Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Gli operai e i contadini non vi capiscono

Contadino Contadino

di Vladimir V. Majakovskij

Traduzione  di Amedeo Anelli

Da «Kamen’» n. 53, Rivista  internazionale di poesia e filosofia, -giugno 2018.

 

Non ho ancora sentito nessuno vantarsi a questo modo:

«Quanto sono intelligente! Non capisco l’aritmetica, non capisco il francese, non capisco la grammatica!»

Ma l’allegro grido «Non capisco i futuristi!» perdura da quindici anni, si affievolisce e di nuovo risuona con accento derisorio e pieno di soddisfazione.

Su questo grido alcuni si son fatti una carriera, han fatto fortuna, si sono posti alla testa di intere tendenze letterarie.

Se l’intera compagine della cosiddetta arte di sinistra si fondasse sul semplice intento di non farsi capire (esorcismi, alchimie, ecc.), non sarebbe difficile capirla e con facilità collocarla in un determinato ambito storico letterario.

Dopo aver compreso che essa ambisce a essere solo oscura, si trova il modo di classificarla e la si dimentica.

Un semplice «non capiamo» non è un giudizio critico.

Il giudizio sarebbe l’affermazione «Ci siamo resi conto che si tratta di terribili stupidaggini» citando a memoria decine di esempi eclatanti.

Così non succede.

Si tratta solo di demagogia e di speculazione sull’incomprensibilità.

Le vie di questa demagogia, che si nasconde dietro un’apparenza di serietà, sono molteplici.

Ecco alcuni esempi:

«Non abbiamo bisogno di un’arte per pochi né di libri per pochi lettori!»

«Sì o no?».

Sì e no.

Se un libro è stato fatto per pochi, per essere loro esclusivo oggetto di consumo, e se, oltre a ciò, non ha altra funzione, è senza dubbio non necessario.

Ad esempio i sonetti di Abram Efros1, la monografia su Sobinov, ecc.

Se però un libro è fatto per pochi, come la centrale Volchstroj distribuisce l’energia ad alcune sottostazioni perché a loro volta la distribuiscano trasformata alle  lampadine di casa, un tale libro è necessario.

Questi libri che si rivolgono a pochi, non si rivolgono al grande pubblico, ma agli scrittori.

Sono i semi e le intelaiature dell’arte di massa.

Ad esempio le poesie di Velimir Chlebnikov. All’inizio furono capite solo da sette compagni futuristi, per un decennio hanno fornito energia a moltissimi poeti, ed ora persino l’accademia vuole seppellirle, pubblicandole come esempio di poesia classica.

«L’arte sovietica, proletaria, attuale deve essere capita dalle grandi masse»

«Sì o no?»

Sì e no.

Sì, ma con il correttivo del tempo e della propaganda. L’arte non nasce di massa, lo diventa in un processo che richiede sforzi: analisi critica, per determinare se la sua necessità è permanente ed effettiva; vi deve essere la diffusione organizzata dagli apparati di partito e del governo nel caso che questa utilità sia effettiva; vi deve essere tempestività nella diffusione del libro fra le masse, la corrispondenza fra la maturità delle masse e le questioni poste dal libro. Tanto più è un buon libro tanto più  precorre il futuro.

In questo modo, una poesia contro la guerra, per la quale nel 1914 le masse imbrogliate dai patrioti potevano farvi a pezzi, suonava già nel 1916 come una rivelazione. E viceversa.

I versi di Brjusov:

Forse siete vicini,

vicini ad avverarvi,

sogni della mia gioventù

e nell’antica Car’grad,

dove gli harem dormono,

dove diventano tristi le odalische,

entreranno legioni di soldati europei2,

che avevano fatto versare lacrime di tenerezza ai sottotenenti, nel ’17 erano diventati versi sarcastici.

Il carattere di massa del «Padrenostro» ne giustifica forse il diritto di esistere?

Il carattere di massa è il risultato della nostra lotta, non già la camicia in cui nasceranno i libri felici di qualche genio letterario.

La comprensione di un libro bisogna saperla organizzare.

«I classici, Puškin e Tolstoj, sono compresi dalle masse».

«Sì o no?»

Sì e no.

Puškin fu compreso completamente solo dalla sua classe, solo dalla società che parlava il suo linguaggio, che utilizzava i suoi concetti e condivideva le sue emozioni.

Erano da cinquanta a centomila romantici, amanti della libertà, ufficiali della guardia, insegnanti del ginnasio, signorine ben educate, poeti, critici, ecc., tutti quelli che costituivano l’insieme dei lettori di quell’epoca.

I contadini del suo tempo compresero Puškin? è a noi ignoto, per la semplice ragione che i contadini di quel tempo non sapevano leggere.

Solo ora noi stiamo per  liquidare questa incapacità, ma tuttora i giornalisti si lamentano che il contadino alfabetizzato non comprende ancora le proposizioni con due negazioni, quali «Non posso non dire che...».

Come avrebbe potuto capire e come capirebbe oggi i periodi più lunghi e forestieri dell’Evgenij Onegin?

Malediceva Omero e Teocrito.

Ma in compenso leggeva Adam Smith...

Oggi tutti capiscono le fiabe semplicissime e noiose sugli zar Saltan, sui pescatori e sui pesciolini.

Tutti gli operai e tutti i contadini capiranno un giorno interamente Puškin (Cosa non difficile), e lo capiranno come lo capiamo noi del Lef: egli è stato il poeta più grande, la poesia più bella, il poeta più geniale del suo tempo.

Dopo averlo capito, smetteranno di leggerlo e lo consegneranno alla storia della letteratura.

Solo gli specialisti per motivi di studio allora studieranno e conosceranno Puškin.

I classici non saranno la lettura corrente delle masse sovietiche.

Lo saranno invece i contemporanei e i poeti futuri.

In una inchiesta su Tolstoj (in «Ogonëk»), N. K. Krupskaja riferisce le parole di un giovane del Komsomol che aveva letto con noia Guerra e pace:

«Puoi leggere queste cose solo stendendoti sul divano».

I primi lettori di Puškin dicevano:

«Non puoi leggere questo Puškin, gli zigomi ti fanno male».

La futura comprensione di Puškin sarà il risultato di uno sforzo interpretativo e di una fatica secolare.

Le parole sulla comprensione totale di Puškin oggi sono un’arma polemica rivolta contro di noi, sono purtroppo un apprezzamento inutile sia per Puškin che per noi.

Sono le parole senza senso di una originale preghiera puškiniana.

«Se vi capiscono, quante copie vendete?»

La domanda è posta ripetutamente da quanti misurano la validità di un libro e la sua vicinanza all’operaio e al contadino dalle copie vendute.

Non vi diffondono? Allora a che serve parlarne? Fate come il «Novyi mir» e  Zošcenko3!

Il problema della distribuzione dei nostri libri riguarda la capacità d’acquisto dei gruppi cui il libro è destinato.

I nostri lettori sono giovani studenti, gli operai e i contadini del Komsomol, e gli operai dello stesso, gli scrittori alle prime armi, e tutti coloro che per il loro lavoro sono costretti a tenersi informati sui numerosi raggruppamenti della nostra cultura.

Questo è il lettore che ha meno soldi.

Ho ricevuto di recente una lettera da uno studente universitario di Novocerkassk. Una lettera con allegato, una busta fatta col «Lef» e ricevuta in aggiunta ai cetrioli salati.

Lo studente scriveva:

«Erano due anni che sognavo di abbonarmi al “Lef”, ma il suo costo ci è inaccessibile. Infine l’ho ricevuto in dono».

Ecco perché non ci rallegrano le tirature  delle copie a due rubli. Siamo sospettosi nei confronti di questo acquirente.

Una soluzione precaria è l’acquisto da parte delle biblioteche.

Ma ci vorrebbe che gli organi responsabili, resisi conto della necessità del libro, ne organizzassero la diffusione.

La nostra letteratura non è ancora riconosciuta pienamente. Non ci sostengono i Polonskij-Voronskij con il prestigio delle tirature da due rubli.

«Ma perché non vi leggono nelle biblioteche?»

Vi compreremmo, se vi fosse una forte domanda».

Questo dicono i bibliotecari.

Al circolo della fabbrica Putilov ho letto il mio poema Bene! Dopo la lettura si è discusso.

Una bibliotecaria ha urlato gioiosamente dal suo posto, dando sfogo al suo odio contro la nostra letteratura:

«Ah, ah! nessuno vi legge, nessuno vi richiede! Ecco tutto!»

E una voce malinconica di basso ha replicato da un’altra fila:

«Se lei li comprasse, li leggeremmo».

Ho domandato alla bibliotecaria:

«Ma lei consiglia i libri ai lettori? Spiega loro la necessità di leggerlo, dà il primo impulso all’amore per il libro?»

La bibliotecaria ha risposto con dignità, ma con aria risentita:

«No, di certo. Da me si sceglie il libro che si vuole».

La medesima voce di basso ha protestato:

«Mente! Lei consiglia di leggere Kaverin4».

Penso che non abbiamo bisogno di simili bibliotecarie, le quali si contentano di registrare passivamente i libri che entrano e che escono.

Nessun lavoratore può oggi orientarsi da sé fra i sei o settemila scrittori che sono iscritti alla Federazione 5.

Il bibliotecario deve essere un agitatore, un propagandista del libro comunista, rivoluzionario, necessario.

Ho incontrato una bibliotecaria-propagandista a Bakù. Lavorava in una scuola di secondo grado. Gli studenti si rifiutavano fermamente di leggere i miei versi. La bibliotecaria ha allora preparato un montaggio di mie poesie sull’Ottobre e ha costretto alcuni giovani a impararle a memoria.

Dopo averli letti attentamente, i giovani hanno preso a leggerli con piacere. E da allora hanno cominciato a respingere i testi più elementari.

«Leggere cose complesse» – ha detto la bibliotecaria – «non solo ha procurato piacere, ma ha elevato il loro grado di cultura».

Ci vantiamo che da noi la letteratura è sbocciata come in un giardino.

Ma bisogna fare in modo che ciò non diventi la Sadovaja-Samnotecnaja6.

Bisogna educare il gusto alle cose che facciamo, fargli percorrere la Sadovaja, senza farlo sperdere nei vicoletti dei cani7.

Il gusto di chi offre libri (compreso quello del bibliotecario) deve essere subordinato all’obiettivo.

Jurij Steklov8 ha spesso corrugato le sopracciglia di fronte ai versi che gli portavo per l’ «Izvestija»;

«Qualcosa, in essi, non mi piace».

Credo di avergli risposto a tono:

«Fortunatamente non scrivo per lei, ma per i giovani lavoratori che leggono l’«Izvestija».

La poesia più difficile, commentata con due o tre frasi d’esordio (che cosa, per che cosa), diventa interessante e comprensibile.

Spesso nella mia attività di lettore itinerante mi capita di trovarmi faccia a faccia con il lettore.

Lo scenario stesso delle letture pubbliche a pagamento è istruttivo: le prime file, le più costose, sono vuote; gli ingressi e la galleria affollatissimi. Ricordiamo che per le serate dei nostri popolari Geltser9, Sobinov, ecc. vanno a ruba anche i biglietti di prima fila: si vede meglio la loro anima.

Se qualcuno occupa un posto di prima fila, in una mia serata, si sentirà in dovere di urlare:

«Gli operai e i contadini non vi capiscono!»

Ho letto le mie poesie ai contadini a Livadija: Nell’ultimo mese ho letto nel porto di Bakù, nella fabbrica Schmidt di Bakù, al circolo Saumjan, a quello operaio di Tiflis, ho letto aggrappato a un tornio, durante la pausa di lavoro, mentre le macchine ronzavano sommesse.

Citerò uno dei numerosi attestati rilasciati dai comitati di fabbrica:

«Il comitato della fabbrica metallurgica Schmidt della Transcaucasia dichiara che il compagno Majakovskij Vladimir Vladimirovic ha preso la parola, in data odierna, davanti gli operai, nell’officina, per leggere le sue opere.

Alla fine della lettura, il compagno Majakovskij ha rivolto l’invito agli operai a esprimere le proprie impressioni e a dichiarare cosa avesse compreso delle cose lette. è stata fatta una proposta di votazione, con cui attestare la piena comprensione delle opere. Hanno votato “sì” tutti, tranne uno, il quale ha voluto precisare che le sue opere, recitate dall’autore, gli sembravano più chiare di quando le avesse lette da sé».

C’erano ottocento operai.

Quell’uno era il contabile.

Si può certamente fare a meno degli attestati, ma il burocratismo è anch’esso letteratura. E ben più diffusa della nostra!

[«Novyj Lef», n. 1, 1928]

 

Note

1) Abram Efros (1888- 1954), critico d’arte, poeta e traduttore, pubblicò nel 1922, a Mosca in 260 copie, una raccolta di Sonetti erotici.

2) Valerij J. Brjusov (1873 - 1924), dalla poesia Sul bombardamento dei Dardanelli (1915).

3) La rivista «Novyj mir » e i testi satirici di Michail Zošcenko (1895-1958) avevano in quegli anni una forte tiratura.

4) Veniamin A. Kaverin (1902 - 1989), autore di romanzi e racconti fantastici, faceva parte negli anni venti dei «Fratelli di Serapione».

5) Si tratta della Federazione delle Unioni degli Scrittori Sovietici (Fosp) esistita tra il 1927 e il 1932.

6) Strada di Mosca.

7) Si allude al Vicolo del cane (1926), romanzo sul «problema del sesso» di Lev Gumilevskij.

8) Jurij Steklov (1873-1941), critico e pubblicista, diresse l’«Izvestija» dal 1917 al 1925.

9) Ekaterina Geltser, nota ballerina.

 

Ultima modifica ilMartedì, 24 Luglio 2018 17:41
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