Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Redistribuire la produttività

Redistribuire la produttività Redistribuire la produttività

di Renato Gatti

Redistribuire la produttività

di Vincenzo Visco – 7 settembre 2018

“Per quanto riguarda il lavoro, le proposte esistono numerose. Va comunque posto sul tappeto, come si è detto, soprattutto a livello internazionale, il problema dei tempi di lavoro che nei prossimi decenni può diventare centrale. In prospettiva lo sviluppo della IA può portare effettivamente alla opportunità di introdurre un vero reddito di cittadinanza (cioè non condizionato) dal momento che molti lavori sono destinanti a scomparire, e quelli che si creeranno nei servizi saranno di bassa qualifica e ridotta retribuzione. Un reddito di cittadinanza da finanziarsi con un’accurata redistribuzione del valore aggiunto prodotto dall’innovazione tecnologica.

La questione di fondo è che la ricchezza collettivamente prodotta, con il contributo di imprese, lavoratori, managers, scienziati, governi, va ripartita tra tutti, e non diventare appannaggio di pochi. Per questo occorrono forti poteri pubblici, e questo è il messaggio fondamentale che un nuovo socialismo deve trasmettere.”

Ho riportato questo pezzo di Vincenzo Visco perché mi pare sia l’unico economista che si pone il problema del nuovo modo di produzione rappresentato dalla rivoluzione 4.0 e dal fatto che il reddito di cittadinanza (quello vero, quello incondizionato) potrebbe anche essere una soluzione, un nuovo modello redistributivo.

Le manovre espansive secondo la legge di bilancio per il 2019.

La legge di bilancio, così come ribadita dalla lettera che il governo ha inviato in Europa il 13 novembre è basata su un aumento della spesa corrente sotto forma di pensioni e del cosiddetto reddito di cittadinanza. L’espansività della manovra è quindi incentrata su un aumento della spesa corrente, e sui benefici di impulso fiscale prodotto dalle nuove regole impositive previste per il 2019.

Rileviamo intanto che l’aumento della spesa corrente e i benefici fiscali hanno un effetto moltiplicativo che possiamo individuare all’interno della seguente tabella:

FISCAL MULTIPLIERS BASED ON STANDARDISED FISCAL STIMULUS

   

media

massimo

         

Gov consumptions

G

1,63

1,69

         

Gov investments

IG

1,55

1,55

         

Gov transfers

TR

0,06

0,07

         

Consumption taxes

Tc

0,48

0,50

         

Labour income taxes

Tn

0,15

0,15

         

SSC employees

TWh

0,15

0,15

         

SSC employers

TWf

0,04

0,05

         

Reddito di cittadinanza e quota 100 vanno classificate come Gov transfers con un moltiplicatore medio a lungo termine pari a 0.06, mentre gli incentivi fiscali vanno da un minimo del .015 ad un massimo del 0.48.

Ma analizzando meglio all’interno delle misure fiscali rileviamo che esse sono relative a:

  • Eliminazione dell’ACE
  • Eliminazione contributo 4.0 su corsi formazione
  • Mancato rinnovo maxi-ammortamento su beni 4.0
  • Riduzione incentivi su iper ammortamenti 4.0
  • Ampliamento regime forfettario a 65.000€ nel 2019 e 100.000nel 2020.
  • Riduzione dell’Ires dal 24 al 15% sugli investimenti addizionali

I primi 4 provvedimenti vanno esattamente in senso contrario a ciò che l’impulso fiscale allo sviluppo produttivo, basato su innovazione tecnologica, richiederebbe. Da simulazioni fatte la riduzione dell’aliquota Ires dal 24 al 15% applicabile agli investimenti addizionali (peraltro senza una selezione tra le tipologie di investimento) non colmerebbe gli effetti negativi dei primi 4 provvedimenti.

L’ampliamento del regime forfettario sembra esaltare uno dei punti deboli dell’azienda Italia: il nanismo, incentivando al frazionamento  delle attività economiche. Basti pensare che ad esempio un professionista con 240.000€ di fatturato con tre collaboratori ed un imponibile fiscale di 150.000€ paga oggi 57.670€ di irpef (più irap e addizionali), mentre scorporando il fatturato su 4 posizioni IVA da 60.000€ di fatturato risparmierebbe circa 30.000€ di imposte. Chiaramente appena un operatore si avvicina ai limiti di fatturato che godono del regime forfettario, sarà incentivato ad aprire una nuova posizione Iva per godere dell’aliquota al 15%. Lavoratori dipendenti con reddito imponibile vicino ai 65.000€ saranno incentivati a dimettersi da lavoratori dipendenti ed aprire una partita Iva forfettaria.

Par di poter concludere che i provvedimenti fiscali della legge di bilancio 2019 vanno in direzione opposta a ciò che sarebbe auspicabile per un effettivo rilancio del Paese, e sembrano invece finalizzati ad accontentare un elettorato di piccoli imprese specialmente nordiche e lavoratori autonomi vicini ad un partito di governo.

La rivoluzione 4.0

Stiamo vivendo quello che non esito a definire un nuovo modo di produzione, passiamo dalla produzione basata sul lavoro umano ad una fase del “macchinismo” in estrema evoluzione, destinata al limite ad eliminare dalla produzione il lavoro umano. Dapprima la meccanizzazione riguardò fasi di lavoro fisico ripetitivo e a scarso contributo specialistico, si è passati a lavorazioni complesse e specialistiche con i primi robots, ora la robotizzazione sta dilagando anche nel lavoro intellettuale ripetitivo (basti pensare al lavoro dei giornalisti o alla tenuta delle contabilità) spingendo i lavoratori a funzioni sempre più specialistiche e consulenziali. Ma lo sviluppo dell’internet of things, dell’intelligenza artificiale (è di questi giorni l’inizio di trasmissioni televisive in Cina con due conduttori robots uno in lingua inglese e uno in lingua tedesca), dei big data è pronto a rimpiazzare zone di lavoro intellettuale di alto livello. Sono state fatte proiezioni che quantificano in altissime percentuali i lavori sostituibili con robots, mentre è molto più problematico il ricollocamento dei lavoratori esuberanti e ignota la possibilità di creazione di nuovi lavori. Al limite poi i robots saranno in grado di progettare e produrre robots più intelligenti fino a poter prefigurare un mondo senza più lavoratori: ecco il nuovo modo di produzione.

 Voglio subito chiarire che questa rivoluzione tecnologica, robottistica va a mio parere favorita e considerata come un processo di liberazione DAL LAVORO, biblicamente ci ribelliamo alla maledizione, frutto del peccato originale, di guadagnare il pane con il sudore della fronte; una liberazione che cambia non solo il modo di produzione ma tutti i rapporti sociali connessi e conseguenti. Ma prima di addentrarci in queste riflessioni, vorrei soffermarmi sulla natura del processo tecnologico, per ribadire come tale processo abbia natura esplicitamente sociale. Essa nasce dalla scuola, dalle Università, dalla ricerca, nelle imprese, essa dunque è il prodotto della società organizzata cui concorrono tutti i soggetti del mondo del lavoro, della scienza, dell’umanesimo. Lo Stato, poi, privilegia la politica della ricerca attraverso una promozione selettiva. Con l'impiego di ingenti mezzi finanziari  promuove determinate linee di sviluppo tecnologico. Ciò accresce la natura sociale della tecnologia. Lo Stato cerca di promuovere in particolare quelle tecnologie che si ritiene favoriscano la crescita economica, ma che le industrie non si preoccupano di sviluppare di propria iniziativa e con i propri mezzi.

La rivoluzione 4.0 se da un lato costituisce una “liberazione dal lavoro”, dall’altro lato, distruggendo milioni di posti di lavoro, rende necessaria da subito una azione intellettuale, politica e sindacale finalizzata alla “LIBERAZIONE DEL LAVORO”, cioè alla liberazione dallo stato di soggezione cui vengono relegati i non possessori di robots, i nuovi mezzi di produzione. E’ facile immaginare che se un domani la stessa produzione odierna viene effettuata senza l’intervento del lavoro salariato, detta produzione debba ubbidire a un nuovo modello redistributivo che, se egemonizzato dal possessore dei mezzi di produzione, sarà molto simile ad un rapporto padrone-schiavo. Occorre da subito porsi questo tema come partiti, come sindacati, come lavoratori e come cittadini; non possiamo permetterci di rimandare il problema con l’illusione che non sia un problema di oggi, un problema attuale; quando sarà attuale sarà troppo tardi per intervenire, operare, salvarci.

Bisogna ripartire i frutti della  produttività.

Nel suo articolo Vincenzo Visco osserva che in prospettiva lo sviluppo può portare effettivamente alla opportunità di introdurre un vero reddito di cittadinanza (cioè non condizionato) e in ciò ricalca Paolo Sylos Labini laddove nel suo libro del 1989 “Nuove Tecnologie e Disoccupazione”, a proposito di una economia completamente robotizzata, ritiene che “uno Stato centrale, munito, come tutti gli Stati, di poteri coercitivi, provveda ad una redistribuzione del reddito seguendo, come criterio guida non l’umanità, la solidarietà o la carità, ma più semplicemente,  l’esigenza di assegnare una destinazione razionale ai beni prodotti. Un criterio razionale potrebbe essere: a ciascuno secondo i suoi bisogni. E’ il criterio che caratterizza una società senza operai salariati e senza classi intese in senso economico; in una parola una società comunista. Uno sbocco questo, dello spontaneo capitalistico, al di fuori delle tragedie della miseria crescente e delle conseguenti eroiche (e sanguinose) rivoluzioni. L’alternativa alla distribuzione centralizzata del reddito potrebbe essere data dalla distribuzione generalizzata di azioni delle imprese robotizzate: ma le differenze fra le due ipotesi sarebbero formali, non sostanziali. (…) Con la scomparsa del lavoro produttivo di merci si creerebbero ampi spazi di attività che sono socialmente utili ma che sono fuori dal mercato: assistenza a bambini o ad anziani, corsi di istruzione per adulti, sorveglianza e cura di opere d’arte, guida per visite a luoghi di interesse turistico, accompagnamento di persone che viaggiano, manifestazioni artistiche di vario genere”

Ci pare dover osservare che con la scomparsa del lavoro salariato, scompare anche la categoria del plusvalore e dell’appropriazione, da parte del capitale, del lavoro dei lavoratori, ma ritengo pure che tale rivoluzione, oltre a costituire indubbiamente un nuovo modo di produzione, potrebbe sfociare, se non socialmente contrastata, in un nuovo neo-schiavismo dominato dai possessori dei mezzi di produzione. La preoccupazione per un nuovo sfruttamento di dimensioni inusitate che spinge ad una socializzazione dei mezzi di produzione, è presente anche nello scritto “Efficiency, equality and partnership of ownership” del Nobel per l’economia James Meade (di cui forse qualcuno ricorda il libretto Agathotopia).

 Gli sbocchi immaginati da Paolo Sylos Labini, e condivisibili, non sono tuttavia automatici e soprattutto pacifici, essi sono a mio parere raggiungibili per mezzo di una nuova fase della lotta di classe, iniziando sin d’ora ad impostare una sistematica redistribuzione dei frutti della produttività.

Da dove cominciare.

Il ministro Calenda ha introdotto a suo tempo le agevolazioni fiscali a favore degli investimenti in 4.0 super-ammortamento, iper-ammortamento e sconti per formazione 4.0.

Questi interventi sono condivisibili nel loro scopo di aiutare l’assetto produttivo del nostro paese. Ma questi interventi sono fatti utilizzando i soldi pubblici (o meglio come dice sempre l’ex ministro, parafrasando la signora Tatcher) sono soldi dei cittadini. Quindi i cittadini con i loro soldi finanziano gli investimenti che sviluppano la produttività del nostro sistema produttivo e che probabilmente porteranno alla diminuzione di posti di lavoro. Il meccanismo, a ben pensarci, è abnorme: il meccanismo se non corretto rappresenta il limite del masochismo fiscale, una forma di sfruttamento inaudito senza precedenti nella storia.

Ecco che allora quei soldi investiti dai cittadini devono rimanere dei cittadini stessi per raggiungere uno dei due obiettivi indicati da Sylos Labini  e da J. Meade. Senza entrare nei dettagli tecnici, quei soldi invece di andare ai capitalisti vanno nel capitale delle imprese come azioni di un Fondo Sociale che costituisca il primo strumento della socializzazione dei mezzi di produzione. Per i più anziani si tratta di una proposta che richiama il piano Meidner descritto nel libro “Capitali senza padroni”.

In pratica la proposta consiste in questo:

 oggi un incentivo fiscale significa che l’impresa incentivata paga meno imposte e quindi è più alto l’utile netto distribuibile al capitale, praticamente lo Stato concede incentivi usando soldi dei cittadini per dare più soldi al capitale;

con la mia proposta l’impresa riceve l’incentivo dallo Stato ma questo incentivo rimane in azienda sotto forma di nuove azioni intestate a un fondo sociale: ne guadagna l’impresa e i frutti della produttività invece di andare al capitale vengono assegnati alla società.

Quindi ogni forma di incentivo, sgravio, contributo, agevolazione viene comunque dato all’impresa per migliorare la sua produttività, ma i suoi frutti non vengono appropriati dal capitale ma accumulati in un Fondo sociale a favore di quella società che ha contribuito a produrre quel bene sociale detto produttività.

Devi effettuare il login per inviare commenti