Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Economia "Science Based"

di Renato Gatti

Scrive Leonello Tronti sul periodico della UIL

“Poiché la regola d’oro della politica salariale indica che, se si vuole assicurare la massima crescita salariale (e quindi dei consumi e della domanda interna) senza esercitare pressioni inflazionistiche sui profitti, è necessario che la retribuzione media reale cresca nella stessa misura della produttività del lavoro, se ne deduce che, tra il 1990 e il 2020 (periodo nel quale i salari non sono aumentati al passo della produttività Nota mia), i salari hanno esercitato sui prezzi dei beni e servizi italiani un ruolo deflazionistico, valutabile all’incirca in mezzo punto percentuale l’anno.

Ora, questa regolazione eccezionalmente stringente dei salari (frutto non solo della contrattazione ma anche della continua flessibilizzazione dei rapporti di lavoro a cui si sono aggiunti, nella fase più recente, rischi di sfaldamento del sistema di relazioni industriali) ha certamente assolto al compito macroeconomico di consentire all’economia italiana, particolarmente esposta alla concorrenza globale a causa di un modello produttivo sbilanciato su prodotti tradizionali, di reggere all’apertura prima del mercato europeo e poi di quello mondiale. Già dal 1993 e fino al 2003 la bilancia commerciale è stata in avanzo (in media di 15,2 miliardi l’anno), poi è seguito dal 2004 al 2011 un periodo di disavanzi (14,3 miliardi l’anno) e infine, dal 2012 al 2020, un nuovo e più corposo periodo di avanzi (42,1 miliardi l’anno). Nell’insieme, tra il 1993 e il 2020 la bilancia commerciale ha messo a segno un avanzo medio di 15,4 miliardi l’anno, che ha senz’altro contribuito alla tenuta – ma certo non alla ripresa – dell’economia italiana.

Poteva andare meglio? Se le famiglie dei lavoratori avessero avuto redditi più elevati, rimanendo comunque la crescita salariale nell’ambito della regola aurea, certo i prezzi delle merci italiane sarebbero stati meno competitivi; ma il mercato interno sarebbe cresciuto invece di contrarsi (ad esempio, nel 2007 la domanda interna a prezzi costanti era del 6,2 per cento superiore a quella del 2019), e le imprese che operano su di esso avrebbero avuto maggior respiro e migliori prospettive di crescita e anche di occupazione. Insomma, con la scelta di puntare in modo eccessivo alla tenuta di un saldo commerciale ottenuta soprattutto tramite una compressione salariale sproporzionata, l’economia italiana ha abbracciato un modello di crescita mercantilista povero che non solo non è riuscito a evitare il declino dell’economia, ma anzi ha aggravato le condizioni di vita di milioni di persone, come purtroppo segnalano le statistiche sulla povertà e in particolar modo quelle dei lavoratori che non riescono ad uscirne.

Peraltro, la rinuncia alla regola aurea ha avuto effetti negativi anche sulle imprese e sulle relazioni industriali. Infatti, se rispettata, la regola assicura che il risultato lordo di gestione dell’impresa non soltanto resti costante in proporzione al valore aggiunto, ma cresca in valore assoluto con la produttività. In particolare, la regola assicura che le variazioni percentuali del reddito da lavoro dipendente e del margine lordo siano identiche e ancorate a quella della produttività del lavoro. In questo modo la regola cementa tra l’impresa e il lavoro il comune interesse alla crescita della produttività e, premiando entrambi nella stessa misura relativa, incentiva la cooperazione sociale per la crescita e il miglioramento continuo, favorendo la qualità delle relazioni industriali necessaria alla concertazione dello sviluppo, dell’innovazione e degli investimenti”.

Chi gestisce il plusvalore?

In una economia non stazionaria, che cioè alla fine del ciclo produttivo abbia creato più ricchezza di quella immessa nella produzione, che oltre al reintegro di quanto consumato renda disponibili maggiori risorse da destinare all’estensione della produzione, ritroviamo una logica affermazione che si può esprimere come lo esprime il Teorema marxiano fondamentale: ”il saggio del profitto è positivo se e soltanto se il saggio di pluslavoro è positivo. Ma dire che non c’è profitto senza pluslavoro, non è la stessa cosa che affermare che non c’è profitto senza sfruttamento”. Non necessariamente tutto il plusvalore va erogato a chi lo produce se vogliamo che l’economia non si insabbi. Marx stesso affronta questo tema nella Critica del programma di Gotha, in cui il tema delle decisioni che riguardano l’accumulazione è affrontato con forza. Qui Marx, nel 1875, muove una critica decisa ad alcune proposizioni contenute nel programma elaborato al congresso di Gotha dai socialdemocratici tedeschi. Marx critica l’uso acritico di espressioni come il diritto dei lavoratori a ripartirsi i prodotti del lavoro, e insiste sulle detrazioni che debbono essere effettuate, in particolare quella destinata alla “estensione della produzione”.

Posto quindi che il plusvalore non va immediatamente consumato come reddito corrente dei fattori della produzione, ma che esso va utilizzato per ripristinare le condizioni preproduzione e per estendere la stessa rimane il problema di chi debba decidere come gestire il plusvalore, cosa produrre e come produrre.

Nella fase storica in cui ci troviamo la decisione sull’impiego del plusvalore spetta al capitale sia a livello di impresa privata sia a livello di decisioni politiche ovvero di scelte politiche nazionali.

La golden rule, di cui parla Leonello Tronti nel brano riportato ad inizio di questo articolo, tende a correggere la tentazione del capitale di trattenersi tutto per sé l’incremento di plusvalore prodotto dalla produttività, e l’articolo dimostra abbastanza chiaramente che la correzione apportata dalla golden rule non solo ridà al lavoro parte dei frutti della produttività, ma apporta anche benefici all’economia incrementando la massa dei consumi e quindi offrendo uno sbocco alla maggior produzione ottenibile con l’aumentata produttività, permettendo quindi di mantenere la stessa forza lavoro. Il processo, quindi, è autoriproduttivo e si autoalimenta con un trend positivo di sviluppo.

A ben vedere però, l’incremento di salario generato dall’aumento della produttività, aumenta è vero il tenore di vita del mondo del lavoro, ma, per far funzionare la positività dell’operazione, deve essere trasformato in maggiori consumi e quindi generare maggiore domanda perché torni quell’equilibrio con l’offerta dopo i mutamenti apportati dalla produttività.

Osserviamo quindi che la golden rule, migliorando il processo produttivo a seguito dell’incremento di produttività, riconosce al mondo del lavoro parte del plusvalore prodotto ma ne condiziona l’utilizzo, vincolandolo al consumo e continuando ad escludere il mondo del lavoro dalla decisione sul come investirlo e gestirlo. Rimane quindi l’egemonia del capitale che, adottando la golden rule, ottimizza la sua forza attutendo le rivendicazioni del mondo del lavoro ed avviando un clima di collaborazione tra le classi antagoniste.

Chi genera la produttività?

Nell’economia moderna la produttività è figlia della scienza che ricerca, sperimenta, realizza, verifica, testa, migliora, modi e mezzi di fare che risparmiano inputs e migliorano il modo di produzione. Nell’economia moderna è la comunità che dispone di capitali pazienti, che li investe in ricerche di cui è dubbio il successo e che richiedono comunque molto tempo prima di renderle fruttifere; è sempre la comunità che prepara il capitale umano con un sistema scolastico efficace, con enti di ricerca finanziati dalla comunità stessa; è la comunità che dovrebbe pianificare a lungo termine l’equilibrio tra obiettivi da raggiungere e mezzi per raggiungerli, evitando il mismatch tra fabbisogni e risorse.

Nell’economia moderna quando una innovazione, dopo decenni di studio e sperimentazione, comincia ad essere praticamente immessa nel processo produttivo, è sempre la comunità che gestisce il trasferimento tecnologico nel processo noto come “dalla ricerca all’impresa”. Tutta questo meccanismo di funzionamento della produttività è descritto nei testi di Mariana Mazzucato che nel suo “Stato innovatore” evidenzia come l’impresa privata sia la beneficiaria di uno sforzo comunitario (sia negli USA che in Cina) che mette a nudo l’ipocrisia dell’esaltazione degli “animal spirits” del capitalismo.

Rimarco che in Italia la ricerca “rimane ancora distante dalle performance di altri Paesi, facendo registrare una intensità delle spese in R&S rispetto al Pil (nel 2018 pari all’1,4 per cento) decisamente più bassa della media OCSE (2,4 per cento), tanto nel settore pubblico quanto nel privato (0,9 per cento contro una media OCSE dell’1,7 per cento). In questa prospettiva, la ripresa e il sostegno agli investimenti pubblici e privati in R&S rappresenta una condizione essenziale per recuperare il divario nei livelli di produttività dei fattori produttivi (capitale e lavoro) “   

Rimarco, inoltre che i fondi per investire in ricerca provengono da una fiscalità che per la più gran parte è finanziata da lavoratori e pensionati tassati con il criterio costituzionale della progressività, mentre il trasferimento tecnologico, vista l’incapacità del nostro capitalismo di uscire dal “mercantilismo povero”, avviene promettendo incentivi e sussidi fiscali a chi invece dovrebbe essere il più sollecito ad introdurre innovazioni nei processi produttivi.

“In una recente intervista, il Nobel per la fisica Giorgio Parisi ha sostenuto come il positivo apporto di finanziamenti provenienti dall’Europa attraverso il programma di rilancio post-Covid “Next Generation EU” debba essere certamente salutato con soddisfazione, ma debba soprattutto risuonare come stimolo affinché l’Italia torni realmente a destinare risorse più consistenti e stabili all’attività di ricerca, a cominciare da quella di base. Il richiamo di Parisi coglie effettivamente un punto nodale. La storia della “fuga dalla ricerca” dell’Italia è infatti una vicenda che si contraddistingue anche per l’ampia variabilità delle cifre destinate alla spesa in ricerca e per la residualità con cui spesso queste sono state contestualizzate nelle politiche di bilancio. Ciò significa che l’investimento in ricerca ha perso da tempo anche il suo valore strategico e che, nel momento in cui si riconosce la necessità di tornare a investire, è necessario farlo avendo presente che esso deve diventare un pilastro della politica economica, della quale una politica industriale finalizzata al potenziamento dei settori tecnologicamente avanzati – che nell’attività di ricerca hanno il loro fondamento - diventi parte integrante. Una prospettiva, questa, che troverebbe riscontro anche nell’ambito di un rinnovato contesto europeo nel quale si sta valutando la possibilità di valorizzare il ruolo di quegli investimenti pubblici giudicati più rilevanti per il loro impatto strutturale sullo sviluppo economico, con crescente considerazione per gli interventi orientati all’innovazione dei sistemi produttivi.” (Daniela Palma in Ricerca)

Spero di aver fornito abbastanza elementi per dare la risposta alla domanda, che mi ero posto all’inizio di questo paragrafo, su chi genera la produttività.

Cosa produrre?

Perché è importante che il mondo del lavoro sia coinvolto nella gestione del plusvalore, oggi monopolio del capitale? La prima ragione sta nella semplice considerazione che quel plusvalore è generato anche dal mondo del lavoro (vorrei poter dire che è generato in toto dal mondo del lavoro in quanto il capitale che oggi se ne appropria in pieno, non è un fattore della produzione, ma aprirei una lunga discussione che rimando ad altre occasioni) e che quindi il mondo del lavoro ha pieno diritto nel deciderne l’impiego.

La seconda ragione sta nel fatto che la gestione del plusvalore è operata dal capitale con una filosofia completamente diversa da come sarebbe operata dal mondo del lavoro. La filosofia del capitale consiste nel gestire il plusvalore con l’unico fine di valorizzare il capitale stesso, al fine cioè di ottenere un profitto come risultato del processo D-M-D’. La merce (M) che il capitale sceglierà di produrre investendo il plusvalore, sarà quella merce che genererà il massimo profitto; il capitale cioè si orienterà a produrre beni di scambio (capaci di produrre profitto) e non beni d’uso eventualmente richiesti dai consumatori; ogni scelta sarà quindi fatta sulla base di ricerche di mercato che esamineranno ogni aspetto del business scegliendo alla fine quello più redditizio. Il capitale, quindi cercherà in ogni modo di influenzare il mondo dei consumatori in modo da spingerli al consumo dei suoi prodotti o, in altre circostanze, farà le azioni politiche necessarie a che la spesa pubblica sia orientata verso i suoi prodotti. Ma se il capitale individuasse la maggior valorizzazione di sé stesso nelle operazioni finanziarie, ovvero nel processo D-D’, esso non avrebbe alcuna remora a spostare i suoi investimenti nella finanza, speculazione o bitcoin che fosse, negando i fondi alle attività produttive. Che le scelte fatte dal capitale seguendo la sua filosofia siano le scelte migliori anche per la comunità, è facilmente negabile, anche sulla base di quanto diremo sulla filosofia cui si rifà il mondo del lavoro.  

La scelta di cosa produrre operata dal mondo del lavoro, dal mondo cioè non inquinato dalla logica del profitto, sarà guidata dalla logica razionale. Sarà una scelta “science based” basata cioè sulla scienza che con i suoi limiti ricercherà di individuare ciò che veramente serve all’uomo ma soprattutto programmerà tutte le fasi della produzione determinando i fabbisogni di beni e lavoro, esplodendo quindi in tutte le sue componenti i piani di produzione provvedendo ad ottenere, nelle quantità necessarie, le materie prime ed i beni intermedi e formando le professionalità di lavoro necessarie all’attuazione del piano evitando quei mismatch che producono incompatibilità ad una efficace produzione.

In questo processo scientifico costituito dalla programmazione potrà benissimo essere presente l’attuatore privato, non deve cioè essere tutto pubblico, ma l’attuatore privato sarà vincolato al piano nel senso che il profitto non sarà mai elemento di scelta nelle sue produzioni.

La meccanizzazione del processo produttivo non si porrà come scelta per ridurre il fabbisogno di lavoro vivo da sostituire con la robotizzazione, ma sarà un processo teso a liberare l’uomo dal bisogno di lavorare, dalla forzatura di impiegare il suo tempo per fini estranei alle proprie propensioni. La completa robotizzazione del lavoro costituirà in tal modo non solo una liberazione dal lavoro ma anche contemporaneamente una liberazione del lavoro, garantendo sempre che il cosa far produrre dai robots non sarà frutto della scelta del proprietario del robots ma,  socializzando la proprietà degli stessi, sarà frutto della scelta “science based”.

Riporto da “La città futura” Ott 2016

“ Il lavoro dovrebbe essere, agli occhi di Marx, “manifestazione di libertà”, “oggettivazione/realizzazione del soggetto”, “libertà reale”. In tutte le forme storiche succedutesi, il lavoro ha però sempre avuto (quale lavoro schiavistico, servile, salariato) un carattere “repellente”, è stato sempre “lavoro coercitivo esterno”. (…)

Perché si ritorni alla sua vera e profonda essenza, deve cessare di essere lavoro “antitetico” e divenire “libero”. (…). E tanto più “libero” sarà il lavoro quando esso diventerà veramente “universale”, cioè processo di produzione consapevolmente istituito e controllato dagli uomini “come attività regolatrice di tutte le forze naturali”. (…)

Una volta soppressi i rapporti capitalistici, la libera pianificazione consapevole dei processi produttivi da parte dei lavoratori associati permetterà di superare ogni divisione del lavoro e qualunque codice autoritario. Marx formula, in definitiva, l’ipotesi di un superamento storico del lavoro in quanto attività umana “determinata dalla necessità e finalità esterna” chiusa entro “la sfera della produzione materiale” e del passaggio al “lavoro libero”, inteso come “autorealizzazione individuale” e “primo bisogno della vita”. (…)

Certo, secondo Marx, la dinamica interna della produzione capitalistica che va nella direzione di un costante aumento della produttività e di una corrispondente riduzione del lavoro socialmente necessario, promuove, attraverso un sempre più esteso “impiego tecnologico della scienza”, la progressiva trasformazione dei mezzi di lavoro in un “sistema automatico di macchine”. E dunque, il risultato di questo sviluppo potrebbe essere, alla fine, la completa cessazione della produzione materiale come processo lavorativo “immediato”, per divenire processo scientifico che “sottomette le forze naturali e le fa operare al servizio dei bisogni umani”.

Scrive Marx:

Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. (…). La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a sé stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità.”

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