Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La geopolitica dell'euro

Europa & euro Europa & euro

di Renato Gatti

  1. Le elezioni europee di maggio

La consultazione di maggio assume una importanza difficlmente riscontrata nel passato. Se infatti nelle consultazioni delle precedenti elezioni dovevamo scegliere tra partito socialista europeo e partito popolare all’interno del Parlamento, nella prossima consultazione si prospetta una specie di referendum sul futuro dell’europa, divisa tra: sovranisti, conservatori della vecchia Europa ed eredi dello spirito di Ventotene che mirano ad un rilancio ed un rinnovamento dell’istituto europeo.

Simbolo del confronto-scontro è indubbiamente l’euro che riassume in sé tutti i motivi della scelta cui siamo chiamati.

Con questo mio intervento vorrei ricercare nella storia del secondo  dopoguerra le origini del problema su cui riflettere per affrontare con più conoscenza il voto di maggio. Vorrei quindi approfondire le ragioni per le quali stare o meno in Europa, superando ragionieristiche motivazioni di basso interesse, ma collocando il problema nel campo della geopolitica in considerazione dei movimenti di egemonia mondiale che si stanno sviluppando in modo preoccupante.

  1. Partiamo da Bretton Woods

Nella seconda metà del 1944, quando ormai si delineava la sconfitta della Germania nazista (e dell’Italia fascista) gli Stati Uniti d’America convocavano una riunione a Bretton Woods al fine di impostare le regole monetarie e commerciali del dopoguerra, in presenza di una nuova potenza egemone, gli USA,  di un tramonto dell’egemonia del Regno Unito e di un mondo diviso in due: l’occidente da una parte e l’unione sovietica dall’altra. Si trattava di impostare le regole per gestire commerci e politiche monetarie del nuovo assetto mondiale con la necessità di coinvolgere nell’egemonia dei vincitori anche i paesi vinti (Germania, Giappone, Italia) affinchè non fossero attratti dalla sirena sovietica ma potessero trovare vivibilità nel futuro assetto notarizzato a Jalta.

Bretton Woods significa il dominio degli Stati Uniti d’America sul mondo occidentale, e il dollaro rappresenta la moneta dominante di tutto il sistema, la moneta cui le monete di tutti gli altri paesi non-sovietizzati devono riferirsi. A Bretton Woods prevalse con la forza la posizione statunitense di Harry Dexter White che sanciva il dominio del dollaro, sulla posizione straordinariamente intelligente di Maynard Keynes che proponeva come moneta di riferimento il bancor ed un sistema  di bilanciamento governato dei surpluses commerciali.Con il dollaro convertibile in oro, il sistema di Bretton Woods riproduceva i difetti del sistema aureo.

L’intelligente governo internazionale messo in moto dagli USA, in particolare con il piano Marshall, pose fondamenta solide al dominio statunitense (in particolare quando rinunciò di ridurre la Germania a paese agro-pastorale) rilanciando le economie delle grandi sconfitte: Germania e Giappone, e trasformando quei paesi in basi strategiche per la creazione di un mercato occidentale, meta ambita dalle esportazioni USA. Esisteva un sistema monetario ed esso funzionò fintantoche gli USA si posero come paese esportatore netto e ricollocatore del surplus nell’area del suo dominio.

  1. L’esorbitante privilegio

Quando un paese importa deve comperare dollari, con la valuta locale, per poter pagare l’importo delle importazioni. Al cumularsi delle importazioni il paese importatore deve o farsi prestare dollari da un altro paese o dare fondo alle proprie riserve di valute pregiate o auree per poter far fronte alle sue obbligazioni. C’è però un paese che non rispetta questo vincolo; infatti gli USA, che negli anni successivi a Bretton Woods sono diventati importatori netti, dovendo pagare le sue importazioni non deve fare altro che stampare dollari senza dover attingere alle riserve auree. Questo sistema, definito come “esorbitante privilegio”, ha retto fino al 1971. La crisi petrolifera, i crescenti disavanzi nella bilancia commerciale statunitense e la guerra nel Viet-Nam causarono una enorme emissione di dollari, stampati negli USA e che invasero il mondo; ad un certo punto il sistema non resse più. L’oro, che gli USA si impegnavano a convertire contro 35$ l’oncia, nel mercato raddoppiò di prezzo scatenando le reazioni di John Connally che sentenziò con la famosa frase: ” La mia filosofia è che tutti gli stranieri ci vogliono fottere e il nostro compito è di fotterli prima che fottano noi”. Ciò che fece traboccare il vaso fu la mossa di De Gaulle (irritato per non essere stato chiamato né a Bretton Woods né soprattutto a Jalta) che fece caricare di dollari una nave francese, che partì per gli USA con il compito di chiedere la conversione di quei dollari in 25.900 lingotti d’oro del peso di più di 350 tonnellate. Nell’agosto del 1971 il governo Nixon dichiarò che il dollaro non era più convertibile in oro, decretando così la fine del sistema monetario di Bretton Woods.

  1. Il Nixon shock.

Il decreto del presidente Nixon, il Nixon shock, lasciò il mondo occidentale senza un sistema monetario; non c’era più il gold standard, il dollar standard era finito e il sistema bancor non era mai nato. L’Europa intanto aveva iniziato un processo di unificazione che, in assenza di un sistema monetario regolamentato, si dovette porre necessariamente l’obiettivo di impiantare un sistema monetario valido almeno per i paesi europei. Ci fu l’esperimento del serpente monetario, dello SME, dell’ecu e infine si arrivò al varo dell’euro. Varo che non avviene con il collaborativo impegno di tutti i paesi dell’Unione europea, ma nasce soprattutto come compromesso tra le coppie Giscard d’Estaing – Schmidt prima e Mitterand – Kohl  dopo, come attori dei due paesi Francia e Germania che tendevano a condizionarsi reciprocamente. Gli altri paesi, se volevano, potevano o meno aderire, avendone i presupposti, alla nuova moneta: una moneta senza Stato, una Banca Centrale con statuto limitato.

  1. Fece bene l’Italia ad aderire? Fa bene a restare?

Le ragioni che indussero l’Italia ad entrare nell’euro sono le stesse che dovrebbero oggi convincerci a restare nell’euro e nell’Europa. Certo l’unione monetaria ha dimostrato, dopo i primi 7 anni di soddisfacente funzionamento, di non reggere agli shock che vengono dagli USA, come quello del 2007; il sistema si dimostra incapace di risolvere il grande tema del GSRM ovvero del General Surplus Recycling Mechanism; ha creato un nuovo esorbitante privilegio a favore della Germania che con la moneta unica si è assicurata contro le svalutazioni competitive degli altri paesi e ciò senza farsi carico di impostare una soluzione organica al problema, cosa che le spetterebbe e che invece declina sostenendo che ogni paese deve risolversi i suoi problemi. Certo, l’Europa è da cambiare, avendo però ben presente ciò che sta succedendo nel mondo attorno a noi.

L’egemonia statunitense sta perdendo presa, la Russia sta riavendosi dal crollo del regime sovietico e ritorna ad affacciarsi nel contesto internazionale, dall’altra parte la Cina con una efficienza ignota ai paesi occidentali prosegue nella sua avanzata sul piano della crescita, degli investimenti in ricerca e sviluppo, nella robotica; tralasciando altri paesi non è chi non veda che i tre dominatori vedano nello sfascio dell’Europa un’occasione per estendere, o non perdere, la loro egemonia. In questo scenario sarebbe suicida lavorare per indebolire l’Europa e renderla così preda delle mire altrui; immaginarsi poi, vista la debolezza dell’Europa, quali difese potrebbe avere ogni singolo paese di un’Europa sfasciata, ed in particolare un paese debole come il nostro.

Basterebbe considerare quale “sovranità monetaria” potrebbe mai avere il nostro, o qualsiaisi altro paese, che da solo si trovasse a doversi confrontare con quei colossi alla ricerca della loro egemonia sul resto del mondo. Ritengo un serio errore quello di pensare che, isolandoci dal resto dell’Europa, potremmo esercitare la nostra sovranità monetaria senza essere travolti, ignorando che la sovranità monetaria non consiste solo nello stampare tutti i soldi che servono, senza tener conto del debito, dei dazi, della bilancia commerciale, dei movimenti di capitale, delle tensioni inflazionistiche, di chi dovrebbe comperare il nostro debito, del crollo dei redditi fissi.

Tra il sovranismo e l’europeismo conservatore c’è lo spazio per una strategia riformatrice con cui rilanciare il progetto politico europeo.

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