Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il fisco e la Costituzione

Costituzione Costituzione

di Renato Gatti

  1. L’ART. 53 DELLA COSTITUZIONE

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

 Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

Forse l’articolo più breve della nostra carta costituzionale, ma certamente il più denso di significati. Il primo comma deriva dall’art. 15 dello statuto albertino che recitava:”I cittadini contribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello Stato”. La grande novità consiste nel sostituire al principio della proporzionalità quello della progressività. A questo proposito il relatore Scoca osservò che; ”Naturalmente con questa enunciazione non vogliamo dire, né lo potremmo, che tutte indistintamente le imposte debbono essere progressive, perché ben sappiamo come ciò sarebbe impossibile e scientificamente errato; perché ben sappiamo che la progressione non si addice alle imposte dirette reali e può trovare solo inadeguata e indiretta applicazione alle imposte indirette in generale”. Rilevò anche che i tributi indiretti, gravando maggiormente sulle classi meno abbienti – in quanto prevalentemente applicati sui consumi – dessero luogo ad una tassazione regressiva. Concluse che occorreva potenziare le imposte personali rispetto a quelle reali, accentuando la progressività sul reddito “sino a farla divenire la spina dorsale del sistema tributario”.

La progressività dell’imposta deriva espressamente dal marginalismo secondo il quale la progressività tende a eguagliare il sacrificio marginale dei contribuenti. Infatti l’utilità marginale di un euro per un contribuente che ha un reddito di 1500 euro al mese è molto più alta dell’utilità marginale di un euro per chi ha un reddito di 100.000 euro al mese. Per eguagliare il sacrificio fiscale dei due contribuenti se il primo paga un euro, il secondo ne deve pagare molti di più (ad esempio 150). A quel punto il sacrificio marginale dei due contribuenti è uguale.

Va infine ricordato che il primo articolo della Costituzione dichiare che il nostro paese è una “Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, e se ciò non ha, per espressa dichiarazione dei costituenti, un significato “classista”, ha però una chiara indicazione che privilegia il lavoro rispetto ad altre forme di realizzazione della ricchezza e in sostanza rispetto alla rendita. Così come risulta dagli atti parlamentari:”Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui”.

  1. IL SISTEMA IMPOSITIVO ITALIANO

Il gettito fiscale italiano pari a circa 490 miliardi di €, è rappresentato da imposte progressive (Irpef) per circa il 40%, da imposte proporzionali (Ires,  sostitutive etc) per circa il 10%, regressive (iva e accise) per circa il 45% e altre per la differenza.

Difficilmente si può sostenere che il criterio progressivo sia la spina dorsale del sistema fiscale nazionale.

Recentemente si assiste alla riclassificazione di redditi dall’area dell’Irpef (e quindi della progressività) all’area delle imposte sostitutive tipicamente proporzionali (o flat).

Ricordiamo le locazioni fatte da privati a privati, e nelle finanziaria in approvazione anche quelle da privati a persone giuridiche. Le aliquote (al 10 o al 21%) sono inferiori all’aliquota minima dell’Irpef che è del 23%. La motivazione per la cosiddetta “cedolare secca” sta nell’illusione che una imposta fissa e bassa faccia emergere molte locazioni dal nero. Come abbiamo già rilevato la cedolare secca ha fatto perdere gettito e non ha fatto emergere alcuna locazione in nero.

I redditi di capitale precedentemente soggetti a imposizione progressiva, sono stati in un primo tempo assoggettate a imposta sostitutiva solo per i soci non qualificati (al di sotto di una certa percentuale di possesso), poi, nel 2017 sono stati estesi a tutti i soci, per cui oggi i redditi da capitale sono esclusi dalla progressività.

La proposta introduzione di una flat tax a partire dal 2019, per le partite iva il cui fatturato sia uguale o inferiore a 65.000€ e dal 2020 a 100.000€, estende l’area degli imponibili assoggettati a tassa proporzionale escludendola dall’area della progressività.

  1. LA FLAT TAX

Analizzando le classi interessate alla flat tax, così come proposta dalla finanziaria del governo lega-5stelle, riscontriamo cha l’irpef, l’unica imposta progressiva residua, presentava, nel 2014, i seguenti numeri.

 

contribuenti           versanti                   importo

Dipendenti………..16.462.811……………98.840.839

Pensionati………….11.448.939…………..58.581.651

Autonomi…………….2.817.197…………….9.629.778

Totale………………..30.728.956………...167.052.268

Con la proposta riforma almeno 2 milioni di contribuenti nel 2019 e 2 milioni e quattrocentomila nel 2020, passerebbero da un’imposizione progressiva a una imposizione flat, lasciando praticamente a tassazione progressiva i soli lavoratori dipendenti ed i pensionati.

Quanto vale il passaggio da un regime all’altro?

Facciamo un esempio: prendiamo un commerciante con 65.000€ di fatturato; il reddito forfettario diventa 40.000€ ; e prendiamo un pensionato con 40.000€ di imponibile netto. Ebbene il primo paga 6.000€ di imposta sostitutiva, l’altro paga 11.520€ di Irpef più addizionali regionali e comunali. Il lavoratore dipendente o il pensionato pagano il doppio dell’autonomo.

Ma perché a redditi eguali corrispondono tassazioni diverse? E perché ad essere sacrificato è proprio quel lavoro dipendente e pensionato rispetto a chi oltre al lavoro impiega pure capitale? E se la differente tassazione è rappresentata dal capitale non stiamo infrangendo clamorosamente non solo l’art. 53 della Costituzione ma anche l’art.3 e l’art. 1? Si è mai pronunciata la Corte costituzionale? E se sì come si è pronunciata? Occorre rifarsi a due sentenze: la 120 del 1972 e la 42 del 1980.

Secondo la Consulta «i marcati tratti distintivi del lavoro autonomo nei confronti del lavoro dipendente sono certo incontestabili, sul piano del diritto tributario come già sul piano del diritto civile. Ma la discriminazione qualitativa dei redditi non implica soltanto che le rispettive fonti di produzione siano diverse; bensì richiede per dimostrarsi costituzionalmente legittima che a questa diversità corrisponda una peculiare e differenziata capacità contributiva, (…) a parità di ammontare della base imponibile».

A poco a poco, la nostra Costituzione viene smantellata, sarebbe bene prenderne coscienza ed agire di conseguenza.

  1. LA FISCALITA’ DELLA MONETA FISCALE

Qualche settimana fa mi interrogavo sul trattamento della Moneta Fiscale e, come risposta Cattaneo mi suggeriva di guardare la prima bozza della proposta di legge che all’art. 6 dava una risposta al mio interrogativo.

L’art. 6 prevede: “ I CCF non concorrono, in alcun caso, a formare reddito imponibile a fini fiscali o contributivi del soggetto assegnatario”. Viene da chiedersi chi siano i soggetti assegnatari, e troviamo la risposta agli articoli 3, 4 e 5 ovvero, rispettivamente i lavoratori dipendenti, le imprese che agiscono in qualità di datore di lavoro (imprese della pubblica amministrazione escluse) e la voratori autonomi.

Poiché i CCF sono utilizzabili per pagare le imposte, essi hanno natura fiscale, anche se probabilmente i CCF nel biennio di sospensione del beneficio, saranno cartolarizzati, scontati e in qualche modo liquidizzati. Ma se la natura dei CCF è fiscale, sorge spontanea la domanda se ciò sia costituzionalmente legittimo. Ciò non tanto per il portato dell’art. 6 cioè per il fatto che i CCF non concorrono a costituire reddito fiscalmente e contributivamente imponibile, quanto per il fatto che esiste una evidentissima discriminazione di natura fiscale nei confronti dei soggetti assegnatari. La osservazione è semplice, perché i benefici fiscali sono erogati in violazione della capacità contributiva dei contribuenti? Perché ad esempio, ne sono esclusi i pensionati; le imprese familiari che non hanno dipendenti; i coltivatori diretti e così via?

Capisco che la stessa domanda vale per i famosi 80 euro e potrebbe valere per il cosiddetto reddito di cittadinanza di cui però nulla si conosce nei meccanismi; ciò non toglie che questa “helicopter money” così come prospettata presenta profili seri, almeno a mio parere, di incostituzionalità.

Rimane un’altra strada.

Se in europa non riusciamo a far passare la “golden rule”, cioè la non computabilità degli investimenti produttivi nel calcolo del deficit, i CCF sono un ideale strumento per finanziare detti investimenti laddove negli appalti sia inclusa la clausola che gli stati di avanzamento in toto o in parte, saranno pagati agli appaltatori con CCF e laddove lo Stato stenda con le banche delle convenzioni per l’accettazione allo sconto di detti CCF (sapendo che probabilmente i CCF difficilmente saranno accettati come collaterali dalla BCE né dalle altre banche estere).

 

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