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Povertà e disuguaglianza

Povertà e disuguaglianza Povertà e disuguaglianza

di Renato Gatti

I fatti di Parigi con i sabati dei gilet gialli; le proteste in Ungheria contro la settimana lavorativa di sessanta ore con obbligo di straordinari; i 5 milioni di poveri che l’Istat rileva nel nostro paese; il senso di mancanza di speranza nel futuro dove si prospetta una recessione a soli 10 anni dal 2008: questi sentiment (che rispecchiano una situazione reale) sembrano dominare il clima dell’intera Europa.

Il movimento “Occupy Wall Street” sembra evidenziare la consapevolezza di una irrimediabile contraddizione tra capitale e popolo, sintetizzata dallo slogan “We are the 99%”, che, conseguenza inevitabile dell’economia di mercato, porta a riflettere sui temi, diversi ma connessi, della povertà e della disuguaglianza.

Il vicepremier del governo italiano, in una recita non poco retorica messa in scena sul balcone di palazzo Chigi, dichiara, con  enfasi d’altri tempi, di “aver sconfitto la povertà” per decreto.

Questi fatti richiedono, a mio modo di vedere, un approfondimento sul significato politico dei due termini “povertà e disuguaglianza”, anche attraverso uno sguardo storico, per trarne suggerimenti per la nostra azione e proposta politica.

Povertà

Mettere l’accento sulla povertà come situazione di milioni di persone spinge a esaminare proposte e interventi per combattere questa situazione indesiderata ma purtuttavia esistente. La consapevolezza di questo fenomeno si basa soprattutto sull’esame statistico sviluppatosi con i contributi di numerosi scienziati sociali a partire da Vilfredo Pareto e dallo sviluppo di quel misuratore, noto come indice Gini, universalmente adottato per dare concretezza scientifica al fenomeno in esame. L’indice Gini è sviluppato analizzando il rapporto tra le presenze nei singoli decili di popolazione e le quantità di reddito e/o di ricchezza possedute negli stessi decili. Le conseguenze che si traggono dall’esame di questi indici nei vari paesi e nel tempo, sono di un aumento o di diminuzione nella concentrazione del reddito e/o della ricchezza, senza un giudizio di merito su tali variazioni spaziali e/o temporali, senza indicare un optimum da perseguire, quasi con indifferenza di giudizio, che non sia il riconoscere che è più auspicabile una diminuzione della concentrazione che non un suo aumento.

Posizioni più dichiaratamente liberiste sostengono che una maggior concentrazione del reddito/ricchezza è premessa per incentivare “il cuore del dinamismo dell’economia di mercato” strumento indispensabile per una maggior ricchezza globale che sarebbe poi scesa, per gocciolamento, a favore anche delle persone meno fortunate. Si ritrovano queste posizioni politiche nei recenti interventi fiscali di Trump, nella proposta leghista (e di Forza Italia) della flat tax, od anche nella riduzione dell’Ires dal 33 al 24% durante i governi guidati dal Pd.

Da una parte l’accumulazione è strumento indispensabile per un progresso che, prima o poi, beneficia tutti, ma dall’altra parte ci si rende conto che un eccesso di accumulazione può divenire un pericolo sociale (tipo le rivolte dei gilet gialli parigini) che potrebbe mettere in discussione, se non in pericolo, lo stesso processo economico di mercato. Si rende quindi necessaria una politica che tenda a contenere gli eccessi di accumulazione, agendo soprattutto su trasferimenti di reddito a favore delle persone meno fortunate. Tali strumenti possono essere rappresentati da forme di reddito di cittadinanza, fissazione di salari minimi garantiti, tasse negative sui redditi e più in generale agendo, principalmente per via fiscale, su nuovi modelli di redistribuzione dei redditi.

Ciò che non è mai messo in discussione è il sistema di produzione, esso è anzi ignorato o dato per scontato, agendo alla ricerca di correzioni che, eliminando effetti indesiderati, rafforzino il sistema che si presuppone.

Anche l’economia sociale di mercato si colloca nella logica di trovare correttivi all’interno del sistema esistente, ma con un costrutto, che parte da Beveridge e arriva sino a un nuovo  sistematico approccio all’economia rappresentato da Keynes, di notevole portata sia teorica che pratica e che ha connotato tutto un periodo storico che tuttavia si è chiuso con l’avvento del capitalismo finanziario e con la crisi del 2007. L’economia sociale di mercato, lo stato sociale, il welfare state rappresentano quell’approccio sistematico ad un nuovo modo di interpretare l’azione politica; una crescente porzione del lavoro viene finalizzata a piani di protezione sociale su larga scala, rappresentati da nuovi diritti civili e sociali, per privilegiare il finanziamento di servizi pubblici che andavano a costituire una nuova proprietà sociale. Uno stato sociale che ambiva ad essere, oltre che uno strumento per combattere le disuguaglianze, la promessa di una società radicalmente nuova coinvolgente e cooperativa che ponesse un termine allo sfruttamento ottocentesco. Una costruzione che superava, alla lunga, la mera redistribuzione dei redditi, che superasse il concetto “crocerossino” o da dama di san Vincenzo, per disegnare una nuova economia del benessere da svilupparsi all’interno dell’esistente sistema produttivo, ma che guarda non solo alla differenza di reddito, ma estende la sua percezione alle differenze sociali, di opportunità, all’ascensore sociale, a nuovi diritti sociali.

Si colloca in questo filone il famoso discorso su “Meriti e bisogni” del 1982 laddove si lancia la proposta di un governo riformista che, “tagliando trasversalmente la sociologia pietrificata delle classi che abbiamo ereditato dal marxismo”, propone di “evitare da sinistra entrambi i corni del dilemma della tecnocrazia e dell’assistenzialismo (con) l’umiltà di ricominciare con l’empiria, con le categorie povere di storia culturale: l’individuo; l’individuo che può o che deve agire; gli individui e le persone dotate di merito o sottoposte al bisogno; la natura da cui non dobbiamo più difenderci ma che dobbiamo difendere da noi stessi; le tecniche che possano consentirci la cura dell’umanità e la cura del mondo naturale; la cura dei bambini e delle madri e degli anziani; la nostra salute”. Certo che il giusto riconoscimento del merito non possa ignorare che la meritocrazia funziona se c’è eguaglianza dei punti di partenza, un richiamo a Luigi Einaudi non avrebbe guastato, e che quindi si indicassero proposte per realizzare questo obiettivo forse, soprattutto, attraverso l’imposta di successione.

Disuguaglianza

Mettere l’accento sulla disuguaglianza significa invece ricercare la meccanica causa effetto del presente vissuto, chiedersi con approccio scientifico il perché dell’esistenza della povertà e della disuguaglianza; se questa disuguaglianza sia la conseguenza necessaria del sistema, del fenomeno che stiamo osservando; quale sia il meccanismo che produce necessariamente, a valle del suo processo, povertà e disuguaglianza; come operi il meccanismo del fenomeno sotto esame e perché esso non possa funzionare in modo differente; se questo sistema possa mantenersi, così come opera, nei futuri sviluppi presumibilmente proiettabili nel futuro.

Marx scriveva nel suo manifesto che “La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi.” Ecco che allora all’analisi critica dell’esistente viene offerto una nuova (antica) chiave interpretativa; l’analisi della curva di Lorenz e dell’indice di Gini potrebbe essere arricchita, al di là dei puri decili di quegli individui posti dalla proposta “Meriti e bisogni” alla base della rilevazione statistica, dall’introduzione di un filtro interpretativo costituito dalla classe cui appartengono gli individui dei decili classificativi. Scopriremmo allora che nei decili più bassi si trovano, non semplicemente dei poveri bisognosi, ma più approfonditamente dei rifiuti del processo capitalista, immigrati dal sud del paese e del mondo, disoccupati di lungo periodo, inoccupati da sempre, espulsi dal processo produttivo. Nei decili successivi troveremo lavoratori precari, pensionati con pochi contributi, piccolissimi commercianti ambulanti etc. etc. Troveremo cioè, e questo è un invito a fare tale tipo di ricerca senza pregiudizi e con indipendenza scientifica, se esiste una correlazione più o meno forte tra curva di Lorenz e appartenenza alle classi sociali escluse o partecipanti ai processi produttivi, oppure derivanti i loro redditi o le loro ricchezze dal capitale produttivo o da posizioni di puri rentier.

Voglio ricordare che la rivoluzione che ha traghettato il capitalismo dalla sua fase produttiva a quella finanziaria è anticipata nel terzo libro del Capitale dove si accenna alla possibilità che il capitale, invece di accrescere il capitale produttivo, lo impieghi finanziariamente “Nella misura in cui avviene, la borghesia si allontana dall’attività produttiva e diventa sempre più, come ai suoi tempi la nobiltà, una classe che semplicemente intasca le rendite”.  Va tuttavia detto che contrariamente a quanto scriveva Marx il capitale finanziario non si è limitato come la nobiltà a ritirarsi in un rifugio passivo dal quale godere dei suoi frutti, ma è diventato oggi il vero protagonista del meccanismo economico: la finanza ha rifiutato la sua funzione di pur utile servizio alla produzione, ma ha costruito una sua guida egemonica che pone in posizione subalterna la fase produttiva.

Viene allora da chiedersi se leggere la povertà come disuguaglianza necessaria del processo produttivo, come una moderna riproduzione dell’esercito di riserva di mano d’opera generata dal progresso tecnologico che richiede sempre meno lavoro diretto, non porti alla conseguenza che limitarsi, come descritto nel precedente paragrafo, a cercare correttivi, pur interessanti e validi, al modello produttivo, sia impresa incapace di andare al cuore del tema povertà/disuguaglianza. Con la conseguenza che sarebbe scarsamente efficace ricercare in un nuovo modello redistributivo la soluzione di un processo di lungo termine che richiede invece anche un intervento sul modello produttivo, sulla proprietà dei mezzi della produzione.

Tali ragionamenti vanno poi applicati alla prevedibile evoluzione del processo produttivo verso una economia completamente robotizzata e preannunciata dalla rivoluzione 4.0, tema sul quale val la pena tornare ancora a riflettere. Sarebbe sufficiente considerare che in una economia completamente robotizzata scompare il lavoro salariato, viene meno il concetto di plusvalore inteso come ore di lavoro non pagate, si drammatizzerebbero i rapporti tra i detentori dei mezzi di produzione e gli ex-lavoratori; ci si ritrova indubbiamente in un nuovo modo di produzione che rende quindi ancor più necessario rivedere i rapporti ed i modelli produttivi e redistributivi. Senza voler entrare in pur proponibili proposte, valga la considerazione che un approccio che dia per scontato l’esistente modello produttivo sarebbe assolutamente inadeguato.

Conclusioni

I due approcci, che potremmo definire come: a)riformista quello che non prevede un mutamento di sistema e b)riformatore quello che non lo esclude, non sono, a mio modo di vedere, inconciliabili. Voglio dire che se da una parte si possono cercare e politicamente proporre interventi di tipo riformista senza dimenticare che si debba lavorare strategicamente per interventi riformatori, dall’altra sarebbe stupido rifiutarsi di impegnarsi per interventi riformisti in attesa di anche improbabili mutamenti riformatori.

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