Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Un elemento di socialismo

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di Renato Gatti

A monte della nostra proposta per un Fondo di solidarietà finalizzato alla socializzazione dei mezzi di produzione nella prospettiva di un’economia completamente robotizzata, troviamo delle considerazioni storiche, filosofiche e politiche.

1. Non si può non partire dal “Frammento sulle macchine” contenuto nel secondo volume dei Lineamenti della critica dell’economia politica noti anche come Grundrisse di Karl Marx. In questi frammenti ci sono, a mio parere, due elementi importanti che determinano tutto il documento; intendo dire da una parte il ruolo della scienza e del general intellect e, come secondo punto, i limiti del valore lavoro.

    • Marx sostiene che il sistema automatico di macchine, oggi potremmo dire la robotizzazione, rappresenta il lavoro scientifico oggettivato sotto forma di capitale fisso e deriva dalla oggettivazione dell’abilità conoscitiva, cioè del “general intellect”. Il cervello sociale, insieme delle abilità linguistico-cognitive, fondo invariante dell’homo sapiens sapiens, assume una rilevanza tale da far concludere che la rivoluzione oggi in atto comporti un nuovo modo di produzione che, conseguentemente, ci richiede un consono modello di redistribuzione. Il nuovo modo di produzione comporta che assistiamo alla sostituzione della forza-lavoro caratteristica del periodo fordista con l’intellettualità in quanto tale quale fattore principale del ciclo produttivo. Ma il cervello sociale ci si propone come prodotto sociale e non come prodotto del capitale che, tuttavia, se ne appropria sussumendolo sotto forma di capitale fisso. ” L’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così, rispetto al lavoro, assorbita nel capitale, e si presenta perciò come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio. Le macchine si presentano così come la forma più adeguata del capitale fisso, e il capitale fisso, se si considera il capitale nella sua relazione con se stesso, come la forma più adeguata del capitale in generale.” Questa nuova appropriazione da parte del capitale, fa apparire “miserabile” la vecchia appropriazione di pluslavoro ed è allora su questo fronte, sul fronte della socialità del nuovo modello produttivo che deve addentrarsi la nostra analisi e conseguente attività politica.
    • Se il cervello sociale, sotto forma di capitale fisso, diventa il principale fattore di produzione il lavoro vivo diventa sempre più marginale nel ciclo produttivo, ridotto al controllo delle macchine, alla loro sorveglianza o nella ideazione realizzazione di nuovi macchinari, finchè non saranno i robots stessi, dotati di autoapprendimento basato sull’intelligenza artificiale, a produrre robots di nuova generazione. A quel punto finirà il lavoro salariato è scomparirà il capitalismo industriale che sul lavoro salariato è basato. Ciò non significa la fine del capitalismo che, nei tempi, ha saputo trasformarsi, adattarsi, rigenerarsi. Il lavoro salariato appare nel medioevo non nei terreni dei signori feudali che si servivano dei servi della gleba, ma nei terreni dei borghesi dove lavoravano salariati liberi anche se privi di qualsiasi diritto; erano le prime chiazze di capitalismo agrario. Sorse poi un capitalismo mercantile quando i mercanti dovettero trovare lavoratori liberi sia per i loro traffici per terra che per quelli per mare. Durante tale epoca si sviluppano i rapporti di credito e la funzione delle banche. Si arriva quindi al capitalismo industriale nel quale il lavoro salariato è il principale mezzo di produzione sostituito gradualmente e infine con impeto dalle macchine mosse da forze energetiche che, ad ogni introduzione, rivoluzionano il modo di produrre. Negli stadi più avanzati del lavoro intellettuale, del cervello sociale, entra in crisi la misurazione del lavoro basato sul criterio delle ore lavorate nel momento in cui il lavoro intellettuale non è incastonabile in un lavoro in un posto fisso, in un orario fisso, con procedure regolamentari. Con la fine del lavoro salariato diventa obsoleto il principio del valore-lavoro così come cessa di aver alcun significato la redistribuzione del prodotto sulla base del lavoro lavorato. In questo momento nasce il nostro interrogarsi su come pensare ad un nuovo modello redistributivo coerente con il nuovo modo di produzione.
    • In questo contesto la nuova realtà robotica ci spinge a rileggere i Frammenti sulle macchine, (mi rifaccio ad un articolo di Matteo Pasquinelli) alla luce dell’astrazione della Cosmopolis di Don De Lillo, finanziaria, securitaria e digitale; una realtà in cui il capitale “pensa” e opera con colossi i cui bilanci sono più corposi dei bilanci di molti Stati, sto pensando a Google, Facebook, Amazon, Walmart, ma penso anche ai giganti cinesi che dominano con il G5 (al punto da scatenare in Trump bellicismi antichi) che sono i primi produttori di batterie al litio per le nuove auto elettriche. Internet of things, intelligenza artificiale, sensori, big data per non avventurarci nel mondo quantistico con la produzione di computers quantistici che operano con i qubit. “Ognuna di queste entità tecnologiche sta ridisegnando i confini del nomos politico degli stati tradizionali semplicemente aprendo nuovi spazi ed estendendosi in nuove dimensioni”. Solo superpotenze possono accedere e controllare le nuove tecnologie “Una macchina immensa – la definisce Paul Edwards nel libro A Vast Machine. Ricordiamo pure il Cyber-Marx scritto da Nick Dyer-Witheford nel 1999, il primo studio sistematico della cibernetica e delle macchine informatiche. Dyer-Witheford predice l’avvento di un rinato Marxismo che riscopra la possibilità di una trasformazione sociale collettivistica ovvero un nuovo ordine sociale basato sulla redistribuzione della ricchezza.

Si pone anche un altro elemento di riflessione “sullo statuto politico ed economico dell’algoritmo, ovvero di quelle macchine astratte che, all’apice della piramide della produzione gestiscono” il nostro operato. Riflessione che ritroviamo nel saggio “Capitalismo macchinico e plus-valore di rete” di Romano Alquati, dove si descrive la trasformazione della conoscenza in intelligenza macchinica e l’ascesa di una società dei metadati che va a sostituire l’immagine obsoleta di una società della rete.

2. Partiamo con l’assunto che nell’economia completamente robotizzata i valori d’uso prodotti oggi saranno prodotti nella stessa o maggior quantità e qualità, ci saranno probabilmente meno incidenti sul lavoro e sicuramente più tempo libero da impiegarsi volontariamente o organizzativamente per obiettivi più umanistici di quanto sia la produzione di merci. Ciò premesso rimane il problema di come si redistribuiscono i beni prodotti da chi possiede i robots.

    • Mi pare che la redistribuzione del prodotto non possa avere forma diversa dal “reddito di cittadinanza” ovvero una redistribuzione incondizionata attuata con criteri che sono squisitamente politici, legati cioè alla proprietà dei robots e quindi alle sovrastrutturali filosofie redistributive.
    • Indicare nel reddito di cittadinanza il modello redistributivo più razionalmente probabile, nasce dal fatto che, come abbiamo visto sopra, il criterio redistributivo oggi vigente basato sul tempo di lavoro non è più applicabile stante la scomparsa del lavoro vivo.

3. Vediamo due criteri proposti dagli economisti per affrontare il tema redistributivo.

    • Prendiamo la prima proposta dall’articolo di Giorgio Gattei “Quali prospettive per i nostri per i nostri pro-nipoti”, con richiamo al testo sraffiano Produzione di merci a mezzo di merci. “Se producessero senza più impiegare lavoratori, i capitalisti guadagnerebbero un profitto massimo non avendo più salari da pagare. Ma siccome devono vendere le merci prodotte, avrebbero la necessità di una domanda effettiva da parte dei non-più-lavoratori e a questo scopo dovrebbero accontentarsi di realizzare in moneta un profitto minore di quello massimo, destinando la differenza a reddito di quei non-lavoratori. Sarebbe questo il reddito di cittadinanza misurato dalla parte del profitto a cui i capitalisti rinuncerebbero per assicurarsi la domanda effettiva adeguata alla vendita delle merci prodotte. Solo successivamente a questa determinazione spetterebbe alla cittadinanza destinataria di quel reddito decidere come spartirlo tra i propri componenti, ad esempio a prescindere oppure in contraccambio di un lavoro socialmente utile. Ciò sarebbe comunque una questione politica successiva alla decisione delle imprese di ridursi ad un profitto normale, al posto di quello massimo che la produzione di merci a mezzo di sole macchine consentirebbe, per assicurarsi la conversione in moneta delle merci così prodotte.” Osserviamo in questo scritto come verrebbe redistribuito il prodotto nel caso in cui i robots restassero di proprietà dei privati, dei capitalisti. Faccio osservare che ai capitalisti non serve assolutamente “una domanda effettiva adeguata alla vendita delle merci prodotte”, potrebbero benissimo far produrre ai robots solo beni per la loro ricchezza che utilizzerebbero solo loro, lasciando nella più miserevole povertà tutti i non-più-lavoratori; peraltro che sta facendo ora il capitale per tutte le popolazioni africane a livelli di sottovivenza? Gli economisti classici assumono come limite minimo il salario di sopravvivenza; nella nostra prospettiva il capitale assumerebbe come limite massimo il reddito di cittadinanza a livello di sopravvivenza, o meglio al livello necessario per sedare la rivolta popolare e l’insubordinazione generale. Al capitale non interesserà più vendere merci per monetizzare il prodotto per procurarsi con il denaro i beni cui ambisce; per il capitale sarà sufficiente programmare i robots affinché producano direttamente quei prodotti che gli interessano per la sua continuazione e dominio, programmando il minor numero di robots per produrre quei beni e servizi appena sufficienti a non scatenare la ribellione degli schiavi economici. Patetico nell’articolo sopra riportato il passo in cui si dice che “spetterebbe alla cittadinanza destinataria di quel reddito decidere come spartirlo tra i propri componenti, ad esempio a prescindere oppure in contraccambio di un lavoro socialmente utile. Ciò sarebbe comunque una questione politica successiva alla decisione delle imprese di ridursi ad un profitto normale”; grande modello di democrazia subordinata alla decisione del capitale per il quale il supposto profitto normale corrisponde al profitto massimo possibile”
    • Prendiamo ora, invece, la previsione di Paolo Sylos Labini nel 1989 nel suo Nuove tecnologie e disoccupazione- Edizioni Laterza) in cui “la produzione di tutte le merci sia robotizzata e che gli stessi robot siano prodotti da robot” ci si pone la domanda di come potrebbe essere un modello di redistribuzione coerente. La risposta data da Paolo Sylos Labini è che “si deve ammettere che uno Stato centrale, munito, come tutti gli Stati, di poteri coercitivi, provveda ad una redistribuzione del reddito seguendo, come criterio guida non l’umanità, la solidarietà o la carità, ma, più semplicemente, l’esigenza di assegnare una destinazione razionale ai beni prodotti. Un criterio razionale potrebbe essere: a ciascuno secondo i suoi bisogni”.” L’alternativa alla distribuzione centralizzata del reddito potrebbe essere data dalla distribuzione generalizzata di azioni delle imprese robotizzate; ma le differenze tra le due ipotesi sarebbero formali, non sostanziali”. Ci troviamo in questa previsione nel caso in cui esista uno “stato munito di poteri coercitivi” che decide con criteri razionali la redistribuzione del reddito, presupponendo in tal modo che la proprietà dei robots o sia pubblica o, se rimasta al capitale, sia privata del potere di determinare il quanto e il come del reddito di cittadinanza. Questa previsione non ci chiarisce, tuttavia, come, con quale percorso politico, si possa giungere ad uno stato munito di tale potere coercitivo atto ad imporre l’auspicato reddito di cittadinanza. Il capitale, proprietario dei robots, dominante società i cui bilanci fanno talora impallidire il bilancio dello stato in cui sono domiciliati, si opporrà con tutte le sue forze al raggiungimento di quell’obiettivo, e comunque in caso di esproprio dei mezzi di produzione, stanti gli attuali dettami costituzionali, sarebbe beneficiario del dovuto enorme indennizzo. La strada per giungere alla previsione di Sylos Labini non è così semplice e pacifica.
    • La proposta che invece noi facciamo tende a raggiungere l’obiettivo indicato da Sylos Labini attraverso uno strumento graduale ma che deve essere messo in atto da subito, ogni ritardo rischia di farci trovare di fronte al fatto compiuto e descritto al punto 3.1. Come già ampliamente descritto in altri miei articoli, la nostra proposta consiste nella costituzione di un Fondo di solidarietà che acquisisce azioni o quote nelle imprese pari all’importo di tutte le facilitazioni fiscali concesse dallo Stato ma pagate dai contribuenti e che altrimenti andrebbero a beneficio del solo capitale. Il Fondo sarebbe inoltre incrementato da un nuovo piano Meidner atto alla socializzazione e cogestione delle imprese, così come potrà essere finanziato in sede di rinnovi contrattuali con il pieno coinvolgimento dei sindacati. Al di là dei tecnicismi, mi pare che il percorso indicato si innesti con piena legittimità nel disegno economico della nostra Costituzione, e possa divenire uno degli obiettivi principali per una rigenerazione del movimento socialista in Italia.

 

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