Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La minaccia di una patrimoniale

Patrimoniale Patrimoniale

di Renato Gatti

Premessa: si definisce imposta patrimoniale quella che non colpisce il reddito ma il patrimonio del contribuente; essa può essere annuale (come l’Imu) o una tantum (come quella sui conti correnti bancari fatta da Amato nel 1992), può avere come scopo la riduzione del debito o la riduzione delle disuguaglianze o entrambe le cose.

La base imponibile

Le componenti del patrimonio che sarebbero soggette a tale imposta, includerebbe i conti correnti, tutti i titoli (esclusi i titoli di stato) e gli immobili. Va subito chiarito, per evitare le paure facilmente strumentalizzabili da parte degli oppositori della patrimoniale, che sono esclusi, oltre agli immobili che costituiscono abitazione principale, quelli di basso-medio valore. Da un punto di vista produttivo, la ricchezza immobiliare non genera alcuna crescita a livello aggregato. La patrimoniale incentiverebbe l’allocazione del capitale verso investimenti più efficienti.

La patrimoniale a cadenza annua dovrebbe avere una soglia di esclusione elevata e un’aliquota marginale bassa. L’elevata soglia permetterebbe di escludere il ceto medio da questa imposta e concentrandola sulle persone più ricche, la bassa aliquota marginale dovrebbe rendere digeribile il sacrificio marginale delle persone colpite.

Secondo la Banca d’Italia

“Cresce la disuguaglianza. Soprattutto, l'"Indagine sui bilanci delle famiglie italiane" rileva una crescita consistente della disuguaglianza e delle persone con reddito equivalente inferiore al 60% di quello mediano, la soglia usata per individuare il rischio di povertà (che nel 2016 corrisponde a entrate per circa 830 euro mensili. Stranieri, giovani, meridionali, meno istruiti sono maggiormente a rischio, e lo sono anche le loro famiglie. Negli ultimi dieci anni il livello di disuguaglianza misurato dall'indice di Gini, nel 2016 rispetto al 2006, è aumentato di 1,5 punti percentuali dal 32 al 33,5%

Disparità anche nella ricchezza. Le disuguaglianze si riscontrano anche nella ricchezza, non solo nei  redditi: la ricchezza media delle famiglie corrisponde a circa 206.000 euro, ma il valore mediano è di gran lunga inferiore, 126.000, per via della grande asimmetria nella distribuzione. Il 30% più povero delle famiglie detiene appena l'1% della ricchezza nazionale; tre quarti di queste famiglie sono anche a rischio povertà. Mentre il 30% delle famiglie più ricche detiene invece circa il 75% del patrimonio netto degli italiani, con una ricchezza netta media pari a 510.000 euro. Peraltro oltre il 40% di questa quota è detenuta dal 5% più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro. L’indice Gini della ricchezza si attesta nel 2016 al 44,5%.

La casa e le attività finanziarie. Gli immobili di proprietà sono ancora lo zoccolo duro della ricchezza degli italiani (è proprietario della casa in cui vive il 70% delle famiglie). Il loro valore in media è diminuito del 7% rispetto al 2014 e del 23% rispetto al 2006. Sale invece la quota delle famiglie che detengono attività finanziarie: anche qui, c'è un forte squilibrio nella distribuzione.

Il gettito

Nel caso di un’imposta congegnata come quella francese vigente in Francia fino all’anno scorso, ossia tassando i nuclei familiari con patrimonio al di sopra degli 800mila euro (poco meno del 5% più ricco), immobili compresi, escluse pensioni e Btp, con aliquote medie per lo più al di sotto dell’1% , si calcolerebbe un gettito di circa 4 miliardi. Abbassando la soglia di esclusione a 500mila euro, colpendo quindi il 10% più ricco, la stessa aliquota produrrebbe un gettito di circa 7 miliardi.

I problemi

Un primo problema riguarda la valutazione della ricchezza: le incertezze di un sistema catastale sempre da aggiornare (si ricordi la disposizione Brunetta di inizio secolo per un catasto telematico completo) e le grosse difficoltà di conoscere le ricchezze finanziarie limita fortemente la fattibilità dell’imposta patrimoniale. In mancanza di una capacità pratica di attuazione dell’imposta occorre limitare l’ambito di applicazione della stessa alle ricchezze che non possono fuggire all’estero, quindi agli immobili (peraltro già tassati dall’IMU).

Un secondo problema particolarmente rilevante è quello della prevedibile fuga dei capitali che vogliono eludere l’imposizione fiscale, a meno che essa non sia estesa, come auspicava Picketty a tutta l’area europea (ciò tuttavia non eliminerebbe la fuga al di fuori della UE). Il tema è più che mai attuale in Europa, dove sono estremamente facili i flussi di capitale, mentre i livelli di tassazione sono del tutto eterogenei non escludendo aree assimilabili ai paradisi fiscali. La rivisitazione delle regole europee ritorna ad essere un obiettivo fondamentale per gestire a livello politico e giuridico le regole della comunità per ridare alla stessa quel protagonismo che sta poco a poco perdendo, creando sfiducia e delusione tra i suoi partecipanti. Invece di continuare a fare della diminuzione delle imposte un mantra finalizzato a trovare voti, sarebbe interessante fare un salto di qualità anche in sede europea e pensare di pianificare una complessiva imposta patrimoniale e su come potrebbero esserne impiegati i proventi.

Gli effetti

Un’imposta patrimoniale inciderebbe nella riduzione della disuguaglianza. Tale riduzione è un obiettivo condivisibile nell’economia di una comunità perché, come suggeriscono molti studi, la mobilità sociale è più bassa e la crescita è più lenta laddove la disuguaglianza è maggiore. Infine, il gettito della patrimoniale potrebbe essere usato per ridurre o sostituire altre imposte: l’Irpeg, l’Irpef, il cuneo fiscale. In alternativa detto gettito potrebbe essere destinato a ridurre il deficit o direttamente il debito accumulato.

Occorre tuttavia premettere che l’imposta patrimoniale, pur essendo conteggiata sul patrimonio viene pagata con il reddito, saranno infatti da evitare aliquote che costringano a vendere il cespite per poter essere pagate; ne consegue quindi che l’imposta patrimoniale va ad incidere sull’indice Gini del reddito senza intaccare quello sulla ricchezza.

Mi piace pensare ad una soluzione che coniughi una redistribuzione di reddito e ricchezza, aiuto alle imprese produttive e all’economia nazionale in genere.

Se il gettito IRES è pari a 42 miliardi di €, e il gettito della patrimoniale si attestasse sui 4 miliardi annui, si potrebbe destinare questi 4 miliardi a riduzione dell’Ires portando l’aliquota al 22%. Ma la riduzione dell’Ires così ipotizzata, non va ad aumentare l’utile distribuibile al capitale, ma ad alimentare quel fondo di solidarietà contemplato nelle conclusioni della commissione Economia e lavoro della convention di Rimini di Socialismo XXI secolo.

In tal modo si attuerebbe una redistribuzione nel possesso dei mezzi di produzione rafforzando la struttura patrimoniale delle imprese, si ridurrebbero le disuguaglianze di reddito tendendo a spingere l’indice Gini del reddito al di sotto dell’obiettivo del 30%.

Di portata strategica è l’irruzione del sindacato su tale terreno. La recente intervista a Landini (Repubblica, 3.4.2019) in cui si propone «un piano straordinario di investimenti pubblici e privati che si inserisca in una idea di Paese basata su un nuovo modello di sviluppo», va incoraggiata, anche per le modalità adombrate di realizzazione.

Se l’obiettivo è di spostare dall’inerzia alla produzione i risparmi degli italiani più possidenti, e se il termine «patrimoniale» spaventa, si potrebbe pensare ad un prestito forzoso a lunga scadenza con un bassissimo tasso d’interesse esentasse, destinato a investimenti pubblici produttivi, pensando in particolare a quei risparmi investiti in beni rifugio con bassissima propensione alla produzione.

Per ridurre la soggezione cui ci costringe lo spread nel rifinanziare il debito pubblico, si potrebbe infine pensare di indirizzare i risparmi dormienti all’acquisto di debito pubblico con il fine di ridurre ulteriormente l’incidenza di finanziamenti esteri (con un occhio al modello giapponese e ciò ci sposterebbe su una logica di uscita dall’euro che mi vede contrario).

Conclusioni

Come periodicamente pubblicato nelle statistiche della Banca d’Italia, le famiglie abbienti incrementano costantemente i loro risparmi, d’altro canto il paese non è in grado di fare investimenti significativi nella formazione e nella ricerca. Nonostante il calo nel valore degli immobili e nonostante la bassa crescita dell’economia del Paese, la ricchezza totale delle famiglie italiane era 8,9 volta il reddito disponibile, fra le più alte dei paesi ricchi. Inoltre, degno di nota, nel confronto con gli altri paesi, il debito delle famiglie italiane rimane il più basso. Dunque, mentre tantissime famiglie accumulano risparmi, i loro figli sono costretti a girare per il mondo se vogliono laurearsi, trovare lavoro, fare ricerca. Mentre i rapporti asimmetrici nel lavoro e un sistema fiscale non progressivo perpetuano le disuguaglianze, accrescono un risparmio passivo sottratto agli investimenti utili alle all’intero paese, e si accrescono le contraddizioni tra le generazioni.

L’atteggiamento sulla patrimoniale dovrebbe, perciò, mutare di orientamento, invece di essere percepita (o meglio minacciata) come uno spauracchio che va a colpire la casa costruita con tanti sacrifici, dovrebbe cominciare ad essere vista come uno strumento che nel ridurre le disuguaglianze sposta risparmi da un’improduttiva scelta di beni rifugio, verso un modello di sviluppo propulsivo e innovativo, con visione programmata e monitorata.

           

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