Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Recessione

di Renato Gatti

Improvvisamente (ma solo per chi non sa o non vuole leggere i numeri) ci capita tra capo e collo la recessione. Le discussioni impostate dall’attuale cultura politica stanno andando alla ricerca dei colpevoli piuttosto di andare alla ricerca delle cause e dei provvedimenti per contrastarle.

Il nostro presidente del consiglio ha definito la recessione “transitoria” e prevede un bellissimo 2019; vediamo di cercare di individuare le possibili ragioni della prevista transitorietà.

Le cause della recessione vanno ragionevolmente individuate:

  • peggioramento della situazione internazionale, in particolare la lotta minacciata e/o in atto tra Stati Uniti e Cina in particolare nel campo dei dazi;
  • peggioramento del mercato dell’auto dovuto sia al mercato tedesco che alle vicende dell’euro4;
  • irrisolta soluzione della crisi del 2007, in particolare incapacità dell’Europa di diagnosticare le cause di quella crisi e di disegnare adeguate misure per superarle. Di fronte alla ripresa degli Stati Uniti che hanno spinto fortemente l’economia, l’Europa si è incartata in una politica di austerità senza una visione strategica comune che non si limitasse a dare i “compiti a casa” ai singoli paesi.
  • cronica deficienza italiana negli indici di produttività e innovazione, indici a zero da almeno un decennio cui solo i provvedimenti 4.0 di Calenda hanno dato una scossa ma solo ad una minoranza di imprese; le altre affette da nanismo non sono in grado di goderne i vantaggi. Questa debolezza intrinseca del nostro paese, ci rende particolarmente fragili e deboli, costretti, quando c’è crescita, ad averne sempre una inferiore a quella degli altri e, in caso di difficoltà ad andare per primi in recessione.

Se queste sono le cause della recessione, dovremmo essere in grado di identificare quali di esse siano temporanee e quali permanenti o strutturali;

  • difficile fare previsioni sui dissidi internazionali; se dovessimo avventurarci in previsioni, tutto quello cui assistiamo fa pendere il giudizio verso un aggravamento della situazione anziché un improbabile miglioramento;
  • un miglioramento è forse prevedibile per quel che riguarda la congiuntura dell’area automobilistica. Resta tuttavia una preoccupazione per gli sviluppi che avrà l’auto elettrica, settore sul quale siamo in ritardo e che, quindi, qualora dovesse decollare, e con molta probabilità lo farà, anche senza incentivi, ci vedrebbe in colpevole ritardo;
  • difficile ritenere che l’Europa possa in breve termine modificare la sua linea di politica economica e diventare un propulsore delle economie dei vari paesi all’insegna di una programmazione europea in cui, convertitasi alla “golden rule di Delors”, l’Europa diventi strumento di ordinata convergenza delle economie dei vari paesi, sostenuta da una Bce che diventi finalmente l’organo principale di una unione bancaria. Le elezioni europee che ci attendono non sembrano volersi indirizzare verso questo obiettivo riducendosi, così pare, ad un confronto tra sovranisti ed europeisti.
  • circa poi la cronica debolezza del nostro sistema produttivo dobbiamo rassegnarci ad attendere una svolta (o meglio un risveglio) della politica industriale del nostro paese. Non mi pare che si possa respirare quest’aria di risveglio, nella catalessi di una subordinazione alla logica del capitalismo finanziario, o di una velleitaria assenza di visione nella direzione politica attuale;
  • ma forse il presidente Conte si aspetta nel secondo semestre del 2019 gli effetti di rilancio della domanda portati dal reddito di cittadinanza. L’esperienza degli 80 euro renziani, che ha dimostrato come la speranza di un rilancio della domanda, quale conseguenza di una certa iniezione di liquidità, sia stata mal posta, mi rende piuttosto scettico. Vorrei sbagliarmi ma penso che altre cose siano invece raccomandabili.

Rimane il fatto che prima o poi debba servire una manovra correttiva in conseguenza della variazione dei parametri, in primis dell’andamento del PIL, non più coerenti con gli obiettivi che la legge di stabilità si è posti. Sarebbe gravissimo pensare ad una manovra correttiva che vada unicamente a tagliare gli stanziamenti di spesa: fermare il reddito di cittadinanza o la quota 100 dichiarando finito anzitempo il periodo sperimentale, non farebbe altro che creare nel paese un clima di ribellione alla gilet gialli francesi che non farebbe presagire nulla di buono.

Rimane, a mio parere, necessario un rilancio massiccio di investimenti pubblici agendo su due fronti:

  • su un fronte, mettendo in cantiere tutte quelle opere già finanziate ma bloccate da inefficienze burocratiche o resistenze pregiudiziali. Gli investimenti pubblici in Italia sono calati drasticamente negli anni della crisi. Anche da qui bisogna ripartire. Spendendo di più e spendendo meglio. Eliminando le inefficienze, sbloccando le grandi opere già finanziate.
  • su un altro fronte, disegnando un nuovo “piano del lavoro alla Di Vittorio” che coniughi l’aggiornamento tecnologico del nostro sistema produttivo (una distruzione creativa schumpeteriana) con la formazione e l’arricchimento del capitale umano. I 5stelle indicano, come importante investimento nel capitale umano, gli stanziamenti previsti dal Reddito di cittadinanza e dai sistemi di avviamento al lavoro. Sinceramente il piano governativo mi pare una cosa miserevole e pietistica. Occorre avere più coraggio radicale agendo sul fronte della dimensione delle imprese (superamento del nanismo cronico), sulla loro propensione all’investimento innovativo di concerto con un innalzamento della professionalità lavorativa del capitale umano. Occorre programmare il passaggio dal modo di produzione attuale ad un nuovo modo di produzione conseguente alle sopravvenienti novità tecnologiche, che richiedono anche una rideterminazione delle relazioni fra le forze produttive: iniziative congiunte fra pubblico e privato, subordinazione della finanza all’economia produttiva, nuovi rapporti proprietari nel capitale delle imprese aperti al mondo del lavoro.

Con queste prospettive serviranno investimenti anche di notevoli dimensioni (da finanziare anche in deficit) che richiedono un nuovo approccio in Europa escludendo gli investimenti dal conteggio del deficit, o in caso di sordità dell’Europa, attuando il progetto della Moneta Fiscale in grado di entrare in funzione abbastanza agevolmente, senza contravvenire alle regole europee, e che non costringe il Paese ad andare a mendicare fondi sui mercati finanziari mondiali.     

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