Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La finanziaria prossima ventura

Finanziaria Finanziaria

di Renato Gatti

Molti osservatori ritengono, ed io concordo, che la prossima finanziaria, anche se dovesse intervenire nel frattempo una manovra correttiva, dovrà affrontare una situazione tutt’altro che facile, ma al contrario tanto difficile per cui non è escluso che l’attuale governo possa scegliere di lasciare il cerino ad un diverso successivo esecutivo.

Non è mio intento di fornire una proposta esaustiva, ritengo invece interessante analizzare tutte le problematiche e le conseguenze implicite ad eventuali interventi:

  1. Le clausole di salvaguardia prevedono un aumento delle aliquote iva nel 2020 e nel 2021. L’aumento delle aliquote è già stabilito per legge, quindi per evitarne l’automatica entrata in vigore, occorre trovare 21 miliardi nel 2020 e 28.7 miliardi nel 2021. L’iva, come noto, è la tipica imposta sui consumi che, per sua natura, è regressiva nel senso che la sua incidenza marginale decresce al crescere del reddito. Va anche ricordato che il gettito iva va in parte versato al bilancio europeo (più di un miliardo di € ogni anno) con il cinico effetto di un aumento di sacrifici che crea un aumento di contributi che dobbiamo pagare all’Europa.

Ovviamente un aumento delle aliquote iva causa un aumento dei prezzi contribuendo così a ridurre i consumi e quindi deprimendo una delle voci fondamentali della domanda aggregata fonte della produzione del Pil (ma vedremo più a fondo al successivo punto 2). Va da sé che i 21 miliardi che servono per il 2020 (ed i 28.7 che servono nel 2021) sono soldi che escono dalle tasche degli italiani ed in particolare sui ceti medio-bassi che già da anni, dal 2007, stanno soffrendo gli effetti della crisi. Ciò significa che il disagio dei ceti medio-bassi è ai limiti della sopportazione e non sarebbe strano assistere a fenomeni tipo gilet gialli o forconi.

  1. Cominciamo col ricordare che tutti i maggiori paesi europei hanno recuperato e superato i livelli di PIL del 2007, l’Italia, invece, non ha ancora raggiunto tali livelli. Da anni il nostro paese quando cresce, cresce meno degli altri paesi europei, quando ci sono rallentamenti il nostro paese entra, prima degli altri, in recessione.

Deprimere ulteriormente il trend sarebbe decisamente un’azione suicida, tant’è che, credibili o meno, i nostri governanti garantiscono che le aliquote iva non saranno aumentate e saranno sterilizzate. Ma se si vogliono sterilizzare le clausole di salvaguardia, quei 21 + 28,7 miliardi bisogna trovarli da qualche altra parte.

  1. L’andamento della nostra economia nel corso del 2019 deve tener conto che il PIL potrebbe non aumentare perdendo un contributo positivo al nostro deficit quantificabile in 2 miliardi per ogni 0,1% di decremento del PIL. La situazione internazionale sta sempre più assumendo gli aspetti di una nuova “guerra fredda”, naturalmente con aspetti nuovi. Sulla scena internazionale c’è una ricerca egemonica tra il continente statunitense e quello cinese, mentre la Russia si pone come terzo protagonista, mentre l’Europa sempre più in difficoltà rischia addirittura di disgregarsi diventando oggetto di mire egemoniche degli altri protagonisti continentali. In questo clima c’è da temere una decrescita dei commerci internazionali che inciderà sullo sviluppo del PIL di tutto il mondo e in particolare sui paesi più deboli e isolati come il nostro.
  2. Ricordiamo ora l’effetto dello spread sul costo del servizio del credito; ad ogni aumento dello spread di 100 punti gli interessi aumentano di 1,8 miliardi al mese. Tale importo non incide sull’avanzo primario, ma incide nel deficit che va finanziato. Ora dalla nascita di questo governo lo spread è salito di circa 100 punti fino a 250 punti. Anche questo elemento rende più problematica la redazione della nuova finanziaria.
  3. Le novità varate nel corso del 2019 da parte del nuovo governo, ovvero il reddito di cittadinanza e la quota 100, incidono sul 2019 per una sola parte dell’anno, ovvero a partire dal mese in cui le misure sono (o saranno) effettivamente operative. Nel 2020 quelle stesse misure graveranno sul nostro bilancio per l’intero anno, aggravando quindi le spese correnti dell’importo dovuto alla annualizzazione. Se cioè il reddito di cittadinanza costa 9 miliardi nel 2019, decorrendo dal primo aprile, nel 2020 costerà 9 miliardi x 12 mesi /9 mesi= 12 miliardi (3 in più).
  4. C’è una voce di cui è molto difficile calcolare il costo annuo. Si tratta dei derivati che lo stato ha sottoscritto, in particolare gli IRS. Tali derivati sono swap sugli interessi; se essi sono superiori al 5% la banca paga il surplus, limitando l’incidenza del costo del servizio del credito a quel livello. Gli IRS si sottoscrivono, come in effetti sono stati sottoscritti, per pararsi dal pericolo di un aumento enorme nei tassi di interesse. Tuttavia se il tasso di interesse è inferiore al 5% si pagherà l’interesse di mercato ma bisognerà pagare alla banca un premio che aumenta l’onere del servizio del credito. Le cifre di detti derivati sono abbastanza ascosi e difficili da conoscere. Ad un interpello di un deputato, l’allora responsabile del debito disse che si sarebbero dovuti fermare i lavori del suo dipartimento per mesi per predisporre una richiesta e al parlamentare che insisteva aggiunse che quei dati erano riservati.

Se questo è il contesto in cui dobbiamo operare possiamo ipotizzare le seguenti strade perseguibili:

  1. Non si disinnescano le clausole di salvaguardia e si lascia che le aliquote iva già decretate per legge entrino in vigore. Il deficit sul PIL rispetterebbe il limite del 3% ma l’economia italiana, come abbiamo già detto, subirebbe un calo della domanda aggregata causando una decrescita del PIL con conseguente aumento dell’aumento del debito sul PIL. L’aumento del debito ci metterebbe sotto richiamo dell’Europa, ma quel che più conta, potrebbe influire negativamente sulla emissione necessaria ogni anno per rinnovare i titoli del debito pubblico in scadenza. Socialmente i ceti medio-bassi vedrebbero decurtato il loro potere di acquisto e quei poveracci che hanno ottenuto il reddito di cittadinanza vedrebbero assorbiti dall’iva quei pochi soldi che ricevono mensilmente. C’è da temere, lo ricordavo sopra, una agitazione sociale tipo forconi o gilet gialli. L’aumento dell’iva rende più care le importazioni e quindi potrebbe dare un aiuto ai produttori nazionali, ma ciò in un contesto di decrescita della domanda.
  2. Si disinnescano le clausole di salvaguardia ed allora occorre trovare altre forme di imposizione, di riduzione della spesa (spending review), di tax expenditure, in misura tale da compensare i 21miliardi nel 2020 e i 28,7 nel 2021.
    • Spending review: Il blog delle stelle nel gennaio 2018 ipotizzava un risparmio di spesa pubblica da tagliare per un importo di 30 miliardi annui a regime, ivi incluso un miliardo di tagli ai costi della politica. Evidentemente si rifacevano alla proposta Cottarelli. Se ciò fosse realizzato l’obiettivo si potrebbe considerare raggiunto. Una volta al governo, tuttavia, questa revisione di spesa non sembra aver dato sinora alcun frutto rimarchevole. Ricordiamo che tra le voci su cui operare tagli ci sono i cosiddetti Fondi perduti, che valgono 61 miliardi, e gli acquisti di Beni e servizi, inclusi i cosiddetti consumi intermedi, contabilizzati per 135 miliardi. SI possono ricavare risorse ingenti, e da decenni si prova ad affrontare nel nostro paese il nodo della riqualificazione della spesa pubblica ma i tentativi finora messi in campo per rendere effettiva e strutturale una vera e incisiva spending review non hanno prodotto i risultati sperati. Sarebbe questa una delle fonti del riassestamento della spesa pubblica, su cui operare seriamente ma avendo presente che occorre operare sulla spesa corrente anziché, come fatto negli ultimi anni, sugli investimenti.
    • Tax expenditure: sempre il blog delle stelle nel gennaio 2018 prevedeva quaranta miliardi l’anno derivanti dal taglio delle agevolazioni fiscali che si possono “ripensare e spostare da obiettivi dannosi o improduttivi verso finalità ad alto moltiplicatore”. A parte il fatto che i 40 miliardi sarebbero destinati a coprire parzialmente il gettito perso con l’attuazione piena della flat tax, occorre anche considerare se le ragioni delle agevolazioni fiscali abbiano o meno una efficacia e una giustificazione anche sociale. C’è un interessantissimo rapporto del MEF, sulle spese fiscali, dal quale si può analizzare il contenuto e gli importi delle spese fiscali vigenti (quelle del 2018 non sono ancora contemplate). L’eliminazione totale delle tax expenditures, come ventilato dalle forze al governo, comporterebbe conseguenze disastrose sulla nostra economia se non rimpiazzate da equivalenti incentivi. Parlo ad esempio a tutte le provvidenze sulla prima casa, abitazione principale e ristrutturazioni che se eliminate andrebbero a colpire a morte un settore già in crisi gravissima come quello dell’edilizia, oppure la detassazione delle pensioni di guerra, socialmente inaccettabili specie se usate per finanziare il mancato gettito della flat tax che va a favore dei soli più ricchi. Insomma occorre un approccio ragionato e discriminante rimanendo come considerazione la falsità della premessa da cui partono coloro che vogliono abolire le tax expenditures. La premessa è che tali esenzioni fiscali siano frutto di una politica di favori e di clientelismo, cosa che può, per certe voci essere anche vero, ma che in sostanza rifiuta che la politica possa voler, in qualche modo, governare e guidare o aiutare il mercato nello spirito della economia sociale di mercato.
    • Incremento di altre imposte:
      • impensabile voler aumentare voci fiscali che vanno a colpire i fattori della produzione, aumenterebbero i costi di produzione dei nostri prodotti incidendo sulla domanda esterna e rendendo meno competitive le nostre esportazioni (pensiamo alle accise e alla imposizione sul lavoro);
      • politicamente improbabile e socialmente pericoloso, l’aumento delle aliquote irpef;
      • percorribile ed auspicabile, a mio modo di vedere, la reintroduzione di una imposta di successione che oltre a dare maggior gettito alle casse pubbliche, tenderebbe a tradurre in concretezza quel cristallino principio einaudiano dell’eguaglianza dei punti di partenza;
      • da considerare poi una patrimoniale che colpisca le grandi ricchezze avendo presente la seguente considerazione: in un paese dove aumentano contestualmente debito e concentrazione della ricchezza, dove cioè c’è un continuo e crescente arricchimento dei più ricchi (testimone l’indice Gini) a scapito di un crescente impoverimento dei ceti medio bassi e un crescente indebitamento dello Stato, oltre a cercar di correggere i meccanismi del sistema stesso, è concepibile che, nei momenti di difficoltà, chi più ha goduto dal funzionamento del sistema, venga sacrificato per evitarne l’affossamento. Si potrebbe anche pensare ad un meccanismo che eviti l’aspetto punitivo della patrimoniale pensando ad una non imponibilità di quei risparmi che, invece di rimanere inoperosi nella trappola della liquidità, fossero entro un certo termine investiti nell’economia reale o utilizzati per l’acquisto del debito pubblico.
  1. Si punta ad incrementare il denominatore, ovvero il PIL, onde far rientrare il deficit nei limiti ammessi. E’ sicuramente, anche se non esclusivamente, la via da perseguire ed è quella che il ministro Tria sembra voler percorrere. Rilanciare l’operatività dei cantieri i cui fondi sono già stanziati (per i quali quindi la spesa non inciderebbe sul deficit) capaci di mettere velocemente in funzione un moltiplicatore benefico per il PIL. Certo togliere ostacoli burocratici (nati a suo tempo per ostacolare corruzione e infiltrazione mafiosa) potrebbe accrescere i rischi che si intendeva neutralizzare, ma sicuramente una gestione più efficace ed efficiente, che non aggravi quei rischi, è certamente benvenuta. Purtroppo questa strada sembra richiedere tempi più lunghi di quelli necessari per produrre una finanziaria accettabile.

Questa strada, intesa come un “nuovo piano del lavoro”, che tenda, non solo a porre rimedio alle clausole di salvaguardia, ma costruire un rilancio della nostra economia produttiva in generale, che si appresti ad affrontare la rivoluzione 4.0 diffondendo le applicazioni tecnologiche dall’innovazione, all’internet of things, dall’intelligenza artificiale alle reti 5G, richiede a mio modo di vedere una alleanza politica tra socialisti, sindacati e imprenditori schumpeteriani che formino un blocco sociale capace di opporsi al soffocamento del capitalismo finanziario, capace di guadagnare la fiducia nazionale ed internazionale, ricollocandoci saldamente al secondo posto tra i manifatturieri europei.

In questa ottica, i benefici dell’innovazione tecnologica devono compensare quel fattore della produzione tipicamente sociale qual è il sapere sociale (il general intellect marxiano), rivedendo i meccanismi di redistribuzione non solo del reddito ma anche della gestione dei mezzi di produzione.

  1. Una soluzione che può essere presa in considerazione è quella della Moneta Fiscale (ovvero i Certificati di Credito Fiscale). Quello cui pensare potrebbe essere un taglio degli investimenti in finanziaria per far posto alla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, e finanziare gli investimenti cancellati con lo strumento della Moneta fiscale che non costituisce debito secondo le regole UE. Sarebbe una soluzione da prendere in seria considerazione e sulla quale chiedo una risposta da parte dell’amico Stefano Sylos Labini.

Un’ultima riflessione. Il rilancio pesante della flat tax fatto dal vice premier Salvini, con un aggravio sui conti pubblici da un minimo di 15 miliardi (versione Siri) a un massimo di 60 miliardi (versione Mef), fa pensare che volutamente si ignori il problema clausole di salvaguardia e si punti ad una esplosione di deficit e debito, esplosione che farebbe irrigidire l’Europa e che scatenerebbe la proposta leghista di uscire dall’euro o, quanto meno, di fregarsene dell’Europa.

 

Devi effettuare il login per inviare commenti