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L'eco di Democrito nel “progressismo” contemporaneo

L'eco di Democrito nel “progressismo” contemporaneo

di Maddalena Celano

Per quanto riguarda il rapporto tra eleatismo e atomismo, ci sono in definitiva due interpretazioni. Da un lato c'è l'interpretazione che postula l'esistenza di un rapporto di continuità tra Parmenide e Democrito. Dall'altro c'è l'interpretazione che sostiene l'esistenza di un rapporto di discontinuità o di rottura. Nella presente indagine prenderemo posizione a favore dell'interpretazione che postula un rapporto di rottura - e quindi di radicale differenza - esistente tra le due correnti filosofiche.

Democrito nacque ad Abdera (Tracia) intorno all'anno 494 a.C. Fu discepolo, secondo Diogene Laerzio, di "alcuni magi caldei, poiché il re Serse, quando soggiornò nella casa del padre di Democrito, vi lasciò dei saggi, secondo Erodoto, insegnanti di teologia e di astronomia". In seguito percorse diversi luoghi, trovando in essi diversi e ricchi materiali teorici che stavano forgiando la sua posizione filosofica: raggiunse l'Etiopia e Babilonia, dove si relazionò con astrologi e maghi; fu in Persia, dove conobbe i caldei; in India prese contatto con gimnosofisti, e in Egitto imparò la geometria dai sacerdoti locali. Ad Atene risiedette per diversi anni, dedicandosi allo studio, ma a causa del suo disprezzo per la fama, racconta Diogene Laerzio, non si fece riconoscere. Il viaggio attraverso queste lunghe strade, piene di avventure e piene di conoscenza, lo portarono a un lavoro vario e vasto, facendo di "Democrito uno degli scrittori più prolifici di tutta l'antichità”. Insieme alle conoscenze apprese nei suddetti viaggi, il personaggio chiave della formazione filosofica di Democrito, grazie alla quale entra nel teatro filosofico, è Leucippo (nato intorno al 500 a.C., presumibilmente a Mileto), che avrebbe scritto un'opera intitolata Grande cosmologia, nella quale pose le basi dell'"atomismo", che furono riprese e sviluppate, quasi parallelamente, da Democrito nella sua Piccola Cosmologia.

 Leucippo, secondo Simplicio, "partecipò alla filosofia di Parmenide, ma non seguì lo stesso percorso...”. Leucippo visitò Elea, la piccola città-colonia dell'Italia meridionale, teatro delle avventure di Parmenide, di Zenone, di Senofane... e anche dei Pitagorici. Ed è in questo incontro tra Leucippo e la filosofia eleatica da cui scaturì la corrente "atomista" (come l'ha chiamata la tradizione), il cui corso seguì Democrito. Riguardo agli elementi e alle relazioni che questo incontro filosofico ha messo in scena, ci sono, in definitiva, due interpretazioni. Da un lato c'è l'interpretazione che postula l'esistenza di un rapporto di continuità tra Parmenide e Democrito: il terreno o l'elemento che calpestano è lo stesso, al di là o al di là dell'ordine differenziale in cui questi filosofi hanno i concetti; In tal modo si può stabilire una linea genealogica di pensiero: «Parmenide fu discepolo di Senofane; Zenone fu suo discepolo, e poi Leucippo, e Democrito», formulò Clemente Alessandrino. Dall'altra c'è l'interpretazione che sostiene l'esistenza di un rapporto di discontinuità o di rottura: sebbene, come sostiene Simplicio, Leucippo abbia partecipato alla filosofia eleatica, non ha seguito la sua strada. Apparentemente, Leucippo, e soprattutto Democrito, "fondarono" la loro teoria su un elemento completamente diverso dall'Eleatismo, allo stesso modo di Temistocle, "nel momento in cui Atene fu minacciata di distruzione, radunò gli Ateniesi e li invitò a partire e fondare una nuova Atene su un nuovo elemento: il mare”. Nella presente indagine prenderemo posizione a favore dell'interpretazione che postula un rapporto di rottura - e quindi di radicale differenza - esistente tra eleatismo e atomismo. L'esperienza per cui l'ontologia, dalla sua disposizione parmenidea, diventa portico di un tempio in rovina, è la seguente: ciò che si presenta è essenzialmente molteplice, ciò che si presenta è essenzialmente uno. Detto schematicamente, Parmenide mostra le uniche due vie possibili attraverso le quali il pensiero possa viaggiare: o è essere o è non-essere. La rivelazione, attraverso un rigoroso procedimento argomentativo, dissolve l'alternativa, eliminando la possibilità che il non-essere sia, e che essere e non-essere siano allo stesso tempo, rimane solo l'essere. Non ci fermeremo a spiegare la struttura logica, si desidera solo evidenziare alcune caratteristiche dell'essere parmenideo, e della pratica filosofica avviata da Parmenide, per dar conto della distanza presa da Democrito, una distanza che apre un divario tra lui e l'eleatismo. Questo cambiamento linguistico porta l'avvento di una nuova nozione di essere: non ci si riferisce alle cose diverse che l'esperienza umana cattura, ma all'oggetto intelligibile del logos, cioè della ragione che si manifesta attraverso il linguaggio conforme alle proprie esigenze di non contraddizione. Questa astrazione di un essere puramente intelligibile, che esclude la pluralità, la divisione, il cambiamento, si costituisce in opposizione al reale sensibile e al suo perpetuo divenire. Questa profonda trasformazione della nozione di essere "inaugura" la storia della complicità ferrea tra logos ed essere, tra l'essenza delle cose e la loro lettura, che non è altro che la storia della verità. È necessario evidenziare la seguente idea, che svilupperemo in un lavoro futuro: una volta attraversato il portico, ha preso forma un certo modo di leggere la realtà, dominante fino ad oggi.

 Ora, cos'è che ha determinato l'emergere di questo concetto, visto che non è nato dalla testa di Parmenide come Atena nacque dalla testa di Zeus? Per George Thomson, questo nuovo concetto filosofico dell'essere, che rompe con il concetto forgiato dai filosofi ionici, è il risultato dell'imposizione di categorie di pensiero derivate dalla produzione di merci. Queste categorie, applicate alla sfera della società, si espandono e si imprimeranno sulla natura stessa, in virtù di un crescente processo di feticizzazione della merce. L'Uno di Parmenide, insieme all'idea successiva di sostanza, si può descrivere, per entrambi, come riflesso o proiezione della sostanza del valore di scambio. In contrasto con questa tesi, Jean-Pierre Vernant sostiene che il concetto non nasce dalla traduzione dell'astrazione monetaria (la cosa come merce) al laboratorio filosofico, ma dal ruolo decisivo svolto, da un lato, dalla riflessione matematica (la scienza), il cui metodo acquista valore di modello, e, dall'altro, dalle trasformazioni in atto ai diversi livelli della formazione sociale greca: istituzioni politiche, diritto, ideologia. Ora, sebbene la scienza e la politica (in senso lato) abbiano determinato l'elaborazione di questo concetto di essere, ciò non significa che la filosofia sia un mero riflesso di queste pratiche. La filosofia, se traduce aspirazioni generali, pone problemi che non le appartengono più di sé stessa: la natura dell'essere, rapporti tra l'essere e il pensiero. Per risolverli è necessario che si elaborino i suoi concetti, che costruisca la propria razionalità. Occorre poi sottolineare che questa specificità della pratica filosofica produce importanti effetti concreti sulle altre pratiche (o livelli), e sui rapporti tra di esse. Per rendere conto di questo effetto, segnaliamo brevemente tre operazioni filosofiche che entrano in gioco con Parmenide. Separare la verità dall’ apparenza, tra ciò che è e ciò che non è, è un certo modo di disporre o distribuire gli elementi discussi all'interno dello spazio filosofico. Questo spazio, grazie all'effetto dell'operazione filosofica di distinzione e differenziazione, distingue e differenzia, da un lato, il modo che informa l'essere, e dall'altro lato, il sentiero opaco del non-essere. Successivamente, o meglio, nello stesso movimento di distinzione, la pratica filosofica riordina gli elementi in modo gerarchico. Così, sebbene l'opera di Parmenide "a volte sia linguisticamente oscura e difficile; nel suo contenuto, manifesta un incomparabile dominio sovrano del logos sulle cose". La terza operazione, che culmina il lavoro di distinzione e gerarchia, corrisponde all'autocollocazione della filosofia: la filosofia si assegna un posto preponderante nell'ordinamento degli elementi: il luogo che detiene l'intelligibilità dell'essere; poiché il logos, il senso dell'essere, si manifesta attraverso la filosofia secondo le proprie esigenze di non contraddizione.

Queste tre operazioni configurano la natura di una certa pratica della filosofia che "può, con Heidegger, qualificarsi come occidentale, poiché ha dominato il nostro destino fin dai Greci, e come logocentrica, poiché identifica la filosofia con una funzione di logos preposta al pensiero". Ebbene, quali effetti ha questa filosofia sulle altre pratiche? Uno degli effetti principali è la costituzione e lo sviluppo di una concezione di "società" intesa come Totalità-Uno, simile alla "massa di una sfera ben rotonda, ugualmente equilibrata dal centro in tutte le direzioni". Il posto e la funzione di ogni parte della totalità, cioè di ogni pratica esistente in una società, sono fissati in anticipo come espressione dell'essenza statica della totalità. Le parti coesistono nello stesso tempo: il presente eterno. Pertanto, qualsiasi negatività o rottura che erutta da una o più pratiche (dalla scienza o dalla politica per esempio) non intacca né sposta minimamente l'unità sociale assicurata dal principio trascendente, suscitato dalla filosofia... e anche dalla religione. Naturalmente, una tale concezione consente di riprodurre uno 'stato di cose'.

  Ebbene, che rapporto stabilisce Democrito con la nuova nozione di essere dettata da Parmenide? A partire da Aristotele l'interpretazione predominante ha ritenuto che vi sia una chiara connessione tra eleatismo e atomismo, poiché il lavoro di quest'ultimo consisteva nel riconciliare le caratteristiche dell'essere scoperto da Parmenide, con le caratteristiche dell'essere affermato sia dai filosofi ionici (movimento, mutamento, ecc.), sia dai sensi. In questo senso Aristotele fa notare che: «concordando, da un lato, con i fenomeni e, dall'altro, con coloro che detengono (solo) l'esistenza dell'uno perché il movimento non potrebbe esistere senza il vuoto, dice (Leucippo) che il vuoto è non-essere e che nulla di ciò che è, è non-essere, poiché ciò che realmente è, è assolutamente pieno. Ma questo non è uno, ma infinito nella sua quantità e invisibile per la sua piccolezza”. La parola atomo, scoperta da Leucippo e Democrito, significa e indica qualcosa di indivisibile, senza tagli, senza fessure, solido e pieno, quindi impenetrabile. In questo modo gli atomi sono concepiti con le stesse caratteristiche dell'Uno di Parmenide, ma con la differenza che sono infiniti. Insieme al concetto di atomo, Democrito postula il concetto di vuoto come condizione per il movimento e la pluralità degli atomi. A differenza dell'Eleatismo, movimento e pluralità sono affermati dall'esistenza, tra un atomo e l'altro, del vuoto. Con questi due principi Democrito supera assumendo l'Eleatismo.

     Alla fine del 1674, Baruch Spinoza e Hugo Boxel, mantennero una breve corrispondenza, in cui discutevano dell'esistenza degli spiriti e del dio. Dopo che entrambi hanno svolto una serie di importanti riflessioni su questi argomenti, Boxel scrive a Spinoza: "Non conosco il tuo Dio né cosa intendi con la parola Dio", e più avanti nella stessa lettera: "tutti i filosofi, sia antichi che moderni, si credono convinti dell'esistenza degli spiriti: Plutarco ne è testimone nei trattati sulle opinioni dei filosofi e sul genio di Socrate; gli Stoici, i Pitagorici, i Platonici, i Peripatetici, l'Empedocle, Massimo di Tiro, Apuleio e altri. Tra i filosofi moderni nessuno nega l’esistenza degli spiriti". Boxel risponde: “L'autorità di Platone, Aristotele e Socrate non vale molto per me. Mi sarei stupito se tu avessi addotto Epicuro, Democrito, Lucrezio o uno degli atomisti e difensori degli atomi. Perché non è sorprendente che ciò che hanno inventato le qualità nascoste, le specie intenzionali, le forme sostanziali e mille altre sciocchezze, abbiano escogitato i fantasmi e i folletti ...". L'invisibile è escluso dalla problematica teorica di Boxel. Per illustrare la differenza, Spinoza allude ai dati storici, forniti da Diogene Laerzio, che narrano l'intenzione di Platone di bruciare tutti gli scritti di Democrito da lui raccolti. La storia – narrata da Laerzio - racconta che Platone non poté realizzare il suo scopo, perché scoraggiato dai pitagorici Amicla e Clinia. Perciò giunse alla conclusione che era impossibile bruciare tutti i libri di Democrito perché erano già ampiamente disseminati. Ai fini di questo lavoro non tratterò il complesso problema del rapporto di Platone con l'atomismo. Il punto centrale da conservare, del testo di Laerzio, è l'accenno all'esistenza di una feroce opposizione a Democrito. Come sappiamo, l'opposizione all'atomismo non si limita al V e IV secolo a. C, poiché percorre la storia del pensiero fino ad oggi. L'ostilità contro l'atomismo, velata o aperta, si abbatté su Epicuro e Lucrezio; più tardi, "segue un'eclissi di quasi dieci secoli con qualche scorcio o ricordo dell'atomismo, soprattutto nel mondo islamico". Nel Trecento, intorno agli stessi anni in cui Democrito apparve davanti a Dante - nel castello dei grandi spiriti dove "non si soffriva dei tormenti dell'Inferno né si godeva la presenza di Dio", Nicolas d'Autrecourt, "atomista dichiarato, influenzato in filosofia da Guglielmo di Ockham" tentò di rompere con la corrente filosofica egemonica. Tuttavia, dopo essere apparso davanti a suo padre, per i suoi "errori" dottrinali, i suoi scritti furono bruciati. Nel 1473, con la pubblicazione del libro di Lucrezio De rerum natura, l'atomismo rinasce, e iniziano a circolare su diverse strade, come quelle tracciate da Giordano Bruno, Galileo, Hariot, Bacon, Hobbes, etc.

Quali sono le ragioni di questo profondo rifiuto? Uno dei motivi sono gli effetti prodotti dall'operazione filosofica di smantellamento, operata dall'atomismo, del trascendentalismo. Ciò che Boxel non può perdonare a Spinoza è «l'aver fatto sparire in esse Dio, inteso come trascendente rispetto alle cose, facendo in modo che la sua volontà sia né più né meno di ciò che esiste, che a sua volta, non avendo né intenzione fondatrice né fine ultimo, diventa nelle parole di Boxel un 'mostro'". Riguardo alla problematica atomistica, la cosa mostruosa per la teologia e per la relativa filosofia è affermare, come fanno i materialisti, il primato della materia (atomi) e del vuoto sull'idea, sullo spirito, sulla coscienza, su Dio, ecc. Come argomenta Aristotele nella Metafisica, per Leucippo e Democrito il pieno, 'ciò che è', e il vuoto, 'ciò che non è', "sono le cause delle cose che sono, (intendendo 'causa') come materia". Per spiegare questo primato della materialità sull'idea, che è la dimensione del significato, Aristotele si basa su un'analogia - molto probabilmente proposta dallo stesso Democrito - con il linguaggio. Alla domanda, qual è la causa della differenza tra le cose? La risposta dice: la differenza tra gli atomi. Ora quali sono le differenze tra gli atomi? Aristotele afferma che queste differenze sono: di figura, di ordine e di posizione, «poiché dicono che l'essere si differenzia solo per 'struttura' (rhytmos), 'contatto' (diathigé) e 'direzione' (tropé); di questi, la struttura è la figura, il contatto è l'ordine e la direzione è la posizione. L'analogia intreccia la seguente sequenza: se l'atomo è come una lettera, si può indicare che un insieme di atomi è come una sillaba, e che un tutto fisico è come una parola. "Il punto comune dell'analogia è la costruzione di unità più complesse da unità non frammentabili. Per una filosofia del Logos (della Parola)," che spiega la formazione del mondo per l'azione di quel supremo intelligibile", ciò che va combattuto è la tesi che la parola, e quindi il significato, sia il prodotto o l'effetto della combinazione di lettere-atomi (particelle minime) senza alcun significato. Ora, le risorse per ristabilire figure trascendentali sono infinite: la storia della scienza può illustrare perfettamente questa situazione; anche prima che le scoperte siano fatte, hai una risposta. Per far fronte a questo ristabilimento, la pratica filosofica 'materialista', come sottolinea Dominique Lecourt nel suo libro Order and Games, non solleva, e questo è centrale, contro la filosofia del Logos (che è la filosofia dell'Ordine) un'altra macchina linguistica” progettata per produrre un'unificazione opposta. "Piuttosto sarebbe un 'anti-macchina che, praticando la filosofia in modo radicalmente diverso, smonterebbe sistematicamente gli ingranaggi della (filosofia dell'unificazione). Procederebbe contro il suo riassorbimento al ripristino delle differenze che si instaurano e si trasformano tra le pratiche sociali nel movimento nel loro intreccio". Ciò detto, Lecourt avverte che il pericolo che incombe sul materialismo è proprio che esso diventi un'altra "macchina" di unificazione, cioè nel "corrispondente simmetrico e invertito dell'idealismo nelle sue diverse forme".

     L'affermazione del primato della materia sul logos presuppone la presenza, nella pratica materialista, dell'operazione filosofica di inversione, consistente nel capovolgere ciò che è: invertire la gerarchia idea-materia. Il pericolo risiede quando il materialismo non articola lo smantellamento degli ingranaggi concettuali che sostengono un cliché. Materia significa tradizionalmente: cosa, realtà, presenza in generale, presenza sensibile, pienezza sostanziale, contenuto, referente, ecc. Come l'idealismo, anche il "materialismo metafisico" svolge un'operazione gerarchica, poiché colloca il concetto di materia al di sopra del trascendentalismo. “Diventa allora un referente ultimo, secondo la logica classica che questo valore referente implica, ovvero una 'realtà oggettiva' assolutamente 'anteriore' a qualsiasi opera, un contenuto semantico o una forma di presenza che garantisca il movimento del testo generale”. Insomma, mettere la materia al posto dello spirito non modifica in alcun modo la problematica filosofica che si intende modificare. Significa riconoscere che, in una contrapposizione filosofica classica, non si ha a che fare con la pacifica convivenza di un vis-à-vis, ma con una violenta gerarchia. Uno dei due termini si impone sull'altro. Decostruire l'opposizione significa, in un dato momento, invertire la gerarchia. Dimenticare questa fase di investimento è dimenticare la struttura conflittuale e subordinata dell'opposizione. Sebbene gli atomi non siano una presenza sensibile, possono essere riconosciuti come una pienezza sostanziale, che è una delle definizioni di materia che abbiamo appena citato. Infatti, la stessa parola atomo, l'indivisibile, indica quella pienezza. Ricordiamo che Democrito eredita questa caratteristica dell'atomo dalla nozione di essere di Parmenide. Seguendo una delle vie interpretative, si può concludere che l'unica differenza tra Democrito e Parmenide risiede nel fatto che il primo concepisce l'essere multiplo (e infinito), e il secondo l'Uno (e finito), che in definitiva ci rimanda alla discussione infinita tra pluralismo v/s monismo.

 L'articolazione si attiva quando, invertendo la gerarchia, si disallinea l'investitura di pienezza sostanziale del concetto di atomo e di materia. In questo senso la teoria del testo, come io lo intendo insieme ad altri, è materialista, se per materia non si intende una presenza sostanziale, ma piuttosto ciò che resiste alla riappropriazione, che è sempre idealistica. Come pensare, allora, alla lettera-atomo apparentemente priva della sua qualità essenziale: essere una sostanza materiale solida e piena? L'indivisibilità dell'atomo segna il limite dell'operazione filosofica di disassemblaggio? Il significato stesso del concetto di atomo implica la determinazione ad essere il referente ultimo della realtà. La pienezza che il concetto esprime stabilisce un limite impossibile da superare per il pensiero. Ebbene, è assolutamente così? No. Sappiamo dalla pratica scientifica che l'atomo non è una sostanza indivisibile, ma una struttura composta da un nucleo atomico e da una nuvola di elettroni; il nucleo a sua volta è una nuova struttura composta da protoni e neutroni. Con queste scoperte, il concetto scientifico di materia ha cambiato il suo contenuto "e cambierà incessantemente nel futuro, perché il processo della conoscenza è infinito nel suo stesso oggetto". Sulla base di queste scoperte si potrebbe argomentare quanto segue: «oggi, quello che la fisica chiama 'atomo' non è più tale, poiché è stato diviso. Ma noi crediamo che Democrito sarebbe sopravvissuto a questo 'parricidio' (come Parmenide sopravvisse a quello di il sofista platonico), poiché avrebbe chiamato 'atomo' ciascuno di quelli risultanti dalla divisione del frustrato 'atomo' diviso”. Democrito parte da un'esperienza di pensiero essenzialmente diversa da quella di Parmenide, da un'esperienza per la quale la differenza (e quindi la pluralità) esiste essenzialmente per il pensiero e come sua condizione. Fin dal primo momento, ciò che afferma Democrito non è l'Uno omogeneo di Parmenide, ma una dualità, sia l'uno che l'altro e, di conseguenza, la differenza; la relazione è l'inizio per lui. Mentre Parmenide pensa l'essere dal punto di vista della pura identità, Democrito lo pensa dal punto di vista della sua struttura, pensa sempre insieme identità e identità: la differenza.

 

 

Ultima modifica ilSabato, 02 Ottobre 2021 16:23
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