Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Le rosse insurrezioni di John

di Tomas Emilio Silvera

Verso la fine del 1800, precisamente il 22 ottobre 1887, nasce a Portland, in Oregon (Usa), lo scrittore John Reed. Suo padre era stato un pioniere dalle idee liberali, amava la pace, non si schierò mai con il Potere, fu licenziato dal lavoro, emarginato e perseguitato fino a morirne. John Reed ereditò da lui lo spirito di ribellione e di coraggio, di fronte alle immense ingiustizie di allora.

Dopo le scuole superiori, riuscì a iscriversi alla Università di Harward, famosa per essere frequentata dai figli di classi ricche e privilegiate dei re del petrolio, del carbone o dell'acciaio.

Ma il carattere socievole, spontaneo e deciso di John Reed lo aiutò a inserirsi in quell’ambiente, nello studio, nello sport come capitano della squadra di polo acquatico e calciatore, negli incontri ricreativi e artistici, fino al punto che organizzò un primo Circolo Socialista.

I professori la considerarono come " una infatuazione giovanile, gli passerà quando varcata la porta del Collegio entrerà nell'arena della vita".

Eppure dopo la laurea nel 1910, spinto dall'entusiasmo e dall'amore verso il prossimo, si dedicò a osservare e descrivere i fatti di cronaca, comporre poesie, racconti e drammi; con il suo originale talento iniziava a farsi apprezzare dalle case editrici, dai giornali e dalle riviste letterarie che gli chiedevano articoli sugli eventi della vita sociale.

Divenne presto " un pellegrino delle grandi strade del globo (...) come l'uccello della tempesta egli era presente dovunque accadesse qualcosa di importante" (dai ricordi dell'amico Albert Khys Williams).

Nella città statunitense di Paterson, New Jersey a fianco dei 10.000 operai tessili in sciopero, o nel Colorado insieme agli schiavi di Rockfeller picchiati e uccisi dalle guardie, lo troviamo con loro.

John Reed al Madison Square Garden di New York allestì una drammatica rappresentazione dal titolo " La battaglia del proletariato di Paterson contro il capitale".

E dal Colorado fece conoscere al mondo le testimonianze dei minatori cacciati insieme ai familiari dalle loro baracche, massacrati e bruciati vivi.  Contro il padrone milionario Rockfeller scrisse queste pubbliche parole: "È colpa delle vostre miniere, dei vostri banditi mercenari, delle vostre guardie armate. Siete degli assassini!"

John Reed è pure in Messico, con i peones insorti al comando di Pancho Villa che si dirigono verso la capitale.

Descrisse sulla rivista "Metropolitan", e in seguito nel suo memorabile libro " Messico insorto", la cronaca della Rivoluzione Messicana, trasmettendo al lettore i suoi sentimenti d'amore non solo verso l'arido paesaggio rosso dei deserti e dei cactus, ma anche e soprattutto verso i suoi umili abitanti sfruttati in forma inimmaginabile dai grandi proprietari e dalla stessa Chiesa Cattolica.

"Li descrisse mentre facevano scendere dai pascoli di montagna le loro mandrie, per unirsi agli eserciti liberatori, li descrisse accoccolati attorno ai falò e combattenti meravigliosi per la terra e per la libertà, malgrado la fame e il freddo, coi piedi nudi e coperti di stracci" (dai ricordi dell'amico Albert Khys Williams).

Quando fece ritorno dal Messico, denunciò la responsabilità delle compagnie petrolifere americane e inglesi, fra loro in lotta, che inviavano armi e denaro per provocare la distruzione e il caos.

Ma John Reed volge la sua inquieta attenzione anche all'Europa attraversata da correnti di guerra imperialista in Francia, Germania, Italia, Turchia, nei Balcani.

Definì la Prima guerra mondiale come un bagno di sangue organizzato dagli imperialisti rivali.

Sulla rivista progressista "Liberator”, per la quale scriveva gratuitamente, espresse riflessioni antimilitariste e considerazioni del tipo questa: " Procurati una camicia di forza per tuo figlio soldato."

Per la sua contestazione, fu accusato di alto tradimento insieme ad altri giornalisti, e condotto davanti ad un severo Tribunale di New York.

Essi riuscirono a difendersi, John Reed ricordò ai giurati e ai presenti quale fosse il dovere della lotta per la rivoluzione sociale, con un drammatico appello contro gli orrori dei quali era stato testimone nelle terre di battaglia; commosse e convinse il Tribunale, i giornalisti furono assolti.

Nel suo primo viaggio in Russia viene arrestato, con l'accusa di aver raccolto prove contro rappresentanti dello Stato zarista nella creazione di pogrom antisemiti.

Riesce a fuggire, e a riprendere la sua infaticabile ricerca della verità, sentendosi coinvolto nella sofferenza che scopriva ovunque.

"Tutto quel caos, quel fango, quei dolori e quel sangue versato offendevano il suo sentimento della giustizia e dei rapporti umani. (...) Cercò la radice di tutti i mali per riuscire ad estirparli" (dai ricordi dell'amico Albert Khys Williams).

Nel 1917 stavano per avvenire fatti decisivi nello scontro di classe e la conquista del potere da parte del proletariato in Russia, e John Reed con sua moglie Louise Bryant erano lì, nelle trincee, nelle manifestazioni, nelle affollate assemblee, intervistando i soldati, i lavoratori, i politici.  Compilavano diari, scrivevano i loro appunti fra i pericoli, viaggiando su autobus pieni di bombe.

Furono presenti nelle barricate, alla entrata vittoriosa di Lenin e Zinoviev a Mosca, alla caduta del Palazzo d'Inverno.

John Reed dopo aver anche raccolto e analizzato le collezioni complete della "Pravda" e della "Isvestia" scrisse un libro sulla questa esperienza unica, " I dieci giorni che sconvolsero il mondo", tradotto in lingua russa dalla moglie di Lenin, e che quest’ultimo raccomandò come lettura educativa della Storia della Rivoluzione per tutti i proletari del mondo, oltre che inserirlo come testo di studio nelle scuole sovietiche.

Il libro raccolse l'ostilità dei fascisti americani; al momento della edizione tentarono più volte di rubare il manoscritto.

John Reed, di fronte alla loro violenza, rivolse al suo editore la seguente dedica:" Al mio editore Horace Liveright che ha corso il rischio di rovinarsi per stampare il mio libro ".

Il tema della Rivoluzione Russa fu osteggiato dalla propaganda nordamericana attraverso gli organi di stampa, le tribune politiche, i documentari improntati su calunnie costruite su falsità.

Ma John Reed non si lasciò intimorire, e come risposta creò una rivista denominata " The Revolucionary age" ("L'Epoca rivoluzionaria"), che successivamente chiamò "Communist".

Viaggiò negli Stati Uniti dove teneva conferenze sulla Rivoluzione, fondò nel cuore del capitalismo " Il Partito operaio comunista", e divenne il direttore dell'organo di stampa comunista " The voice of labour ("La voce del lavoro"), lanciando un'altra sfida alla reazione.

Per questo venne controllato, molte volte incarcerato, seguìto dalla Polizia nei suoi comizi per le città, come per esempio avvenne a Filadelfia.

L'indignazione e lo spirito di rivolta trascinavano i lavoratori che per ascoltarlo si riunivano numerosi nelle strade:

insieme ai suoi compagni di lotta (Bill Heywood, Robert Mynor, Rootemberg e Foster), John Reed portava loro la speranza in una nuova forma di esistenza, così come avevano fatto nel passato i pionieri Thomas Paine, Walt Whitman, John Brown e Parsons. 

Negli Usa erano già accaduti conflitti sanguinosi, a Homestead, Pulman, Lawrence, Coeur D'Alene, San Diego, Everett, Yakima Valley, Masaba Range, Tulsa, con la partecipazione della "Industrial Workers of the World" IWW (fondato nel 1905 a Chicago), il Sindacato ribelle dei più sfruttati, braccianti agricoli, tessili, minatori con paghe misere, inferiori a quelle stabilite, senza diritto al voto, non protetti né dalle vecchie organizzazioni sindacali né dalla legge. John Reed scrive: "Il salario non gli basta nemmeno per mettere su casa e sposarsi. I pendolari non hanno mai abbastanza denaro per pagarsi il biglietto del treno, la maggior parte di loro fa l'autostop o viaggia sui predellini. Sono combattuti non soltanto dalle camere di commercio, dalle associazioni industriali e da ogni istituzione legale, ma anche dai sindacalisti 'aristocratici' ". E scrive anche:" l'IWW è stato il mio primo amore, fra le organizzazioni operaie (...) tutte le sue sedi fra il 1917 e 1919 furono rase al suolo, le sue riunioni messe fuori legge, furono sequestrati i documenti e gli operai rinchiusi a migliaia in campi di concentramento". E continua: "è il solo movimento operaio americano che canta, tremate allora per l'IWW, perché un movimento che canta è imbattibile (...) Potete sentire il loro coro di rauche, ironiche voci giovani uscire da un treno che attraversa qualche nero villaggio dello Iowa: oh amo il mio padrone, lui è il mio buon amico, ecco perché sto morendo di fame! Su allora col picchetto! Halleluja (...) dateci una mano per la nostra riscossa! ".

I vari mezzi di comunicazione nord americani lanciarono allora una campagna di accusa alla Rivoluzione Russa per aver strumentalizzato lo scrittore nella ideologia comunista e sovversiva. 

Ma come si è visto, John Reed portava nelle vene lo spirito della giustizia; si impegnò quindi a migliorare la sua formazione attraverso lo studio scientifico dei testi classici di Marx, Engels, Lenin, e trasformò la sua visione umanitaria in una più precisa consapevolezza della economia dello sfruttamento capitalistico e della lotta di classe.

La Russia lo aveva indicato come guida del movimento operaio americano, inducendolo a " temprare il suo umore anarchico, esitante, alla severa disciplina del Comunismo " (dai ricordi dell'amico Albert Khys Williams).

Sebbene alcuni suoi amici gli raccomandassero di seguire meglio la sua indole poetica e letteraria, sconsigliando le faccende politiche estreme, John Reed a quel punto della sua vita seguì senza dubbi la via della Rivoluzione.

Nel 1919 fu chiamato a Mosca per i lavori della Internazionale Comunista, dove si impegnò come sempre nella raccolta di innumerevole documentazione, e partecipò come delegato al Congresso dei Popoli Orientali e Coloniali nella città di Baku.

Di ritorno a Mosca, era affaticato e debilitato aveva contratto il tifo. senza rimedio. Muore a 33 anni, il 17 ottobre 1920.

È stato vegliato dalle guardie rosse, e sepolto con il più alto onore nel cimitero interno del Cremlino, dove riposano gli eroi della Rivoluzione, per la quale ha donato la sua generosa vita.

"Un grande sollievo invase il cuore dei borghesi nordamericani: John Reed non era più, era morto l'uomo che sapeva così bene smascherare le loro menzogne e la loro ipocrisia, la cui penna li frustava così duramente!"(dai ricordi dell'amico Albert Khys Williams).

La rivista "Liberator" annunciò con questa semplice e significativa frase la sua scomparsa: "John Reed è morto mentre compiva il suo dovere rivoluzionario".

Sono trascorsi già 100 anni, ma la sua figura non appare vecchia e lontana, segregata negli archivi polverosi della Storia.

Resta vivo il ricordo in tutti coloro che hanno conosciuto il suo valore, e forse il modo migliore per concludere questa presentazione è con le sue stesse chiare parole di lotta: "il vero nemico è quel 2% degli Stati Uniti che detiene il 60% della ricchezza nazionale, quella banda di "patrioti" senza scrupoli che ha derubato i lavoratori di tutto quello che possedevano e che ora progetta di farne dei soldati che custodiscano il loro bottino. Noi diciamo ai lavoratori di prepararsi a difendersi contro questo nemico" (articolo pubblicato nel luglio 1916 sul giornale "The Masses").

 

Ultima modifica ilSabato, 04 Dicembre 2021 09:30
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