Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Tendenze a lungo termine

di Renato Gatti

Tra guerra, epidemia e inflazione l’orizzonte temporale dello studio della tendenza economica si è molto accorciato, riducendo l’attenzione sul breve termine ed abbandonando la visione a lungo termine. Il tema è quello del rapporto tra lavoro umano e macchine, tema che ha interessato l’economia fin dai suoi tempi di classicità; la questione, ridotta all’essenza è: potrà il lavoro delle macchine sostituire il lavoro umano? Ed in caso affermativo quali saranno le conseguenze nei rapporti tra le classi sociali? E che fine farà il plusvalore tipico prodotto del lavoro umano nel capitalismo?

Il tema non è nuovo, e recentemente è stato affrontato da “La città futura” con “La robotica come forza autodistruttiva del capitalismo” e “L’uso della robotica e le sue contraddizioni”, ma contributi vengono altresì da Mauro Pasquinelli con la sua domanda “Macchine e robot producono plusvalore?” e da Marx21 con “Il paradosso del robot. Confutazione di una confutazione”, per segnalare alcuni tra gli interventi sull’argomento.

Certamente una prima precisazione necessita distinguendo tra lavoro fisico e lavoro intellettuale. Marx nei suoi Grundrisse scriveva che quando il capitalismo si fosse appropriato del lavoro prodotto dal cervello, lo sfruttamento effettuato sul lavoro fisico sarebbe parso miserevole rispetto a quello effettuato sul lavoro intellettuale. Certo le macchine, alla loro origine erano finalizzate a sostituire i lavori più pesanti e faticosi, ma lo sviluppo scientifico ha ampliato l’area di intervento delle macchine al punto di intervenire anche nel lavoro intellettuale con il traguardo raggiunto nei nostri tempi dalla intelligenza artificiale, risultato intermedio verso più sofisticati traguardi.

In merito al problema ci poniamo le seguenti domanda:

  1. E’ possibile la robotizzazione totale?
  2. Le macchine producono plusvalore?
  3. Che succede al capitalismo in caso di robotizzazione totale?
  4. Che scenari si possono anticipare?

 

  1. E’ possibile la robotizzazione totale?

Che le macchine riescano a sostituire il lavoro umano è un fatto cui assistiamo da sempre ma negli ultimi decenni il fenomeno si è accelerato con lo sviluppo tecnologico, le cui realizzazioni ci hanno portato a poter disporre di robot capaci di svolgere ogni lavoro fisico, mentre sul piano del lavoro intellettuale l’Intelligenza Artificiale sta dilagando ed è sempre più in grado di sostituire il lavoro intellettuale. Ma anche se si può pensare a robot che grazie alla capacità di apprendimento siano capaci di progettare e realizzare robot di nuova generazione più intelligenti di quelli che li hanno progettati, dietro a tutto il processo e pianificazione del processo innovativo c’è un lavoro ad altissimo livello che è difficilmente pensabile poter essere svolto da macchine. E’ pur vero che questo lavoro ad altissimo livello segue comunque schemi e logiche traducibili in software e quindi, al limite, svolgibili da parte delle macchine. Pensiamo ad esempio ai computer quantistici che superando la logica binaria dei computer tradizionali, sviluppano una capacità di elaborazione dei dati irraggiungibile dai computers tradizionali. In un recente caso un computer quantistico ha elaborato in 200 secondi un lavoro che i computers tradizionali avrebbero elaborato in centinaia di anni.

Traggo da un lavoro di Domenico Laise per il seminario Unigramsci del 2018 le seguenti considerazioni: “Secondo Marcuse, e dopo di lui molti altri, l’automazione altera qualitativamente la relazione tra lavoro morto e lavoro vivo. Essa opera una TRASMUTAZIONE (H.Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi 1999). Il lavoro vivo umano non è più l’unico elemento attivo del processo lavorativo. La macchina con automazione diventa cioè un sostituto dell’uomo nel processo lavorativo. Marcuse, come Mc Culloch, fa sparire la differenza tra l’essere vivente e la cosa. La macchina–cosa diventa la macchina-vivente (ideologia dell’artificiale)”. Il Laise afferma che la tesi di Marcuse non può essere accolta perché “l’automazione non fa miracoli! Non può trasformare il lavoro morto (macchina-cosa) in lavoro vivo (macchina vivente). Anche dopo l’automazione, il lavoro umano sociale resta l’unico elemento attivo che finalizza il robot alla produzione di valori d’uso. Una macchina con automazione in senso proprio non lavora, ossia non svolge autonomamente attività finalizzata alla produzione di valori d’uso. E’ l’uomo che con il suo lavoro sociale guida il robot verso il fine della produzione di valori d’uso. Il lavoratore umano è il pastore del gregge delle macchine. Difatti, il robot non ha come suo fine immanente quello di produrre valori d’uso. (…) Difatti, solo un robot autonomo dall’uomo può scegliere da solo (in autonomia) il suo fine”.

A questa analisi critica del Laise si può obiettare che la carenza del fine immanente della macchina di produrre valori d’uso, se da un punto di vista filosofico può costituire una discriminante rispetto al lavoro umano, da un punto di vista pratico non si può ignorare che, se una catena di montaggio per produrre 100 pezzi all’ora necessitava di  100 lavoratori umani ed oggi la catena robotizzata per produrre lo stesso numero di pezzi (o più probabilmente più di 100 pezzi all’ora) richiede l’intervento di soli due lavoratori che controllano le macchine, questa è sostituzione di lavoro svolto dalle macchine che precedentemente era svolto dall’uomo. E la sostituzione anche se svolta con fini immanentistici diversi, rimane, come diceva Marcuse, “sostituzione dell’uomo nel processo lavorativo”.

Ritenere poi la produzione di valori d’uso come fine immanente del lavoro umano limita l’aspirazione dell’uomo di liberarsi dalla schiavitù del lavoro, insito nel rapporto capitalistico, per il quale l’uomo deve vendere una parte di sé al capitale per poter sopravvivere, mentre in un mondo dove non si sia più costretti ad alienarsi per campare, l’uomo può pensare di poter raggiungere la pienezza delle sue potenzialità. Ben vengano quindi i robot che sostituiscono il lavoro umano realizzando così i presupposti di un superamento di un rapporto subordinato al capitale e di un processo liberatorio di piena realizzazione dell’uomo.

Che poi “il lavoratore umano sia il pastore del gregge delle macchine” fa venire in mente il film “Tempi moderni” dove in maniera esemplare si vede chi è il pastore e chi è il gregge, chi guida e chi è guidato.

Quello che invece è forse più rilevante, e che discuteremo ai punti successivi, è il prefigurarsi di come si articolerà la futura società senza lavoro e quali le politiche da delineare sin da ora, per raggiungere i fini che ci prefissiamo.

  1. Le macchine producono plusvalore?

In una sintetica analisi marxiana, l’introduzione delle macchine, diminuendo l’utilizzo di lavoro umano, riduce al minimo il lavoro retribuito e massimizza, di conseguenza, il lavoro non retribuito o plusvalore relativo. Nel contempo, ed in modo particolare quando l’automazione è compulsata, ovvero generata dalla concorrenza inter-capitalista, la automazione comporta una diminuzione del numero totale dei lavoratori, per cui un maggior tasso di sfruttamento (plusvalore relativo) operato su un minor numero di sfruttati, può comportare una diminuzione del plusvalore totale.

In questo processo se dall’analisi del plusvalore passiamo all’analisi del profitto inseriamo un ulteriore elemento di riflessione. La composizione organica del capitale fa riscontrare, con l’introduzione di macchinari robotizzati, un incremento del capitale fisso rispetto a quello variabile, causando un calo del tasso di profitto relativo. Tale calo va comparato al maggior volume di produzione e quindi all’incremento del plusvalore assoluto, per effetto della maggior mole di produzione causata dall’aumento della domanda aggregata.

Compare allora l’elemento della tendenza marxiana alla diminuzione del tasso di profitto in funzione degli equilibri tra crescita del plusvalore relativo e decrescita di quello assoluto. “L’uso diffuso di robot può essere così forte e universale, anche come conseguenza della concorrenza inter-capitalista, da generare disoccupazione tecnologica al punto che il lavoro globale perde la sua funzione essenziale di generare valore e l’aumento della composizione organica del capitale finisce per influenzare maggiormente la riduzione di tasso di profitto rispetto all’aumento del tasso di plusvalore” (Tarosky Il rapporto tra automazione e plusvalore)

A mio avviso anche le macchine generano plusvalore perché la generazione di valore consiste nel dare utilità (utilizzabilità, valori d’uso) a cose che prese isolatamente non presentano una immediata utilizzabilità. La terra, che secondo i fisiocrati è l’unico elemento a creare valore, in effetti non fa nessun miracolo, non crea ma semplicemente trasforma, grazie all’energia chimica dell’humus e dei batteri ivi operanti, cose inutilizzabili in quanto tali (il seme) in cose utilizzabili per soddisfare i bisogni dell’uomo (la spiga); di seguito l’uomo con strumenti primitivi trasforma (mai crea) la spiga in farina ed ancora l’uomo trasforma la farina in pane, oppure il robot trasforma direttamente la spiga in pane. Non c’è alcun miracolo nel lavoro umano; c’è un passaggio di energia fisica che trasforma l’inutilizzabile in utilizzabile, e questa trasformazione può essere fatta sia dall’energia chimica della terra che dall’energia umana sia da quella che alimenta i computers ed i robot. E la equazione della produzione dove € sta per energia, sarà allora P = T€ + l€ + m€ ovvero la produzione è pari alla somma dell’energia prodotta dalla terra più quella prodotta dall’uomo più quella prodotta dalle macchine e tali energie sono tecnologicamente sostituibili l’una alle altre. Tutte queste energie € immesse creano quel plusvalore che consiste nella maggior utilizzabilità del prodotto finito rispetto all’utilizzabilità delle componenti immesse. I rapporti sociali e quindi la forza contrattuale di ciascun venditore di energia determina la redistribuzione della realizzazione di P, redistribuzione che nel regime capitalista è connotata dallo sfruttamento della forza egemone, il capitale, rispetto alla forza subordinata, ovvero il lavoro salariato.

Il vero sfruttamento, a mio parere, non consiste unicamente nella differenza tra valore dell’energia ceduta dal lavoratore e retribuzione del lavoratore stesso, quanto nel completo monopolio decisionale relativo al reimpiego del plusvalore totale. Ma questa tematica sarà affrontata al punto 4.

  1. Che succede al capitalismo in caso di robotizzazione totale?

In caso di robotizzazione globale, ovvero di azzeramento di lavoro vivo, il capitalismo viene a cessare in quanto esso è caratterizzato dalla organizzazione della produzione sociale in due classi: quella detentrice del capitale e quella che vende il proprio lavoro al capitale. Cadendo la funzione assegnata dal capitalismo alla seconda classe viene a cessare un modo di produzione che per tanti secoli ha contrassegnato la storia dei popoli.

Il modo di produzione capitalista è caratterizzato dal dominio del capitale che è si è appropriato il potere, posseduto da altri nei precedenti modi di produzione, di redistribuire e reinvestire il plusvalore prodotto dal processo di produzione sociale. Ed il criterio di redistribuzione del plusvalore totale scelto dal capitale è rappresentato dal profitto. Ciò significa che di fronte alla scelta se produrre beni di consumo A ovvero B ovvero C ….. ovvero N, il capitale sceglierà di produrre quei beni che generano maggior profitto per sé, per attuare il processo di valorizzazione di sé stesso.

Non è affatto automatico che il mix di beni prodotti in base al criterio del profitto sia il mix ideale per una società; probabilmente se la scelta dovesse essere fatta in funzione della soddisfazione dei bisogni dei cittadini, essa sarebbe molto diversa, così come era diversa quella fatta quando non esistono cittadini ma sudditi (quando il potere è oligarchico) o peggio ancora schiavi (quando il potere è assolutistico). Insomma, la storia delle società esistite fino ad oggi è storia di lotta di classi. I criteri di redistribuzione e reinvestimento del plusvalore prodotto sono conseguenza di quella lotta.

Una obiezione, che spesso viene fatta all’ipotesi di una società nella quale tutto il processo produttivo sia robotizzato e non esista più lavoro umano, è:” Ma se nessuno più lavora, come si possono vendere i prodotti fabbricati? A chi si vendono se nessuno ha più entrate per gli acquisti?” Chi fa questa obiezione non ha ben compreso che nella situazione ipotizzata il capitalismo è finito: non ci sarà più una classe costretta a vendere parte della propria vita per procurarsi la sopravvivenza e la riproduzione; non ci sarà più un capitale che compera parte della vita dei senza-capitale per la produzione del suo profitto. I prodotti febbricati dai robot saranno distribuiti tra i cittadini; il ricevere quote della produzione robotica diventa un diritto del cittadino, una specie di “reddito di cittadinanza”. Certo, il reddito di cittadinanza sarà disegnato dalla politica e quindi potrà avere caratteristiche molto differenti a seconda di quale forza politica, di quale classe sarà al potere e determinerà i criteri di redistribuzione.

Questo aspetto viene esaminato nel successivo ed ultimo punto.

  1. Che scenari si possono ipotizzare?  

Gli scenari che si possono ipotizzare sono molti, ma sostanzialmente si possono ridurre a due, individuabili in base allo status proprietario dei robot, dei mezzi di produzione. Più precisamente le due situazioni tipo sono: a) i proprietari dei robot è una classe egemone, b) i mezzi di produzione sono socializzati.

La classe egemone che detiene i mezzi di produzione, i robot deciderà il cosa e il quanto produrre; produrrà quindi beni per la sopravvivenza dei subordinati nella misura minima necessaria affinché i subordinati stessi siano pacifici e non abbiano motivo di ribellione e di insurrezione, mentre destinerà tutto il resto del plusvalore a soddisfare i bisogni infiniti della classe egemone. Da notare che, mentre nelle società precedenti a quella qui esaminata la classe egemone aveva bisogno dei subordinati o come schiavi o come servi della gleba o come salariati e doveva quindi contare che i subordinati si riproducessero per continuare la classe subordinata e quindi dovevano garantire il necessario per la sussistenza e la riproduzione,  la classe egemone della nuova società non ha bisogno della classe subordinata e quindi non è così interessata alla riproduzione della stessa non sentendosi così obbligata a fornire beni anche per la riproduzione della classe. Lo sfruttamento non avviene quindi nell’appropriazione di ore lavorate e non pagate, ma ben più universalmente nel reinvestire tutta la produzione secondo i criteri, quasi schiavistici, della classe egemone.

Se al contrario i mezzi di produzione sono socializzati, il quanto e cosa produrre sarà determinato dalla libera scelta democratica di tutti utilizzando la scienza ovvero, una volta definiti i fini, un computer quantistico, in possesso di tutti i dati necessari, simulerà in tempi brevissimi tutte le possibili combinazioni della equazione della produzione e determinerà a soluzione più vicina alla soddisfazione dei fini scelti. La maturità della società determinerà fini sempre più tendenti alla solidarietà, alla sicurezza, alla cultura, alla salute etc. Pare che questa prospettiva, che presenterà certamente errori e incertezze o controindicazioni, possa portare ad una società più vicina agli ideali socialisti. 

 

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