Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La triste solitudine dell'America Latina attraverso i libri di Gabriel Garcia Marquez

di Tomas Emilio Silvera Henriquez

Ringrazio Convergenza socialista che mi ha gentilmente dato la possibilità di scrivere questo secondo articolo sulla mia terra.

Gabriel Garcia Marquez è uno scrittore nato in Colombia il 6.3.1927, nella regione nord vicino al mare dei Caraibi, in un piccolo villaggio chiamato Aracataca, famoso nella nostra Storia per essere uno dei luoghi dove avvenne il più grande massacro dell'esercito colombiano verso i lavoratori inermi della United Fruit Company, la compagnia nordamericana che monopolizzava e sfruttava allora vaste coltivazioni di banane.

Inizia da giovane come giornalista di cronaca, nel quotidiano El Expectador di Bogota e nel quotidiano El Heraldo di Barranquilla, ma quando in Colombia arriva la dittatura di Rojas Pinilla questi giornali liberali vengono vietati, e lui si trasferisce a Parigi, dove conosce gli ambienti e gli intellettuali europei; scrive assiduamente, conduce una esistenza misera, senza nemmeno la possibilità di pagare la sua stanza d'affitto.

Conosce l'altro volto della splendente Europa, e matura quì la coscienza della realtà, anche nel confronto con la situazione dell'America Latina.

Nel 1958 ritorna in Colombia, con il proposito di sposare Mercedes, la fidanzata della sua gioventù, e l'anno successivo quando si afferma la Rivoluzione socialista cubana accetta di lavorare con l'agenzia di stampa Prensa Latina, che aveva il compito di controinformare l'opinione pubblica del mondo sulla condizione di vita dei popoli in America Latina.

Nel 1961 lascia il giornalismo, per dedicarsi completamente a scrivere, ritrovandosi ancora in gravi difficoltà economiche. La sua opera inizia con una serie di piccoli racconti, fra cui 'Foglie morte' ( La Hojarasca), che apre la prospettiva del suo fantastico, umano e prodigioso mondo letterario.

Così nasce Macondo con i suoi abitanti, che acquisterà sempre più significato nelle successive opere come 'Nesssuno scrive al colonnello', nel quale l'autore descrive il dramma del suo principale personaggio il colonnello Aureliano Buendia, che passa gli ultimi anni della vecchiaia in attesa di una lettera per il riconoscimento sociale della sua passata esperienza di guerriero idealista e per il beneficio della pensione. Ma l'attesa rimane vana, e alla fine il colonnello decide di dedicarsi con amore alla cura dei galli da combattimento, e non pensarci più.

Seguono le novelle 'I Funerali della mamma grande' e ' L'ora fatale' (' La mala ora'), quest'ultima con il tema della guerriglia e della guerra civile in Colombia.

Gabriel Garcia Marquez può essere considerato un profeta dell'America Latina e in particolare del suo Paese pieno di sole e natura. Il suo assiduo e quotidiano lavoro confluisce nel 1967 nel romanzo più conosciuto 'Cento anni di solitudine', ispirato ai romanzi di Balzac, Faulkner e Camus nei quali lo scrittore scopriva il tema della solitudine dell'uomo e della assurdità del vivere come sua conseguenza e principio.

'Cento anni di solitudine' è la storia di uno sperduto popolo latinoamericano che trascorre una esistenza lontana dal progresso, concentrata nella famiglia e nei suoi profondi affetti, nel lavoro dei campi, nel rispetto e nell'eguaglianza fra gli uomini. A Macondo non si conoscevano le ingiustizie sociali e la concorrenza che suscita la guerra: Macondo era un paradiso.

Lì arriva dal lontano Oriente un uomo di nome Melquiades che fà conoscere la calamita e il dagherrotipo, e stupisce gli abitanti con le dimostrazioni pubbliche del loro uso.

Arrivano anche gli zingari, portano il ghiaccio, e tutti lo vanno a conoscere sotto il loro tendone; essi sono ancora dei mercanti onesti.

Melquiades e loro non rappresentano solo i primi stranieri, ma anche gli iniziatori della scienza, e le novità che portano rendono curiosi e felici gli abitanti, ma non Aureliano Buendia che vi percepisce un inquietante messaggio di dolore, comincia a chiedersi il significato della vita, e ad isolarsi.

Le insidie iniziano attraverso aspetti apparentemente insignificanti, come l'arrivo di un commissario di governo, don Apolinar Moscote, e dei militari al suo seguito.

Il romanzo prende una grande forza di immaginazione e creazione con il personaggio di Aureliano Buendia e la sua famiglia; egli è il rappresentante morale del popolo, la sua guida specialmente nelle decisioni più difficili. Così conosciamo Ursula, Amaranta, Remedios e i suoi figli: ognuno è diverso dall'altro pur negli stessi sentimenti, e tutti sono importanti perche' Gabriel Garcia Marquez sà farceli conoscere e ascoltare nei loro pensieri più segreti, nelle aspirazioni più vere. Tutti, pur vivendo nella grande famiglia patriarcale, hanno una caratteristica comune: la solitudine.

Lo scrittore non isola però mai i suoi personaggi, essi sono la realtà di Macondo, la sua Storia; lavorano, lottano, muoiono, ma la loro vita non è mai un 'concetto', essi sono la vita stessa.

A Macondo arriva poi il padre Nicanor, con la missione di convertire la gente del Paese; arriva anche una Compagnia nordamericana che occupa le distese di banano che circondano Macondo: si vedono le prime automobili, il treno, il telefono, le case di zinco, il lusso degli indumenti, le esigenze estetiche che probabilmente hanno formato il bisogno di essere ricchi e sempre più, per non rimanere indietro. C'è una memorabile frase di Ursula, la madre vecchia di tutti i Buendia: 'Dio mio facci diventare poveri come eravamo quando abbiamo fondato Macondo, che non ti venga in mente nell'altra vita di rifarti su di noi per questo sperpero! '.  Il denaro dunque diventa il comune denominatore dei rapporti umani e della felicità.

La presenza della compagnia bananiera oltre a questi profondi cambiamenti sociali, spirituali, materiali, e' stata la causa (come accennato all'inizio) dell'orribile eccidio di 3000 lavoratori in sciopero. Gabriel Garcia Marquez così scrive: 'Il capitano diede l'ordine di fuoco, e quattordici nidi di mitragliatrici risposero all'istante. Ma tutto sembrava una farsa. Era come se le mitragliatrici fossero state caricate da fuochi pirotecnici, perchè si udiva il loro affannoso crepitìo, e si vedevano gli schizzi incandescenti, ma non si percepiva la benchè minima reazione, nè una voce, nemmeno un sospiro tra la folla compatta che sembrava pietrificata da una invulnerabilità istantanea. Improvvisamente da un lato della stazione un grido di morte lacero' l'incanto.' Aaaahi! madre mia !'.

In questa parte il romanzo ha una forza sociale straordinaria per la semplicità del linguaggio unita alla realtà del fatto. Dopo la strage, la compagnia bananiera rientra negli Stati Uniti, allora a Macondo ritorna la calma, ma piena di solitudine e desolazione, nel ricordo di un passato che vi ha lasciato una impronta dolorosa.

Comincia il periodo della decadenza: piove per quattro anni, il villaggio viene sommerso dal fango, gli abitanti passano il tempo in casa, dormono, mangiano, vedono cadere la pioggia; i vecchi ormai sono quasi tutti morti, il volto del paese è completamente mutato, in ogni luogo è tristezza. Anche nella numerosa famiglia Buendia rimangono solo i cugini Amaranta Ursula e Aureliano, che si amano disperatamente e generano un bambino con la coda di maiale, che muore divorato dai topi.

Aureliano scopre infine nel libro di Melquiades il vecchio segreto della profezia che nessuno era riuscito a scoprire in cento anni, la profezia della distruzione di Macondo, della sofferenza e del destino di un popolo condannato a vivere miseramente.

'Macondo era già un pauroso vortice di polvere e macerie, centrifugato nella collera dell'uragano biblico': Gabriel Garcia Marquez si riferisce ai cento anni di solitudine del nostro popolo, della nostra pseudo indipendenza colombiana, di odio, di guerra, di amore, di tutto il processo storico con le controversie, le assurdità, il militarismo spietato, l'onnipotenza di poche famiglie che dominano un intero popolo.

Se e' certo che il romanzo può essere per i lettori europei un po' complicato nella sua interpretazione storica o nel suo obbiettivo sociale, non accade lo stesso per l'America Latina, dove Macondo può essere Huamaca in Argentina, San Josè in Venezuela, Zocalo in Messico o Tumbes in Ecuador.

Gabriel Garcia Marquez nella sua singolare forma letteraria và al di là delle regole del tempo e dello spazio, inserisce i suoi personaggi in mondi inverosimili, irreali, ma questa fantasia spesso diventa realtà evidente, compenetrata nella loro vita, e lacerante. Come nel caso di Melquiades che anche da morto continua a partecipare alle riunioni con i Buendia, o Remedios che vola in cielo con tutto il corpo.

Un altro importante aspetto è il ruolo riparatore che hanno le donne nell'equilibrare le situazioni avverse, come fanno Amaranta, Ursula, Remedios, Fernanda, Petra Cotes.

Mentre gli uomini sono avventurieri e idealisti, non accettano la realtà in cui vivono, come Aureliano Buendia e i suoi figli.

'Cento anni di solitudine' lascia il valido messaggio della problematica sociale unita al ruolo della cultura e della letteratura. L'identificazione e la sensibilità che Gabriel Garcia Marquez ha avuto nello scrivere questo romanzo  sono serviti  perchè,  attraverso di esso, si sono conosciuti e illuminati aspetti importanti del nostro popolo.  Dovrebbe essere questa la principale funzione della letteratura, intesa come liberazione.

L'8 dicembre 1982 a Stoccolma e' stato consegnato allo scrittore il premio Nobel e in quella felice occasione Gabriel Garcia Marquez  ha fatto un discorso memorabile che è poco conosciuto: una fotografia vivente, un insieme di storia, sociologia, letteratura che potrebbe dirsi un testamento antropologico dell'America Latina.

Inizia testualmente in questo modo:

'Antonio Pigafetta, un navigatore fiorentinoo che accompagnò Magellano nel primo viaggio intorno al mondo, scrisse - al suo passaggio per la nostra America meridionale- una cronaca rigorosa che tuttavia sembra una avventura della immaginazione. Raccontò di aver visto maiali con l'ombelico sul dorso, e alcuni uccelli senza zampe le cui femmine covavano sulle spalle del maschio, e altri simili a pellicani senza lingua i cui becchi sembravano cucchiai. Raccontò che aveva visto un animale con testa e orecchie di mula, corpo di cammello, zampe di cervo e nitrito di cavallo. Raccontò che al primo indigeno che incontrarono in Patagonia mostrarono uno specchio e che quel gigante eccitato perse l'uso della ragione per la paura della propria immagine. Questo libro breve e affascinante, in cui già si intravedono i germi dei nostri romanzi di oggi, non è altro che la testimonianza più stupefacente della nostra realtà di quei tempi.

I cronisti delle Indie ce ne diedero innumerevoli altri. El Dorado, il nostro Paese illusorio tanto bramato, figurò su numerose mappe per lunghi anni, cambiando di luogo e di forma secondo la fantasia dei cartografi. Alla ricerca della fonte della eterna giovinezza, il mitico Alvar Nunez Cabeza de Vaca esplorò per otto anni il nord del Messico, in una spedizione di caccia, i cui membri si mangiarono uno con l'altro e di cui arrivarono solo cinque dei seicento che l'avevano intrapresa. Uno dei tanti misteri che mai furono decifrati è quello delle undicimila mule cariche di cento libbre di oro ognuna, che un giorno uscirono dal Cuzco per pagare il riscatto di Atahualpa e mai arrivarono alla loro destinazione. Più tardi, durante la epoca della colonia, a Cartagena delle Indie si vendevano galline allevate in terra di alluvione, nelle cui viscere si trovavano pietruzze di oro. Questo delirio aureo dei nostri fondatori ci perseguitò fino a poco tempo fà. Solo nel secolo passato la missione tedesca che studiava la costruzione di una ferrovia interoceanica attraverso l'istmo di Panama concluse che il progetto era possibile a condizione che i binari non fossero di ferro, metallo scarso nella regione, ma fatti di oro.

Il generale Antonio Lopez De Santana, che tredici volte dittatore del Messico, fece sotterrare con magnifici funerali la gamba destra che aveva perso nella cosidetta guerra dei pasticcini. Il generale Garcia Moreno governò l'Ecuador per sedici anni come un monarca assoluto, e il suo cadavere fu vegliato con la sua uniforme di gala e la corazza delle sue medaglie, seduto sulla sua sedia presidenziale. Il generale Massimiliano Hernandez Martinez, il despota teosofo del salvadoro che fece sterminare in una barbara mattanza trentamila contadini, aveva inventato un pendolo per scoprire se gli alimenti erano avvelenati e fece coprire di carta rossa la illuminazione pubblica per combattere una epidemia di scarlattina. Il monumento al generale Francisco Morazan, eretto nella piazza centrale di Tegucicalpa, è in realtà una statua del maresciallo Ney comprata a Parigi in un deposito di sculture usate.

Undici anni fà uno dei più grandi poeti del nostro tempo, il cileno Pablo Neruda, illuminò questo ambito con la sua parola. Nelle buone coscienze d'Europa e a volte anche in quelle cattive da allora hanno fatto irruzione con più impeto che mai le notizie fantastiche dell'America Latina, questa patria immensa di uomini allucinati e donne storiche, la cui cocciutaggine senza fine si confonde con la leggenda.

Non abbiamo avuto un istante di calma. Un presidente prometeico trincerato nel suo palazzo in fiamme morì combattendo solo contro un intero esercito, e due disastri aerei sospetti e mai chiariti si sono presi la vita di un altro di cuore generoso, e quella di un militare democratico che aveva restaurato la dignità del suo popolo. In questo periodo ci sono state cinque guerre e diciassette colpi di stato, ed è sorto un dittatore luciferino che in nome di Dio porta a termine il primo etnocidio del nostro tempo.

Intanto morivano prima di compiere i due anni venti milioni di bambini latinoamericani, che sono più di quanti ne sono nati in Europa occidentale dal 1970.  I desaparesidos a causa della repressione sono quasi centoventimila, il che sarebbe come se oggi ignorassimo dove sono tutti gli abitanti della città di Uppsala. Numerose donne arrestate incinte hanno partorito nelle carceri argentine, ma ancora si ignora dove sono e l'identità dei loro figli, che furono dati in adozione clandestina o internati in orfanatrofi dalle autorità militari.

Per non volere che le cose continuassero così sono morte circa duecentomila donne e uominiin tutto il continente, e più di centomila sono periti in tre piccoli e volenterosi Paesi dell'America centrale: Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Se questo fosse successo negli Stati Uniti, la cifra in proporzione sarebbe di un milione e seicentomila morti violente in quattro anni.

Dal Cile, paese di tradizioni ospitali, sono fuggite un milione di persone: il 10 per cento della sua popolazione. L'Uruguay, una minuscola nazione di due milioni e mezzo di abitanti che veniva considerato il paese più civilizzato del Continente, ha perso nell'esilio uno ogni cinque cittadini. La guerra civile in Salvador ha causato dal 1979 quasi un rifugiato ogni venti minuti. Il paese che potesse avere tutti gli emigrati forzati dell'America Latina avrebbe una popolazione più numerosa della Norvegia.

Oso pensare che è questa realtà smisurata,  e non solo la sua espressione letteraria, quella che quest'anno ha meritato l'attenzione dell'Accademia svedese delle lettere. Una realtà che non è quella della carta ma che vive con noi e determina ogni istante delle nostre innumerevoli morti quotidiane, e che produce una fonte di creazione insaziabile, piena di disgrazie e di bellezza, della quale questo colombiano errante e nostalgico non è altro  che una cifra in più segnalata dalla sorte. Noi - poeti e mendicanti, musicisti e profeti, guerrieri e malandrini, tutte le creature di quella realtà smisurata - abbiamo dovuto chiede molto poco alla immaginazione, perchè la sfida più grande per noi è stata la insufficenza delle risorse convenzionali per fare credibile la nostra vita. Questo è, amici, il nodo della nostra solitudine.

E se queste difficoltà  creano problemi a noi, che siamo della loro essenza, non è difficile capire che i talenti razionali di questo lato del mondo , estasiati nella contemplazione delle proprie culture, siano privi di un metro per interpretarci. E' comprensibile che insistano nel misurarci con lo stesso metro con cui misurano se stessi, senza ricordare che le rovine della vita non sono uguali per tutti, e che la ricerca della propria identità è tanto ardua e sanguinosa per noi come lo fù per loro. L'interpretazione della nostra realtà con schemi diversi contribuisce solo a renderci sempre più sconosciuti , ogni volta meno liberi, ogni volta più solitari.

Forse la venerabile Europa sarebbe più comprensiva se cercasse di vederci nel suo stesso passato. Se ricordasse che Londra ebbe bisogno di trecento anni per costruire il suo primo muro e di altri trecento per avere un vescovo, che Roma si dibattè nelle tenebre della incertezza per venti secoli prima che un re etrusco la introducesse nella storia, e che ancora nel secolo XVI i pacifici svizzeri di oggi, che ci rallegrano con i loro formaggi teneri e i loro impavidi orologi, insanguinarono l'Europa con i soldati di ventura. Ancora nell'apogeo del Rinascimento, dodicimila lanzichenecchi al soldo degli eserciti imperiali saccheggiarono e devastarono Roma, e passarono al fil di spada ottomila dei suoi abitanti.

Non pretendo di incarnare le illusioni di Tonio kruger, i cui sogni di unione tra un nord casto e un sud appassionato esaltava Thomas Mann cinquantatre anni fà in questo luogo. Ma credo che gli europei di spirito chiarificatore, quelli che anche quì lottano per una patria grande più umana e più giusta, potrebbero aiutarci meglio se rivedessero  a fondo il loro modo di vederci. La solidarietà con i nostri sogni non ci farebbe sentire meno soli se non si concretasse con atti di appoggio legittimo ai popoli che si assumono l'illusione di avere una vita propria nella spartizione del mondo.

L'America Latina non vuole nè deve essere un alfiere senza arbitro, nè c'è nulla di chimerici se i suoi disegni di indipendenza e originalità diventano una aspirazione occidentale.

Ciò nonostante, i progressi della navigazione che hanno ridotto tante distanze tra le nostre Americhe e l'Europa sembrano avere aumentato  invece la nostra distanza culturale.

Perchè l'originalità che ci si concede senza riserve nella letteratura la si nega con ogni tipo di sospetto ai nostri tentativi così difficili  di cambiamento sociale? Perchè pensare che la giustizia  sociale che gli europei avanzati cercano di imporre nei loro paesi non possa essere anche un obiettivo latinoamericano con metodi diversi in condizioni differenti? No: la violenza e il dolore smisurati  della nostra storia sono il risultato di ingiustizie secolari e amarezze innumerevoli, e non un complotto ordito a tremila leghe dalla nostra casa. Ma molti dirigenti e pensatori europei lo hanno creduto, con l'infantilismo dei nonni che hanno dimenticato le pazzie fruttifere della loro gioventù, come se non fosse possibile altro destino che vivere alla mercè dei due grandi padroni del mondo. Questa è, amici, la dimensione della nostra solitudine.

Tuttavia, di fronte all'oppressione, al saccheggio e all'abbandono, la nostra risposta è la vita.

Nè i diluvi, nè le pesti, nè le carestie, nè i cataclismi, neppure le guerre eterne attraverso i secoli e i secoli sono riusciti a ridurre il vantaggio della vita sulla morte. Un vantaggio che aumenta e accellera: ogni anno ci sono settantaquattro altri milioni di nascite in più rispetto alle morti, una quantità di nuovi vivi come se la popolazione di New York  aumentasse sette volte ogni anno. La maggior parte di loro nascono nei paesi con meno risorse, e tra questi, naturalmente, quelli dell'America Latina.

Invece i paesi più prosperi sono riusciti ad accumulare sufficiente potere di distruzione da annichilire cento volte non solo tutti gli esseri umani, ma la totalità degli esseri viventi che sono passati per questo pianeta di infortuni.

In un giorno come questo il mio maestro, William Faulkner, disse in questo luogo: 'Mi nego ad ammettere la fine dell'uomo'.  Non mi sentirei degno  di occupare questo luogo che è stato suo se non avessi la coscienza  piena che, per la prima volta dalle origini della umanità, il disastro colossale che egli negava di ammettere trentadue anni fà é ora niente più di una semplice possibilità scientifica.

Davanti a questa spaventosa realtà che attraverso tutto il tempo umano dovette sembrare un'utopia noi, inventori di favole che crediamo tutto, sentiamo il diritto di credere che non é ancora troppo tardi per intraprendere la creazione dell'utopia contraria, una nuova e devastatrice utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri persino il modo di morire, dove sia davvero vero l'amore e sia possibile la felicità e dove le stirpi condannate a cento anni di solitudine abbiano alla fine e per sempre una seconda opportunità sulla terra.

Ringrazio l'Accademia delle Lettere di Svezia di avermi concesso un premio che mi mette insieme a molti di coloro che orientarono e arricchirono i miei anni di lettore e di quotidiano celebrante di quel delirio senza appello che è il lavoro di  scrivere. I loro nomi e le loro opere mi si presentano oggi come ombre tutelari ma anche come l'impegno, spesso sfiancante, che si acquisisce con questo onore. Un duro onore che in essi mi è sembrato di semplice giustizia, ma che in me percepiscono come una in più di quelle lezioni con cui il destino  di solito ci sorprende, e che rendono più evidente la nostra condizione di giocattoli di un caso indecifrabile, la cui unica e desolante ricompensa è di solito , la maggioranza delle volte, l'incomprensione e la dimenticanza.

Per questo è del tutto naturale che mi sia chiesto, là in quel posto segreto dove di solito rovistiamo nelle verità più essenziali che formano la nostra identità, qual'è stato il sostegno costante della mia opera, che cosa può aver richiamato l'attenzione di questo tribunale di arbitri tanto severi in modo così importante.

Confesso, senza falsa modestia, che non mi è stato facile trovare la ragione, ma voglio credere che sia stata la stessa che io avrei desiderato.

Voglio credere, amici, che questo sia, una volta ancora,un omaggio che si tributa alla poesia. Alla poesia per la cui virtù l'inventario incredibile delle navi che il vecchio Omero contò nella sua Iliade sia visitato da un vento che la spinge a navigare con la sua velocità senza tempo e allucinata.

La poesia che sostiene, nel sottile traliccio delle terzine di Dante, tutta la fabbrica densa e colossale del Medio Evo. La poesia che con tale e miracolosa totalità riscatta  la nostra America sulle alture di Machu Pichu di Pablo Neruda il grande, il più grande, e dove stillano la loro tristezza millenaria i nostri migliori sogni senza uscita.

La poesia, infine, quell'energia segreta della vita quotidiana, che cuoce i ceci nella cucina e contagia l'amore e ripete le immagini negli specchi.

 In ogni riga che scrivo cerco sempre, con maggiore o minore fortuna, di invocare gli spiriti schivi della poesia, e cerco di lasciare in ogni parola la testimonianza della mia devozione alle sue virtù di divinazione, e alla sua permanente vittoria contro i sordi poteri della morte.

Il premio che ho appena ricevuto lo ritengo, con tutta umiltà, la consolante rivelazione che il mio impegno non è stato vano.

Per questo invito tutti voi a brindare per quello che un grande poeta delle nostre Americhe, Luis Cardoza y Aragon, ha definito l'unica prova concreta dell'esistenza dell'uomo: la poesia.

Molte grazie '

Gabriel Garcia Marquez muore a Citta' del  Messico il 17 aprile 2014, nella sua abitazione a Pedregal de San Angel, dopo una lunga malattia.  Una volta , una giornalista europea gli chiese che cosa pensava della morte e lui ironicamente le rispose: 'che dispiacere ! é l'unica cosa che non potrò scrivere...'

Ultima modifica ilSabato, 31 Luglio 2021 12:43
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