Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Facciamo i conti

di Renato Gatti

I fautori dell’uscita dall’euro, tra i vari vantaggi dell’operazione, ritengono che con l’uscita il nostro Paese potrebbe procedere alla svalutazione della nuova lira, facendo in tal modo scendere il rapporto debito/PIL.

In effetti se noi non avessimo la moneta unica, la differenza dei tassi di inflazione farebbe registrare un aumento di nostri costi, rendendo più convenienti quelli prodotti da altri paesi. Per riallineare i nostri costi a quelli della concorrenza estera avremmo due strade: a) quella di aumentare la produttività oppure b) quella di svalutare la nostra moneta.

La prima strada sarebbe la via più seria e virtuosa, richiederebbe però un paese che fosse in grado di superare tutti gli ostacoli che si frappongono ad una crescita ed a uno sviluppo della nostra economia. E’ vero, siamo la seconda potenza industriale in Europa, ma le nostre imprese sono caratterizzate da una profonda divisione: da una parte quelle poche imprese di medie dimensioni che investono in innovazione, rinnovano i prodotti ed i processi, accrescono la produttività e anche in condizioni di difficoltà, sono in grado di esportare rendendo positiva la nostra bilancia commerciale, dall’altra la stragrande maggioranza delle nostre imprese affette da nanismo, che non investono in innovazione, incapaci di rispondere alle sollecitazioni che lo sviluppo della tecnologia impone e che, spesso poco capitalizzate e quindi bancodipendenti, costituiscono un freno allo sviluppo del nostro apparato industriale. Certo ci sono anche ragioni di tipo infrastrutturale e burocratiche che rendono defatigante e frustrante il fare impresa, ma un capitalismo poco coraggioso che pratica il buy-back o il dirottamento degli investimenti dal mondo produttivo a quello della finanza, dipinge una azienda Italia come un corpo deperito che stenta a risollevarsi.

La seconda strada è quella di ritrovare competitività svalutando la moneta: con questo accorgimento i nostri prodotti diventano competitivi all’estero grazie al minor prezzo reso possibile da un cambio modificato. Tra il 1960 e il 1999 la lira si svalutò rispetto al marco del 665%. Svalutare la propria moneta significa ritrovare una competitività basata sul basso costo della mano d’opera e quindi far propendere l’imprenditore verso prodotti basati più sul lavoro che sull’innovazione tecnologica: il vantaggio che si ottiene è temporaneo, prelude a nuove svalutazioni  proprio perché si imbocca una spirale che porta ad essere esclusi dai livelli di produttività dei concorrenti e poco a poco spinge ai margini del mercato, fino ad esserne esclusi. Il ricorso alla svalutazione è una mossa meschina, da perdenti; Adam Smith chiamava queste operazioni “beggar thy neighbour” che spesso generano reazioni uguali e contrarie negli altri paesi fino a pervenire ad una corsa alle svalutazioni competitive alternate che nulla di buono comportano per le popolazioni.

Vediamo ora di fare due conti sulle conseguenze sul debito pubblico che avrebbe una ridenominazione in lire e successiva svalutazione del 30% dell nuova lira.

Partiamo con un debito di 2.300 miliardi di euro e un PIL di 1.730 miliardi, con un rapporto debito PIL pari al 132.95%

Uscendo dall’euro e ridenominando la nostra moneta con un cambio 1 a 1 avremmo allora un debito di 2.300 miliardi di lire ed un PIL di 1.730 miliardi di lire.

Occorre tuttavia tener conto che a partire dal 2013 i titoli italiani emessi sono assoggettati alla clausole di azione collettiva (Cac) che danno il diritto a circa il 25% dei creditori di opporsi alla rideterminazione del debito; ciò significa che il debito emesso dopo il 2013 non può essere rimborsato in lire, ma ad un valore in lire come se quel debito fosse espresso in euro. Se la lira si è svalutata del 30% vuol dire che l’euro si è rivalutato secondo il seguente conteggio (1000-700)/700 = 42.85%.

Posto che l’ammontare del debito emesso dopo il 2013 ammonta a circa 1.000 miliardi di lire, il debito va quindi riconteggiato come segue:

Debito nominale       Tasso rivalutazione            Nuovo importo

          1.300                          100,00%                        1.300

          1.000                          142,85%                        1.429

---------------------              -----------------              ----------------

          2.300                          118,63%                         2.729

Quindi il nuovo rapporto debito PIL sarebbe pari a  2.729/1.730 = 157.74% contro il precedente 132.95%. Quindi la svalutazione della lira aggraverebbe la nostra situazione debitoria.

La bilancia commerciale

La bilancia commerciale è la differenza tra importazioni ed esportazioni di beni e servizi, sono esclusi i movimenti di capitale. La bilancia commerciale è un addendo insieme a Consumi, Investimenti e Spesa pubblica che rappresenta la domanda aggregata keynesiana che determina il PIL.

Avere una bilancia commerciale attiva vuol dire che si produce più di ciò che si consuma, averla negativa significa il contrario.

Quei Paesi che hanno una bilancia commerciale cronicamente in passivo rischiano il fallimento, dopo aver dato fondo a tutte le riserve valutarie ed auree di cui disponevano. Tranne gli Stati Uniti che non danno fondo alle riserve valutarie perché, quando serve, non fanno altro che stampare dollari (l’esorbitante privilegio di Giscard d’Estaing). Esiste un flusso incestuoso tra USA e Cina (ma non solo) per cui gli USA importano dalla Cina, pagano dollari che poi la Cina presta agli Usa comperando il debito pubblico di quel Paese. Questo incesto non può durare e Trump sta facendo di tutto per porgli una fine.

Quei Paesi che sono cronicamente a credito debbono essere coscienti che dall’altra parte esiste uno o più paesi cronicamente a debito e che quindi, prima o poi, non ce la faranno più a pagare  né il paese cronicamente a credito né le banche (di solito le stesse del paese esportatore) che hanno prestato soldi per le importazioni.

Come scriveva Keynes: “Un paese che si trovi in posizione di creditore netto rispetto al resto del mondo, dovrebbe assumersi l’obbligo di disfarsi di questo credito, e non dovrebbe permettere che esso eserciti nel frattempo una pressione contrattiva sull’economia mondiale e, di rimando, sull’economia dello stesso paese creditore. Questi sono i grandi benefici che esso riceverebbe, insieme a tutti gli altri, da un sistema di clearing multilaterale. (...) Non si tratta di uno schema umanitario, filantropico e crocerossino, attraverso il quale i paesi ricchi vengono in soccorso ai poveri. Si tratta, piuttosto, di un meccanismo economico altamente necessario, che è utile al creditore tanto quanto al debitore”.

Bilancia commerciale e svalutazione della lira

Uno dei grandi vantaggi promessi da chi propugna l’uscita dall’euro e il ritorno ad una moneta coniata da un paese finalmente indipendente e sovrano, è nel fatto che svalutando la lira diventiamo più competitivi sui mercati esteri e quindi aumentano le nostre esportazioni.

Facciamo allora qualche conto.

Nel 2017 le esportazioni sono state di 440 miliardi di € e le importazioni 381 miliardi, con un saldo positivo di 59 miliardi. Le esportazioni sono state il 115.61% delle importazioni.

Facciamo il primo passo: svalutiamo la lira del 30% e rideterminiamo, senza considerare gli effetti della svalutazione, i dati delle importazioni e delle esportazioni:

  • Le esportazioni fatte in lire rimangono pari a 440 miliardi
  • Le importazioni invece aumenterebbero del 42,5% ovvero salirebbero a 543 miliardi,

Il rapporto esportazioni/importazioni si rovescerebbe portando le importazioni al 123% delle esportazioni.

Ma sui mercati esteri i nostri prodotti si presenterebbero ad un prezzo inferiore del 30% dando quindi, salvo le osservazioni che faremo nel prossimo punto, un impulso enorme alle nostre esportazioni: ecco l’effetto magico (secondo i sovranisti) che sarebbe generato dalla svalutazione della lira. Occorre tuttavia osservare che i prodotti esportati contengono una quota di beni o servizi importati (il cosiddetto import content valutabile al 20%) che naturalmente aumenta di costo a causa della svalutazione, aumentando di conseguenza, in proporzione, il prezzo delle esportazioni.

Ho cercato di ipotizzare di quanto dovrebbero aumentare le nostre esportazioni in quantità per tornare al saldo positivo della nostra bilancia commerciale riscontrato nel 2017, ovvero al 115,61%. Per dei conteggi che vi risparmio, ma che pongo in calce all’articolo, le nostre esportazioni dovrebbero aumentare del 64% per tornare al risultato positivo riscontrato nel 2017.

L’ipotesi del coeteris paribus

Il punto debole di tutto il ragionamento, al di là dei calcoli matematici, sta nell’assumere irrealisticamente che l’uscita dall’euro avvenga a parità delle altre condizioni, che cioè il mutamento di un parametro (nel nostro caso il cambio della lira) non causi alcuna variazione negli altri parametri.

In primis è da ritenere che, con ogni probabilità, i paesi che importano i nostri prodotti, di fronte ad una svalutazione competitiva, a un beggar thy neighbour (come diceva Adam Smith) messa in atto dal nostro paese, introducano dazi tali da contrastare la concorrenza delle nostre nuove esportazioni.

Ma c’è anche da considerare che la rideterminazione della nostra valuta (atto tecnicamente equiparabile ad un default) causerebbe, per ragioni che affronteremo in altro articolo, una drastica caduta della capacità creditizia delle nostre banche (i nostri titoli non sarebbero più accettati come collaterali dalle banche estere) e quindi le imprese esportatrici potrebbero trovarsi in grosse difficoltà a ottenere prestiti dalle banche per finanziare l’aumento delle esportazioni.

I calcoli

Con le esportazioni a 722 milioni avremmo un aumento delle importazioni pari al 20% (import content) del delta esportazioni pari a 80 miliardi che salirebbero così a 623 miliardi registrando quindi un delta positivo di 99 miliardi e riportando il ratio esportazioni/importazioni al  115,78%.

 

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