Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Oltre Keynes

Keynes Keynes

di Renato Gatti

Premessa

Le insanabili contraddizioni del capitalismo, rappresentate tipicamente dalle crisi, sono state superate grazie alla dottrina di Keynes. Keynes ha usato l'intervento dello stato, aborrito dai liberisti, per salvare il capitalismo che, altrimenti, sarebbe crollato sotto le proprie macerie. Quindi il vero salvatore del capitalismo è Keynes, ed è curioso che chi è keynesiano venga ritenuto di sinistra così come è curioso che personaggi che si definiscono di sinistra si proclamino keynesiani. Quindi chi è socialista e quindi anticapitalista non può essere keynesiano. Ciò non significa essere anti-keynesiani ma significa andare oltre Keynes, come hanno fatto i socialisti più illuminati nella storia.

Penso sia generalmente accettato che la punta più alta raggiunta dalla socialdemocrazia sia da essere ricercata nelle realizzazioni svedesi. Un welfare globale che segue l’individuo “dalla culla alla tomba”, che garantisce, a fianco di una pressione fiscale elevata, numerosi servizi efficienti, infrastrutture tecnologicamente avanzate e un sistema scolastico tra i più efficaci. I risultati nascono da un’azione di governo portata avanti in anni di socialdemocrazia, ma soprattutto nascono da quando negli anni 70 il nuovo primo ministro Olof Palme, da sempre favorevole ad una economia programmata di stampo socialista, promosse una riflessione sulla ridefinizione dei rapporti tra Stato, industrie e sindacati. Grazie a Rudolf Meidner, in collaborazione con Gostha Rehn, si costruì un possibile modello alternativo al liberismo che poneva al centro della proposta non solo il modello redistributivo dei redditi ma la redistribuzione della proprietà dei mezzi di produzione. Ritenuta dai rivoluzionari troppo poco socialista e dai conservatori troppo socialista, la proposta dei Fondi dei salariati, in svedese Lontagarfonderna, rimane una strada percorribile anche e specialmente oggi, in una fase in cui la rivoluzione tecnologica mette in ridiscussione il modo di produzione ed i rapporti tra le forze sociali. Anche James Meade fortemente preoccupato delle conseguenze che lo sviluppo delle tecnologie potrebbe apportare ai rapporti tra possessori e non possessori dei mezzi di produzione, promosse la socializzazione dei mezzi di produzione (Efficiency, equality and partnership of ownership). Ebbene, la proposta dei Fondi fatta da Meidner, potrebbe in un diverso contesto e con finalità diverse da quelle originarie, essere una proposta da riconsiderare in questo momento storico.

Finalità, condizioni preliminari e funzionamento dei Fondi dei salariati

La proposta ha come obiettivi: il raggiungimento di una maggior solidarietà salariale senza intaccare la capacità del sistema di garantire la necessaria capitalizzazione delle imprese. La destinazione di maggior parte degli utili aziendali non all’aumento dei livelli salariali ma al finanziamento di Fondi dei salariati che vanno ad incrementare il capitale sociale delle società, toglie al capitale l’esclusività delle decisioni che più di ogni altra incidono sul domani del paese. Nel contempo quella ripartizione dei profitti, mantiene all’interno dell’impresa risorse che altrimenti sarebbero andate al capitale che ne avrebbe disposto a sua discrezione, garantendo così la necessaria capitalizzazione dell’impresa e quindi la sua capacità di rispondere alle sfide della competitività.

Le condizioni preliminari cui i Fondi devono sottostare sono:

  • Garantire la piena occupazione, questa condizione è la più importante nel ragionamento dei sindacalisti svedesi, ed essa non può essere compromessa da alcuna politica alternativa orientata verso la redistribuzione della ricchezza;
  • L’esigenza di un alto livello di formazione del capitale è preliminare per una piena e costante occupazione;
  • Occorre poi mantenere un alto tasso di investimenti per sostenere la concorrenza internazionale
  • La politica redistributiva non deve imporre un aggravio di costi alle imprese poiché tali maggiori costi si tradurrebbero molto probabilmente in un incremento dei prezzi, alimentando in ultima analisi l’inflazione senza in realtà ottenere un qualsivoglia effetto redistributivo.

(R.Meidner – Capitale senza padrone – EL – pagg. 41-44)

In sintesi il meccanismo dei fondi consisteva, originariamente, nel fatto che, annualmente, un 20% degli utili societari pre-imposte, fosse destinato ai Fondi dei salariati, fondi aventi la stessa natura del capitale sociale versato dagli azionisti capitalisti, con gli stessi diritti di voto e presenza nel consiglio di amministrazione (le imposte sarebbero poi calcolate sul residuo dopo assegnazione ai Fondi). Con detto meccanismo i Fondi aumentano annualmente la loro presenza nel capitale sociale della impresa garantendo che siano così costituiti fondi necessari ai nuovi investimenti, contribuendo altresì a codeterminare le scelte economiche dell’impresa svincolandosi dall’egemonia del capitale. In una tabella si ipotizza la presenza dei fondi negli anni successivi fino al centesimo anno. Con una profittabilità del 10%, per esempio, i fondi avrebbero nel primo anno il 2% del capitale, nel quinto anno il 9%, nel decimo il 17%, nel quindicesimo il 25%, nel venticinquesimo il 32%, nel trentacinquesimo il 49%, nel settantacinquesimo il 62%, nel centesimo l’85%.

La discussione sulla proposta dei Fondi continuò durante tutti gli anni settanta e finalmente nel 1983 i fondi (che nel frattempo erano diventati cinque) furono approvati dal parlamento (con un tetto all’acquisizione azionaria pari all’8%). Le norme rimasero in vigore fino alla fine degli anni ottanta e successivamente vennero abolite.

Val la pena interrogarsi sulla sorte del cosiddetto Piano Meidner, e su questo varrebbe la pena interrogare Paolo Borioni che ci ha già assicurato la sua collaborazione, rimane il fatto dell’attualità “dell’enorme problema egemonico insito nelle relazioni tra capitalismo e stato: il capitalismo deve influenzare gli stati in modo tale da esercitare su di essi una vera e propria forma di controllo o devono essere gli stati che devono avere il potere e gli strumenti per decidere come e quando il sistema economico dominante del libero mercato possa influenzare le decisioni della politica e il benessere dei cittadini”(Daniele Peano Alternative al liberismo -Neos ottobre 2016).

Nuovo modo di produzione e nuovo modello di redistribuzione

Mi rifaccio ora al mio articolo, ripreso dal tavolo di lavoro di Socialismo XXI secolo nella convention di Rimini, relativo al nuovo modo di produzione che shumpeterianamente la tecnologia ci sta (ormai da tempo) determinando e caratterizzato da IOT, intelligenza artificiale, big data, robotizzazione in una parola la rivoluzione 4.0. Il nuovo modo di produzione è caratterizzato dal fatto che il lavoro vivo è sussunto dal capitale sotto forma di capitale fisso ed appropriato dallo stesso. La forma storica di questo lavoro vivo appropriato è la tecnologia che è un tipico prodotto sociale; ciò comporta che un prodotto sociale (general intellect lo chiama Marx nei Grundrisse) è oggi oggetto dell’appropriazione da parte del capitale, appropriazione che fa divenire “miserevole” l’appropriazione del lavoro fisico tipica dei tempi del fordismo.

Occorre cioè che i frutti di un prodotto sociale come la tecnologia, siano redistribuiti alle forze sociali che quel prodotto sociale hanno contribuito a creare, ecco che allora serve un modello di redistribuzione che non sia più basato sul tempo del lavoro vivo, ma che tenga conto di quel lavoro vivo tecnologico che è stato appropriato ed è entrato a far parte del capitale fisso.

Al limite, ipotizzando (come fece Paolo Sylos Labini nel 1989 nel suo Nuove tecnologie e disoccupazione- Edizioni Laterza) “che la produzione di tutte le merci sia robotizzata e che gli stessi robot siano prodotti da robot” ci si pone la domanda di come potrebbe essere un modello di redistribuzione coerente. La risposta data da Paolo Sylos Labini è che “si deve ammettere che uno Stato centrale, munito, come tutti gli Stati, di poteri coercitivi, provveda ad una redistribuzione del reddito seguendo, come criterio guida non l’umanità, la solidarietà o la carità, ma, più semplicemente, l’esigenza di assegnare una destinazione razionale ai beni prodotti. Un criterio razionale potrebbe essere: a ciascuno secondo i suoi bisogni” ”L’alternativa alla distribuzione centralizzata del reddito potrebbe essere data dalla distribuzione generalizzata di azioni delle imprese robotizzate; ma le differenze tra le due ipotesi sarebbero formali, non sostanziali”.

Il nuovo modello di redistribuzione è molto simile al Reddito di cittadinanza incondizionato e collegato a forme di lavoro sociale che tendono ad affiancare alla liberazione dal lavoro, la liberazione del lavoro in un nuovo modello sociale in cui, tuttavia pesa in modo determinante la proprietà dei mezzi di produzione che, se non fosse condizionata o redistribuita, sarebbe l’unica a decidere chi, come, quando e quanto possa essere beneficiario di questo Reddito di cittadinanza. Si pone quindi come redistribuire e socializzare i mezzi di produzione, premessa per la costituzione di un Fondo di solidarietà finalizzato a essere la fonte finanziaria del nuovo modello redistributivo.

Nel citato mio lavoro su nuovo modo di produzione e nuovi modelli di redistribuzione, proponevo la costituzione di un Fondo di solidarietà finalizzato a:

  • Finanziare il Reddito di cittadinanza;
  • Socializzare i mezzi di produzione per un’incidenza reale nei processi decisionali;
  • Promuovere l’incremento dei mezzi propri delle imprese, contrastando la fuga verso impieghi finanziari;
  • Mettere basi concrete ad un ingresso delle forze del lavoro nei consigli di amministrazione delle società.

Una prima forma di finanziamento del “Fondo”

Una prima forma di finanziamento del Fondo di solidarietà viene individuato nel meccanismo degli incentivi fiscali. Gli incentivi fiscali incondizionati (tipo la riduzione dell’aliquota IRES) fanno diminuire l’imponibile fiscale delle imprese e quindi il carico fiscale. Ma tale riduzione delle imposte incrementa l’utile distribuibile al capitale senza alcun vantaggio per le imprese in sé, infatti tali incentivi incondizionati tendono solo ad attrarre nuovi capitali richiamati dalla maggior redditività. Ma l’automatismo implicito nell’incentivo è fortemente contestabile; solo in parte gli utili sono reinvestiti o maggiori capitali sono attratti, anzi in questi anni si osserva una decapitalizzazione delle imprese via dividendi e buy-back.

Gli incentivi condizionati (ad esempio gli incentivi 4.0 di Calenda) spingono, come hanno spinto, al rinnovo dei macchinari tecnologicamente avanzati, ma il beneficio, ancora una volta, va a premiare il capitalista. Paradossalmente i contribuenti con le loro imposte finanziano investimenti nelle imprese i cui frutti, sotto forma di maggior utile distribuibile, vanno a favore del capitale. La contraddizione è ancor più grave se si pensa che gli investimenti finanziati sono labor-saving, per cui i contribuenti fanno sacrifici per perdere opportunità di nuovi posti di lavoro.

Dal ragionamento consegue che tutti gli incentivi fiscali, di ogni importo e natura, non devono più premiare il capitale, ma vengono trattenuti all’interno dell’impresa (senza quindi danneggiarla sul fronte finanziario) e intestati al Fondo di solidarietà elemento del patrimonio sociale a pari diritti (di voto e di dividendi). Praticamente e ragionieristicamente l’incentivo fiscale invece di tradursi in maggior dividendo per il capitale, va ad aumentare il patrimonio netto intestato al Fondo di solidarietà.

L’applicazione del “Piano Meidner”

Se riprendiamo le condizioni preliminari del Fondo dei lavoratori, nella nuova situazione che abbiamo ipotizzato, vediamo che l’obiettivo della piena occupazione (stiamo ipotizzando una società completamente robotizzata) viene a cadere, lasciando il posto alla finalità di trovare risorse per finanziare il Fondo di solidarietà, ferme restando le altre finalità che abbiamo condiviso. Potremo allora elencare finalità e condizioni preliminari in questo nuovo elenco:

  • Sviluppare e perfezionare una politica redistributiva basata sul principio della solidarietà;
  • Contrastare la concentrazione di ricchezza che dalla discrezionalità del capitale nel decidere il Reddito di cittadinanza;
  • Aumentare l’influenza dei lavoratori dipendenti sulla politica economica e industriale del paese.

Le condizioni preliminari cui i Fondi devono sottostare sono:

  • Garantire la formazione e continua capitalizzazione del Fondo;
  • L’esigenza di un alto livello di formazione del capitale che viene codeterminato con il Fondo;
  • La crescente democratizzazione del capitale garantisce da indesiderate egemonie del capitale.

Ecco che il Fondo riesce a porre le premesse per una razionale gestione di un modello di redistribuzione consono al nuovo modo di produzione in cui i proprietari dei mezzi di produzione, se non contenuti dagli strumenti proposti in questo pezzo, rischierebbero di instaurare un regime neo-schiavistico.

 

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