioni.

 

Ultima modifica ilDomenica, 08 Novembre 2020 08:35
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