Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Rapporti di produzione e rapporti di distribuzione

Industria 4.0 Industria 4.0

di Renato Gatti

Rapporti di distribuzione e rapporti di produzione. (Il Capitale, Libro III, Sezione VII Capitolo 51)

… consideriamo ora i cosiddetti rapporti di distribuzione. Il salario presuppone il lavoro salariato, il profitto presuppone il capitale. Queste forme determinate di distribuzione presuppongono quindi determinate caratteristiche sociali delle condizioni della produzione e determinati rapporti sociali fra gli agenti della produzione. Un determinato rapporto di distribuzione è, di conseguenza, solo l’espressione di un rapporto di produzione storicamente determinato.

Con la rivoluzione 4.0 stiamo superando un rapporto di produzione storicamente determinato e, di conseguenza, stiamo superando un rapporto di distribuzione conseguentemente determinato?

E nella fase di passaggio da un modo di produzione ad un altro, se così stesse succedendo con la rivoluzione 4.0, quali sono le mutazioni nel rapporto di produzione e le conseguenze sul rapporto di distribuzione?

Quali contraddizioni sottostanno ai rapporti di produzione e di distribuzione che stanno per essere superati e quali contraddizioni sottostaranno ai nuovi rapporti di produzione e di distribuzione?

Dobbiamo analizzare il problema che stiamo affrontando distinguendo due fasi storiche:

  1. la fase del passaggio da una produzione con crescente presenza di apporto delle macchine derivanti dallo sviluppo della tecnologia e delle sue applicazioni;
  2. la fase in cui tutta la produzione è completamente effettuata da macchine che producono non solo i prodotti di consumo e di investimento, ma riproducono anche sé stesse grazie all’intelligenza artificiale.

Dal mezzo di lavoro all’automazione

La trasformazione, graduale nel tempo, ma con crescente accelerazione, del mezzo di lavoro dominato dalla professionalità dell’operaio in macchinario sempre più operante come un automa, ha mutato profondamente il “modo di produzione” riducendo il tempo di lavoro necessario per la produzione dei beni e servizi, e relegando il ruolo dell’operaio a supervisore e controllore dell’operato delle macchine stesse.

Ma le macchine sono il prodotto della scienza e dell’abilità delle forze produttive del cervello sociale (general intellect), sono cioè un fattore della produzione sociale di cui il capitale si appropria assorbendolo nel capitale fisso. E questa appropriazione da parte del capitale del prodotto sociale rappresentato dalla tecnologia, l’appropriazione del lavoro intellettuale fa apparire come “miserabile” l’appropriazione di ore di lavoro lavorate in eccesso al tempo necessario a produrre il salario; osserviamo un salto di qualità del lavoro da produttore diretto dei beni a controllore delle macchine ed infine, in un domani non così lontano, espulso come lavoratore ma presente come sapere sociale, come knowledge.

L’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così – rispetto al lavoro – assorbita nel capitale, e appare quindi come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio.

Scrive Marx nei Grundrisse: «Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale» (Lineamenti, II, p. 403).

In questa fase assistiamo quindi ad una enorme contraddizione: il prodotto del cervello sociale, ovvero il risultato dell’azione delle forze produttive organizzate al fine della conoscenza e dello sviluppo della scienza, con il contributo determinante della collettività che, con le imposte, finanzia scuola, università, centri di ricerca, viene appropriato dal capitale e da esso utilizzato per ridurre i tempi di lavoro necessario.

Quando parliamo di appropriazione da parte del capitale del knowledge non facciamo affermazioni ideologiche cui si possa contrapporre l’osservazione che il capitale acquista le invenzioni, i brevetti, la tecnologia o addirittura finanzia al suo interno attività di R&S. Abbiamo ben presente che al contrario la collettività finanzia, con la fiscalità generale, tutta la fase di elaborazione del sapere sociale tramite il sistema scolastico, universitario e dei centri di ricerca; ma se vogliamo andare a casi di palmare evidenza riandiamo a quanto scrive Mariana Mazzucato nel suo ultimo libro “IL VALORE DI TUTTO”.

“Le invenzioni sono prevalentemente il frutto di investimenti a lungo termine che si accumulano uno sull’altro nel corso degli anni. Prendiamo un esempio ovvio: l’innovazione nei personal computer che rimpiazzarono i grossi mainframe, arrivò dopo decenni di innovazione nei semiconduttori, nella capacità di memoria e nella scatola stessa (riducendo i mainframe a dimensioni molto più piccole). Società come IBM furono la chiave per l’introduzione dei personal computer alla fine degli anni settanta e negli anni ottanta. Ma ci sarebbe stata scarsa innovazione senza il contributo a quel lungo processo di altri attori, come l’investimento del governo americano nella ricerca dei semiconduttori e le sue ingenti commesse negli anni cinquanta e sessanta (…). Capire che il ruolo del settore pubblico nel fornire finanza strategica e il contributo dei dipendenti delle società significa comprendere che l’innovazione è collettiva (…): l’iPhone, per esempio, dipende dalla tecnologia dello smartphone che è stata finanziata con soldi pubblici, mentre sia internet che SIRI sono stati finanziati dalla Defence Advanced Research Projects Agency (DARPA), del dipartimento alla difesa statunitense; il GPS dalla Marina Americana; lo schermo touch-screen dalla CIA (…). Le più grandi scoperte nel campo dell’energia – dal nucleare al solare al fracking – sono finanziate dal Dipartimento per l’energia, incluse le recenti scoperte sull’immagazzinamento di batterie da parte di ARPA-E. Sia Bill Gates, amministratore delegato di Microsoft, che Eric Schmidt, presidente di Alphabet (la casa madre di Google) hanno scritto recentemente sugli immensi benefici che le loro società hanno ricevuto dagli investimenti pubblici: come internet e il codice html del world wide web scritto al CERN, un laboratorio pubblico europeo, l’algoritmo stesso di Google fu finanziato da una sovvenzione della National Service Foundation (…). Il ruolo collettivo dell’innovazione può essere osservato non solo nella cooperazione tra pubblico e privato ma anche nel ruolo svolto dai lavoratori e dalla scienza: la forza dell’industria tedesca, per esempio, è strettamente correlata ai collegamenti tra la scienza e l’industria favorita da organizzazioni pubblico-private come gli Istituti della Fraunhofer Geselleshaft.”   

Per osservare quello che succede nel nostro paese, facciamo infine riferimenti ai regali fatti dallo stato, dalla collettività con le agevolazioni fiscali 4.0 ideate dal ministro Calenda.

Questi esempi dimostrano quanto il sapere sociale, lo strumento schumpeteriano dello sviluppo capitalistico, sia il prodotto sociale che crea quel valore di cui il capitale si appropria e che estrae a suo vantaggio.

Osserviamo allora questo meccanismo di crescita del capitalismo: la collettività, tramite fiscalità, finanzia il sapere generale, il knowledge che a sua volta crea nuove tecnologie che, appropriate dal capitale, vengono utilizzate per ridurre il tempo necessario per la produzione. Ma la riduzione del tempo necessario per la produzione significa meno posti di lavoro, più disoccupazione: in sintesi la collettività finanzia la riduzione dei posti di lavoro, cui pure ad essi ambirebbe.

In questa fase storica di trasformazione del modo di produrre, i lavori ripetitivi sia fisici, come la catena di montaggio, sia intellettuali, come lavori amministrativi poco creativi, tendono a scomparire, lasciando posti disponibili per lavori altamente qualificati e professionalizzati, in particolare nel campo del digitale. Qui si misura la capacità dei governanti di predisporre un sistema cognitivo, scolastico consono alle nuove esigenze; non è ignoto il fatto che oggi in Italia le imprese siano alla ricerca di professionalità che non riescono a trovare sul mercato del lavoro. La mancata corrispondenza – mismatch – delle competenze dell’aspirante lavoratore e i bisogni del datore di lavoro è una contraddizione che l’attuale cultura politica sembra ignorare, o forse meglio, incapace di affrontare. Se la tecnologia attuale richiede specialisti per la programmazione industriale, competenti in linguaggio C o C++ e ci si trova davanti studenti specializzati in linguaggi obsoleti, la soluzione a questo mismatch è compito della politica, di una politica consapevole che la libera meccanica del mercato è incapace di risolvere. Ci troviamo quindi di fronte a un movimento magmatico nel mondo del lavoro che rischia di mettere in crisi l’economia dei paesi (come il nostro?) che non si adeguano a dare le risposte conseguenti alle nuove condizioni di lavoro, ovvero:

  • fine massiva di lavori non qualificati,
  • richiesta di nuove figure lavorative con caratteristiche inedite,
  • necessità di processi formativi di base e interni alle aziende che con flessibilità e tempestività siano in grado di dare le risposte adeguate alle nuove esigenze.

 E ciò nel tempo in cui la tecnologia 5G, alla base dell’invasione delle applicazioni IOT (internet of things), sta acuendo la lotta concorrenziale tra Stati Uniti e Cina per l’egemonizzazione di tutto il restante mondo che arranca per stare alla pari e non essere colonizzato dalla scienza altrui. Mentre, quindi, l’economia della conoscenza richiederebbe investimenti pubblici di dimensioni inusitate, la legge finanziaria appena approvata ignora questa sfida per il futuro.

Per sintetizzare questa fase transitoria possiamo ridurla in due punti:

  • la collettività finanzia la riduzione dei tempi necessari di lavoro;
  • il mondo del lavoro cancella le figure non professionalizzate, mentre nascono nuove figure che la collettività deve prefigurarsi e costruire.

Pare pure poter concludere che provvedimenti come il cosiddetto reddito di cittadinanza (vedremo nel prossimo capitolo la vera essenza di tale strumento) o come la riduzione dell’orario di lavoro (vedi il Keynes ne “Le prospettive economiche”) non sono misure sufficienti a contrastare, o almeno a rimodulare il processo concreto in atto, limitandosi a cercare una moderazione del danno senza ricercare una diversa soluzione al problema.

Una economia completamente robotizzata

Può sembrare una intellettualoide curiosità da fantascienza, quella di immaginarsi una economia completamente robotizzata in cui tutto è prodotto (anche meglio) nelle quantità (anche maggiori) oggi prodotte, senza l’intervento del lavoro (immediato) umano, nemmeno di quello digitalizzato e professionalizzato in quanto le macchine sono in grado di riprodurre macchine ancor più intelligenti.

Su questo tema ha scritto Marx, Sylos Labini, Caffè e tanti altri tra cui, non da ultimo James Meade; di tali interventi riporto un breve, ma interessante sunto in appendice. Di fronte ad un simile nuovo modo di produzione sorgono spontanee alcune domande, tipo:

  • siamo ancora in presenza di un modo di produzione capitalistico?
  • Ma senza lavoro salariato esiste ancora il plusvalore?
  • E quale modello redistributivo può essere coerente con questo modo di produzione?

Il modo di produzione capitalistico è basato sul lavoro salariato, per cui in assenza di lavoro salariato viene meno il fondamento del capitalismo. Ma occorre fare attenzione, se viene meno il lavoro salariato e quindi, necessariamente, l’appropriazione del lavoro non necessario da parte del capitale ovvero del pluslavoro che produce il plusvalore, o, nell’economia della conoscenza, il capitale non si appropria più del sapere sociale affidato a quella forma di capitale fisso che prende la forma di intelligenza artificiale, non viene meno la dialettica padrone-servo rappresentata dalla separazione tra chi possiede i mezzi di produzione e chi invece non li possiede.

Voglio dire che, appoggiandoci ai classici, se il modo di produzione, in cui il valore è prodotto dal lavoro, non trova più una base costitutiva, rappresentata dal lavoro stesso, non ci si può più riconoscere in questo modo di produzione nelle condizioni date. Ci troviamo cioè di fronte ad un nuovo modo di produzione che non riconosce la creazione del valore così come ipotizzata dai classici.

Se invece ci appelliamo alla concezione della creazione del valore così come concepita dai neoclassici del marginalismo, riscontriamo che il valore, creato dal valore di scambio, non esprimendo un prezzo pagato ovvero il valore di scambio, perde ogni base razionale di giustificazione.

Nel nuovo modo di produzione, i possessori dei mezzi di produzione non potranno non farsi carico di quella massa di non possessori di mezzi di produzione, espulsi dal mondo del lavoro immediato, che, in mancanza di un reddito purchessia, costituiscono una massa i cui bisogni di sopravvivenza dovranno in qualche modo essere soddisfatti per non ingenerare processi insurrezionali incomprimibili (gilets gialli?). Ecco che allora nasce la necessità di redistribuire il prodotto del processo produttivo in modo adeguato a non mettere in crisi il modo di produzione stesso. Ne discende che il possessore dei mezzi di produzione tenderà a instaurare un reddito di cittadinanza (globale ed incondizionato) nella misura minima necessaria a non mettere in discussione il modo di produzione stesso. Più bassa sarà la distribuzione di reddito di cittadinanza, più alta sarà la quota appropriata dal possessore dei mezzi di produzione, riproducendo, ad un livello superiore, l’appropriazione del plusvalore.

Quindi la conseguente risposta alla domanda che ci eravamo posta in apertura di questo capitolo, se esistesse ancora appropriazione di plusvalore da parte dei possessori dei mezzi di produzione nei confronti dei non possessori dei mezzi di produzione, trova una risposta affermativa, ovvero l’appropriazione del plusvalore esiste anche in vigenza di questo nuovo modo di produzione.

I possessori dei mezzi di produzione grazie alla forza loro riconosciuta dal fatto di essere gli unici produttori di tutti i beni e servizi, di consumo e di investimento, unici soggetti a imporre le regole di redistribuzione della produzione gestiranno, grazie a questa loro forza, in modo egemone, il nuovo modello di redistribuzione che sarà basato sui rapporti di forza in essere tra possessori di mezzi di produzione e non possessori di mezzi di produzione. L’equilibrio storicamente determinato dipenderà quindi dal tipo di associazione organizzativa che i non possessori dei mezzi di produzione saranno in grado di darsi; una lotta tra due classi a dimensioni globali.

Va da sé che in questa ripartizione, una volta stabilita la quota di produzione da attribuire ai non possessori di mezzi di produzione, sotto forma di reddito di cittadinanza, la restante parte di prodotto residuo sarà impiegato dal possessore dei mezzi di produzione in completa discrezionalità, decidendo egli quanto destinare all’investimento (e in base a quale progetto strategico) o al consumo proprio, determinando unilateralmente i destini dell’economia.

Sulla base di quanto finora esposto, potremmo definire il nuovo modo di produzione e di redistribuzione come un modello neo-schiavistico, che rideterminerà a livello di diritti i nuovi confini delle libertà sociali in funzione coerente al modello produttivo, ridisegnando un nuovo statuto costituzionale.

Una soluzione socialista

Ci troviamo, come abbiamo visto, di fronte ad una prospettiva preoccupante cui i socialisti sono chiamati a dare una risposta per evitare il pericolo di un neo-schiavismo; una volta ancora ci troviamo di fronte all’alternativa: socialismo o barbarie.

I punti da cui dobbiamo partire sono:

  • l’appropriazione del sapere sociale da parte del capitale e, conseguentemente,
  • la proprietà da parte del capitale dei mezzi di produzione.

Il percorso da intraprendere sin da ora, da subito è quello della socializzazione dei frutti della produttività. Ribadisco che occorre partire da subito perché in caso contrario il processo di appropriazione del sapere sociale da parte del capitale, il processo che è già iniziato e andrà sempre più accelerando, ci porrà di fronte al fatto compiuto, rendendo sterile ogni tentativo tardivo di modificare il processo.

La socializzazione dei frutti della produttività parte dalla presa di coscienza del fatto che la tecnologia (la digitalizzazione, la robotizzazione, l’internet of things, i big data, l’intelligenza artificiale, il machine learning etc.) è un prodotto sociale, è il frutto del sistema scolastico, delle università, dei centri di ricerca, è cioè il frutto di un investimento sociale finanziato con i soldi dei contribuenti (anche Vincenzo Visco nel suo articolo “Redistribuire la produttività” è su questa lunghezza d’onda).

Quando si danno sconti fiscali alle imprese che investono in mezzi 4.0 avviene un finanziamento da parte dello Stato, ma con i soldi dei contribuenti, a favore del capitale che, grazie allo sconto fiscale, hanno a disposizione più utile netto di cui decidere la destinazione. I finanziamenti sono incondizionati, nel senso che non esiste alcun limite o vincolo che incida sulla discrezionalità del capitale nel momento in cui delibera la destinazione dell’utile. Val la pena allora riportare l’art.42 della nostra Costituzione “La proprietà è pubblica o privata. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.

In sintesi, l’utile societario può essere così distribuito:

  • reinvestimento in azienda, ovvero gli utili vengono reinvestiti all’interno dell’impresa per aumentarne i mezzi finanziari per realizzare i suoi programmi;
  • distribuzione degli utili ai capitalisti che a loro volta possono destinare le nuove disponibilità:
  1. in consumi, che

a1) se sono domestici si riciclano nella creazione del PIL in funzione alla propensione al consumo;

a2) se si traducono in importazioni vanno a costituire un elemento negativo nella creazione del PIL;

  1. tesaurizzazione, ovvero togliendo i fondi dal processo produttivo
  2. investimento in attività finanziarie, ovvero dirottando fondi potenzialmente produttivi verso la rendita

Anche nel caso più favorevole, ovvero nel caso di reinvestimento in azienda, riscontriamo che gli investimenti produttivi tendono a diminuire il tempo di lavoro immediato, tendono cioè a cancellare posti di lavoro.

Appare allora chiaro che la discrezionalità con cui il capitale può disporre dei maggiori utili generati dagli incentivi statali, va a ledere la quota di prodotto che spetta ai produttori del valore creato, non tanto o almeno non solo, dal lavoro immediato, ma soprattutto dal sapere sociale, da quel prodotto sociale di cui il capitale si è appropriato.

Negli appunti potremo leggere come Sylos Labini presupponga e James Meade proponga la socializzazione dei mezzi di produzione come presupposto per un nuovo modello redistributivo in cui il tempo sociale, liberato dal tempo necessario per la produzione (liberazione dal lavoro), viene impiegato per fini più consoni alla natura umana quali lo studio, la cultura, la crescita intellettuale, lo svago, l’arte, in una parola un nuovo umanesimo.

Come primo passo

La proposta che mi sento di fare nell’immediato è conseguenza di quanto esposto in precedenza: la socializzazione dei frutti del sapere sociale potrebbe iniziare dagli incentivi che lo stato dà alle imprese. Trasformarli in modo che non siano dati a titolo di regalo (ovvero minori imposte a carico del capitale) ma come apporto di capitale sociale nelle imprese da parte di un Fondo di solidarietà che rappresenti la proprietà sociale sui mezzi di produzione generati dal sapere sociale. Con questo sistema l’impresa ha il vantaggio di godere di un incentivo che tuttavia, non va al capitalista sotto mforma di maggior dividendo, ma va ad incrementare il capitale sociale di un nuovo socio rappresentato dal Fondo di solidarietà.

Tale Fondo sarà alimentato da ogni beneficio fiscale quale la decontribuzione, i bonuses, le defiscalizzazioni etc. così come potrebbe essere finanziato in occasione dei rinnovi contrattuali prevedendo clausole che destinano nuove risorse ad esso.Quest’ultimo punto è estremamente importante per coordinare la nostra proposta con le forze sindacali, rendendole così partecipi nella politica della produttività.

Altra fonte di finanziamento potrebbe essere una nuova imposta di successione rivisitata anche alla luce dell’insegnamento di Luigi Einaudi per quanto riguarda l’eguaglianza dei punti di partenza.

Non è il caso di entrare in molti dettagli, mi basta dare un’idea di come può nascere il processo di redistribuzione dei frutti del sapere sociale, e la costituzione di un fondo destinato a finanziare il futuro reddito di cittadinanza correttamente inteso.

L’idea che propongo non è poi così nuova, se vogliamo trovare un precedente cui, lo confesso, mi sono riallacciato, è il Piano Meidner de “Capitali senza padroni”.

 

APPENDICE

K.Marx Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 2° volume La Nuova Italia pagg. 401 e segg.

Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma dell’antagonismo. Subentra il libero sviluppo delle individualità e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del tempo necessario della società ad un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro. Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro ad un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte di ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma di tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de mort) di quello necessario. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali – entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale – figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre sulla sua base limitata. Ma in realtà essi sono le condizioni per far saltare in aria questa base. “Una nazione si può dire veramente ricca, qundo invece di 12 si lavora solo 6 ore. Non è il comando di tempo di lavoro supplementare, ma tempo disponibile, fuori di quello usato nella produzione immediata, per ogni individuo e per tutta la società”.

La natura non costruisce macchine, non costruisce locomotive, telegrafi elettrici, filatoi automatici, ecc. Essi sono prodotti dell’industria umana: materiale naturale, trasformati in organi della volontà umana sulla natura o della sua esplicazione nella natura. Sono organi del cervello umano creati dalla mano umana; capacità scientifica oggettivata. Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale.

Caffè Gli aspetti sociali dell’automazione 1967 Lectures in political economy

Technical progress, notoriously, is a vital necessity for any economy that seeks to develop and advance. Yet there is no denying that in an economic system based on multiple initiatives, technical advances will be introduced insofar as they prove to be advantageous in terms of private costs and benefits of individual entrepreneurs, with no account taken of the difficulties that technological change causes, in particular for working people. In this regard the tendencies to argue that their losses – temporary unemployment, relocating from their home areas, readaptation, retraining – are the price paid in the short term for widespread benefits in the long run. But this appeal to the long term – which often expresses the limits of our knowledge rather than any real certainty – can hardly justify an indifference to immediate problems, namely those provoked by social costs of technical change and the manner and pace of innovation.

Sembra quasi sfuggire che lo Stato occupatore di ultima istanza può essere, ad esempio, quello creatore delle necessarie qualificazioni o riqualificazioni professionali e che attendersi dalle autorità pubbliche le capacità amministrative necessarie per l’assolvimento di questi compiti non implica un grado di ottimismo maggiore di quello implicito nel supporre che queste esigenze siano soddisfatte mediante soluzioni spontanee.

Paolo Sylos Labini  1989 “Nuove Tecnologie e Disoccupazione”.

 A proposito di una economia completamente robotizzata, l’autore ritiene che “uno Stato centrale, munito, come tutti gli Stati, di poteri coercitivi, provveda ad una redistribuzione del reddito seguendo, come criterio guida non l’umanità, la solidarietà o la carità, ma più semplicemente, l’esigenza di assegnare una destinazione razionale ai beni prodotti. Un criterio razionale potrebbe essere: a ciascuno secondo i suoi bisogni. E’ il criterio che caratterizza una società senza operai salariati e senza classi intese in senso economico; in una parola una società comunista. Uno sbocco questo, dello spontaneo capitalistico, al di fuori delle tragedie della miseria crescente e delle conseguenti eroiche (e sanguinose) rivoluzioni. L’alternativa alla distribuzione centralizzata del reddito potrebbe essere data dalla distribuzione generalizzata di azioni delle imprese robotizzate: ma le differenze fra le due ipotesi sarebbero formali, non sostanziali. (…) Con la scomparsa del lavoro produttivo di merci si creerebbero ampi spazi di attività che sono socialmente utili ma che sono fuori dal mercato: assistenza a bambini o ad anziani, corsi di istruzione per adulti, sorveglianza e cura di opere d’arte, guida per visite a luoghi di interesse turistico, accompagnamento di persone che viaggiano, manifestazioni artistiche di vario genere”

JAMES MEADE e la redistribuzione: (traduzione di parte un articolo di Martin O’Neill del 28/5/2015)

Il libro “Libertà, eguaglianza ed efficienza” (1964) del premio Nobel James Meade, colleziona un incredibile concentrato di significanti e provocatorie idee di politica economica in sole 100 pagine.

Ciò che rende il libro impressionante è la sua preveggenza. Meade lo scrisse in piena ripresa postbellica durante i “trenta gloriosi” periodo nel quale i salari erano relativamente alti e l’ineguaglianza bassa. Tuttavia Meade era profondamente pessimista sulle prospettive a lungo termine dello sviluppo del capitalismo, ritenendo che il progresso tecnologico avrebbe inesorabilmente incrementato i profitti del capitale contestualmente ad un decremento del lavoro. Egli pensava che, in assenza di una riforma strutturale dell’economia, i tempi sereni per il mondo del lavoro stavano per esaurirsi.

Meade chiamò il distopico futuro che le incontrollate forze dell’ineguaglianza avrebbero generato, “Il nuovo buon paradiso dei capitalisti”. Scrive Meade:

Ma che succederà in futuro? Ci sarà un ristretto numero di grandi possessori di ricchezza; la proporzione dell’apporto dei lavoratori alla gestione di industrie robotizzate altamente profittevoli sarà molto bassa, il livello dei salari sarà quindi depresso; ci potrebbe essere una grande espansione di prodotti e servizi ad alta intensità di lavoro per soddisfare la domanda di pochi multi-multi-multi-milionari; torneremo ad un super-mondo con un proletariato immiserito fatto di maggiordomi, staffette, cucinieri e parassiti. Chiamiamo questo super-mondo “Il nuovo buon paradiso dei capitalisti.

Sulle cose da fare per scongiurare questa prospettiva Meade è piuttosto ottimista, e propone una serie di idee su ciò che potrebbe essere fatto; ne abbozza in particolare quattro:

  1. Uno Stato dei sindacati (trade union state) finalizzato a elevare i salari rafforzando il potere del lavoro organizzato;
  2. Uno stato del benessere esteso (extended welfare state) che amplii gli interventi per ridurre la disuguaglianza attraverso una redistribuzione massiva, tassando i ricchi a favore dei poveri arricchendo i servizi pubblici e concedendo sussidi ai bassi salari;
  3. Una “democrazia di proprietari” (property-owing democracy) che realizza una diffusione della ricchezza (inclusiva di capitale umano e non) a tutta la società, assicurando che tutti i settori della società abbiano redditi sia di lavoro che di capitale;
  4. Uno Stato socialista (socialist state) con la creazione di un capitale pubblico attraverso fondi sovrani, o come Meade chiamò la sua versione una attività nazionale (National asset) finalizzata a costruire un importante quantitativo di capitale pubblico controllato democraticamente, utilizzato per fornire ai cittadini un reddito base.

Scrivendo in un periodo nel quale i sindacati erano molto più potenti di quanto lo siano oggi, Meade era preoccupato sulla prima idea (trade union state) che potrebbe dirottare il ruolo del sindacato da organizzatore del lavoro a distributore di salari.

Anche se era un fautore dello stato sociale, egli era preoccupato che lo stato sociale fosse incapace di creare una società tollerabilmente egualitaria, in quanto imbelle nell’attaccare le ineguaglianze proprietarie.

Meade credeva maggiormente nella democrazia di proprietari capace di creare condizioni favorevoli per la sicurezza dei cittadini, della loro libertà e indipendenza, concludendo che l’assetto proprietario è così rilevante per cui occorre riformare radicalmente la distribuzione delle proprietà e non limitarsi a controllare i flussi di reddito.

Meade quindi pervenne alla proposta di un ampliamento del welfare state attraverso il parallelo e contemporaneo perseguimento a) della diffusione della proprietà diffusa tra tutti i membri della società, con la conseguente tassazione delle eredità e dei trasferimenti di ricchezza, e b) la costruzione di un capitale pubblico democratico.

Se il futuro ci riserva uno spostamento dei flussi di reddito dal lavoro al capitale, sarà necessario costruire una economia in cui ognuno possa beneficiare da quello spostamento, sia come individuo che come membro di una collettività democratica.

Piuttosto di puntare ad una lotta contro la disuguaglianza effettuata attraverso forme di tassazione sempre più redistributive, Meade tende a cambiare le regole proprietarie in modo tale che lo sviluppo capitalistico vada a vantaggio di tutti. Invece di puntare sulla distribuzione ex post, Meade pensa a una radicale forma di predistribuzione , una ricollocazione dei diritti proprietari tale da ristrutturare completamente la posizione individuale di ciascuno, in modo che gestisca la sua posizione all’interno del mercato come soggetto di redditi di lavoro e di proprietà.

L'Italia spinge l'acceleratore nell'utilizzo di robot industriali o di servizio: il 9% delle sue imprese li impiega, terza in Europa dietro solo a Spagna (11%), Danimarca e Finlandia (entrambe al 10%). Lo certificano le ultime statistiche Eurostat sull'automazione industriale nel 2018. Nel corso dell'anno, le imprese italiane con almeno 10 dipendenti hanno superato la media Ue (7%) nell'impiego della robotica industriale. I Paesi che invece risultano più indietro nella graduatoria sono Estonia, Grecia, Lituania, Ungheria e Romania (tutti al 3%), e infine Cipro, fanalino di coda con l'1%.  

A trainare la rivoluzione industriale dei robot in Ue sono le grandi imprese (con 250 o più impiegati): il 25% utilizza infatti robot industriali o di servizio. La quota scende per le medie imprese (da 50 a 249 lavoratori), che fanno registrare il 12%. Le piccole imprese (da 10 a 49 impiegati) si fermano invece al 5%. I robot industriali sono quelli più comunemente utilizzati, in particolare per il settore manifatturiero (16%), mentre per i robot di servizio l'impiego è più frequente per la distribuzione e il commercio al dettaglio (4%).

 

Redistribuire la produttività  di Vincenzo Visco – 7 settembre 2018

“Per quanto riguarda il lavoro, le proposte esistono numerose. Va comunque posto sul tappeto, come si è detto, soprattutto a livello internazionale, il problema dei tempi di lavoro che nei prossimi decenni può diventare centrale. In prospettiva lo sviluppo della IA può portare effettivamente alla opportunità di introdurre un vero reddito di cittadinanza (cioè non condizionato) dal momento che molti lavori sono destinanti a scomparire, e quelli che si creeranno nei servizi saranno di bassa qualifica e ridotta retribuzione. Un reddito di cittadinanza da finanziarsi con un’accurata redistribuzione del valore aggiunto prodotto dall’innovazione tecnologica.

La questione di fondo è che la ricchezza collettivamente prodotta, con il contributo di imprese, lavoratori, managers, scienziati, governi, va ripartita tra tutti, e non diventare appannaggio di pochi. Per questo occorrono forti poteri pubblici, e questo è il messaggio fondamentale che un nuovo socialismo deve trasmettere.”

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