Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Fine del socialismo In evidenza

di Renato Gatti

Crisi del socialismo

Anticipo subito la mia conclusione che consiste nella convinzione che il socialismo non sia affatto finito ma che, al contrario, sarà un obiettivo che sarà raggiunto grazie alla ragione e all’intelligenza.

Ciò non toglie che il socialismo sia in crisi:

  • l’infelice esperienza dell’Unione Sovietica rappresenta in modo inequivocabile nel crollo del muro di Berlino la fine (e stavolta uso la parola “fine” solo nel significato di “termine”) di una esperienza che ha rappresentato una grande speranza e illusione del secolo scorso; nel resto del mondo (Cina esclusa) rimangono alcune esperienze significative ma apparentemente senza potenzialità di estensione; in Europa i partiti tradizionali della sinistra, comunista e socialista, sono vecchi ricordi sentimentali e senza fiato, ci sono vaghe presenze socialdemocratiche ridotte però ad un riformismo flebile più compensativo che di conquista; rimane la Cina che in pochi decenni da paese tra i più poveri al mondo sta inseguendo la premiership economica mondiale accompagnata da una inedita forma sovrastrutturale anch’essa all’inseguimento di una egemonia specie nel terzo mondo.
  • Il capitalismo sembra, nonostante acciacchi sempre più gravi, sopravvivere in forme completamente diverse da quelle analizzate da Marx. Il saggio di profitto non tende a diminuire nel mondo del “gigacapitalismo” mentre riduce alla sussistenza le piccole e medie imprese; si afferma la dilatazione del monopolismo basato sulla tecnologia. Il crollismo del capitalismo non è più nell’agenda e il capitalismo finanziario dimostra che il profitto può essere ricercato anche nella finanza senza coinvolgere neppure un lavoratore. L’appropriazione del prodotto del cervello umano fa impallidire tutta la narrazione dello sfruttamento del lavoro fisico, che tuttavia continua a rappresentare buona parte della sopravvivenza umana; destinata durante questo secolo a divenrare inutile con la diffusione della robotica.
  • Marx, nei Grundrisse, aveva individuato il tema dello sfruttamento del cervello come nuova fase dell’appropriazione del lavoro umano che avrebbe fatto apparire “miserabile” lo sfruttamento fisico. I nuovi gigacapitalisti producono profitti pari o superiori al reddito di molti stati, ma, a differenza dei tempi del capitalismo otto-novecentesco che produceva profitti utilizzando il lavoro di milioni di lavoratori dipendenti (la classe operaia), oggi i profitti sono prodotti senza dipendenti utilizzando le tecnologie che forniscono l’energia per il lavoro fisico e la creatività con l’intelligenza artificiale.
  • Sociologicamente nell’industria lavora il 20% degli occupati, il 5% nell’edilizia contro un 72% nei servizi, l’agricoltura raggiunge il 3%. Questa situazione mette in primo piano il tema dei lavoratori produttivi (di plusvalore) rispetto a quelli improduttivi; tema che si è voluto modificare nella divisione tra stipendiati e autonomi per introdurre ed evidenziare l’aspetto dello sfruttamento. C’è una crisi del concetto valore-lavoro, messo in discussione da Sraffa nel momento in cui si analizza la legge in base alla quale i beni vengono scambiati. Si dà sempre crescente valore alla produzione dei beni immateriali, essi pure beni d’uso e beni di scambio.
  • Lo sviluppo numerico del lavoro improduttivo, del lavoro autonomo, dei ceti medi mette in risalto una dinamica nelle classi sociali che porta da un lato all’imborghesimento (specie dopo la fuga dei partiti dall’azione dialettica con il mondo del lavoro) dell’ambiente sociale, dall’altro alla polarizzazione dell’indice Gini, con i redditi più alti in crescita e una riaggregazione verso il basso degli altri redditi sia del lavoro produttivo che dei ceti medi.
  • Se analizziamo il voto degli italiani in questi ultimi decenni riscontriamo che la classe operaia è più presente in partiti come la Lega, 5 stelle e Forza italia che non nei partiti di sinistra (includendovi il PD). La frammentazione contrattuale ha spaccato l’unità del mondo del lavoro, le nuove forme di lavoro “smart” o “gig” sommate alle forme di lavoro irregolare o schiavistico, come quello di certe colture agricole, impedisce anche fisicamente la vicinanza e la coesione del mondo del lavoro che diviene oggetto, nella sua sede della CGIL, di un attacco squadristico.
  • La robotizzazione annulla il lavoro vivo nel processo produttivo e di conseguenza elimina il lavoro dipendente e la potenza della sua presenza nelle relazioni economiche tra le classi. Il futuro potrebbe proporci il monopolio privato dei robots, in grado di riprodurre sé stessi, con la conseguente formazione di rapporti sociali simili ad un nuovo schiavismo.

Il fine del socialismo     

  1. Andando all’essenza dei rapporti sociali, superando una fase economicista della lotta al capitalismo, riconosciamo infine che al di là del tema dello sfruttamento, il vero succo dell’alienazione sta nel fatto che le decisioni di come reinvestire il di più che si ricava dal processo produttivo, inteso nel senso più ampio possibile, spetta ai proprietari dei mezzi di produzione.
  2. I proprietari dei mezzi di produzione, quando decidono come reinvestire il di più che si ricava dal processo produttivo, hanno come parametro di scelta il profitto.
  3. Il processo produttivo trova un suo equilibrio dinamico quando gli outputs della produzione sono commisurati al reintegro dei mezzi di produzione consumati nel processo produttivo, ai consumi necessari per i consumatori, ai beni e servizi oggetto dei programmi di sviluppo democraticamente decisi.
  4. E’ logicamente inconcepibile che una equazione matematica quale quella delineata al punto precedente possa essere risolta col criterio di scelta di cui al punto 2.
  5. Il fine del socialismo è quello di affrontare il processo economico optando su una soluzione dell’equazione di cui al punto 3 basata sulla scienza (science based) che consideri i beni ed i servizi da produrre come beni d’uso e non beni di scambio.
  6. Una soluzione basata sulla scienza richiede che i mezzi di produzione siano socializzati.
  7. La tecnologia moderna, e penso allo sviluppo dei calcolatori quantistici, è in grado di risolvere l’equazione della programmazione economica tenendo conto dell’enorme mole di dati e di variabili che il processo comporta.
  8. La rivoluzione socialista egemonica non è più basata unicamente sull’antagonismo economico ma richiede una crescita dell’approccio basato sulla scienza che ci renda coscienti della situazione esistente e dello sbocco auspicato.

L’equazione di partenza può essere impostata come segue:

r1 + c1 + p1 = A      A = R + P

r2 + c2 + p2 = B      B =  C

R       C     P

dove r rappresenta il reintegro dei consumi degli investimenti

          c rappresenta i consumi nei due settori

          p il reinvestimento  del di più prodotto

          A è il settore investimenti

          B è il settore beni di consumo.

Le variabili da considerare sono: popolazione, clima, limite risorse, modifiche relazioni, sviluppo tecnologico, sanità, dipendenza da altri paesi, etc.

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