Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il modello giapponese

Giappone Giappone

di Renato Gatti

Premessa

Il vice-premier Matteo Salvini dice che dopo le europee non dovremo più ripagare all’Europa i 23 miliardi dell’Iva. Quei miliardi in effetti non dobbiamo ripagarli all’Europa che non ce li ha mai chiesti, ma derivano dalla legge di stabilità che il ministro Salvini, ha predisposto e che è stata approvata dal parlamento col voto determinante del suo partito. Ma si sa, il gretto semplicismo con cui Salvini presenta i problemi è perfettamente organico all’ignoranza di gente cui risulta estremamente complicato interpretare una frase con anche una sola subordinata, abituata com’è a slogan perentori e maschilmente virili.

Salvini ha intelligentemente scelto ministeri di spesa, lasciando all’alleato il compito di pensare alle coperture; predica manovre espansive che espandono il debito pubblico; riduzione delle imposte con perdite di gettito calcolabili, a seconda dei parametri spesso cangianti, da qualche decina a molte decine di miliardi di euro; se ne frega dell’Europa e delle sue ragionieristiche obiezioni; lo spread se lo mangia a colazione fidando sul fatto che dopo le elezioni europee tutte le regole cambieranno e per il nostro paese inizierà non un anno bellissimo, ma una nuova era idilliaca in cui saremo noi (noi chi? Il popolo? I lavoratori?) ad essere sovrani del nostro sistema monetario, emettendo tutta la moneta che serve, senza che nessuno ci controlli o imponga qualcosa.

Più volte il ministro polivalente ha indicato come suo modello quello giapponese, tanto da avere in programma una visita in Giappone presso il primo ministro Abe per approfondire le lezioni di economia già ricevute in Italia qualche settimana fa.

Esaminiamo allora il modello giapponese, le sue somiglianze con quello italiano, le sue differenze, le prevedibili conseguenze della sua adozione in Italia affidandoci ad un lavoro dell’osservatorio CPI (Osservatorio conti pubblici italiani).

Tuttavia, prima di esaminare il modello giapponese occorre premettere che esso sarebbe adottabile soltanto uscendo dall’euro condizione indispensabile per riacquisire la sovranità monetaria. Non mi soffermo sui guasti catastrofici che un’uscita dall’euro ci causerebbe, ne ho scritto altrove, prescindo da quei guasti nello sviluppare la tesi che mi sono posto.

La situazione attuale del Giappone

Il Giappone fa registrare da molti anni un deficit piuttosto elevato e considerando che paga interessi sui titoli di stato praticamente nulli, si deduce che anche il saldo primario sia negativo. Il debito poi sta veleggiando verso il 240% del PIL.

La banca centrale giapponese opera come prestatrice di ultima istanza e garantisce una politica monetaria che mantiene gli interessi vicini allo zero e assicura quantità di moneta in circolazione in grado da stimolare domanda di beni e servizi senza tuttavia incontrare problemi inflazionistici.

Il tasso di disoccupazione è molto basso, il debito pubblico in mano a residenti esteri rappresenta il solo 10,9% del debito totale, evitando che ci siano ripercussioni negative da parte dei mercati finanziari.

Il tasso di crescita del PIL è tra i più bassi, così come in Grecia e in Italia, a causa, anche, di un basso tasso di crescita della produttività. Tra i fattori che determinano la bassa crescita, spicca l’andamento demografico: un paese che invecchia per le poche nascite e per l’allungamento dell’aspettativa di vita. Il rapporto tra persone con più di 65 anni e popolazione è passato in pochi anni da 1 a 5 nel 1995, a 1 a 2 nel 2018. La riduzione della popolazione attiva ha causato un calo della forza lavoro che non essendo compensata da un aumento della produttività incide in modo negativo sui livelli di produzione del reddito.

Lo scarso aumento o meglio la stagnazione nei tassi di produttività sembra essere influenzato in modo determinante dalla carenza di investimenti.

In questo quadro il finanziamento del deficit pubblico è possibile, senza effetti inflazionistici e/o svalutativi, solo alla condizione che il pubblico e le banche siano disposti a sottoscrivere titoli pubblici a bassi tassi di interesse invece di acquistare valuta estera o altre attività finanziarie più remunerative. Le banche giapponesi, così come i cittadini di quel paese, hanno dimostrato una disciplina notevole in tal senso,  nel detenere cioè in portafoglio i titoli di stato senza cercare di liberarsene.

La politica del governo giapponese

Le azioni che il governo giapponese sta prendendo sono tese alla correzione dei dati insoddisfacenti. Il deficit pubblico è stato ridotto di oltre 4 punti a seguito di misure fiscali restrittive; in primis l’aumento dell’Iva, peraltro a livelli bassi, passata dal 5 all’8% nel 2014, e per la quale è previsto un nuovo aumento a fine 2019. La pressione fiscale è aumentata negli ultimi anni di 4,6 punti percentuali dal 25,9 al 30,5.

Il paese ha un debito pensionistico molto limitato grazie alle riforme introdotte recentemente, per andare in pensione mediamente il lavoratore giapponese deve aspettare i 70 anni e 7 mesi, mentre la lavoratrice devono raggiungere i 69 anni. L’età di pensionamento è legata all’aspettativa di vita e la percentuale da versare obbligatoriamente all’ente pensionistico è stata recentemente aumentata. La spesa previdenziale è pari al 10,2% del PIL e la sua incidenza mostra una tendenza decrescente nei prossimi decenni. La situazione finanziaria dello stato giapponese mostra attività liquide pari al 62% del PIL facilmente trasformabili in liquidità; il che rassicura molto gli investitori esteri.

L’adozione in Italia del modello giapponese

E’ riscontrabile una certa somiglianza della situazione giapponese con quella italiana: principalmente la difficoltà nell’incrementare la produzione del reddito e le sue cause a monte, ovvero la stagnazione dell’aumento della produttività e l’invecchiamento della popolazione. Queste causali sistemiche che minano la possibilità di crescita dei due paesi difficilmente possono essere contrastate da politiche di marca squisitamente monetaristica. Il Giappone sembra poter in qualche modo aggredire quelle causali con riforme strutturali puntate sull’aumento della fiscalità e riduzione dell’età pensionabile che garantiscono gli investitori stranieri sulla affidabilità della loro partecipazione al finanziamento del debito pubblico peraltro molto limitato. Sembrano quindi cercare di rendere permanente e sostenibile una stagnazione senza traumi, ma non sembrano voler o poter invertire il trend della crescita del paese.

Da parte italiana si pensa di contrastare le due causali della scarsa crescita con manovre espansive sul lato della domanda sia con il reddito di cittadinanza che con la quota 100. Purtroppo, questi due provvedimenti, di cui dobbiamo ancora vedere gli effetti, sono finanziati in deficit e se da una parte potrebbero incrementare la domanda aggregata (con la speranza che la maggior domanda non si traduca in importazioni) dall’altra rendono la nostra situazione finanziaria sempre più inaffidabile e quindi poco attrattiva per quei finanziatori che finanziano il 30% del nostro debito pubblico. Qui a mio parere sta il punto focale che differenzia il nostro paese dal Giappone.

La fiducia nel nostro paese.

L’elemento che differenzia il nostro paese dal Giappone è la fiducia: alta verso il popolo giapponese,  ma molto meno alta nei riguardi del nostro paese. Sarà la cultura o la religione scintoista, sarà la filosofia pratica del senso comune giapponese ispirata ai principi delle cinque esse, ma l’investitore estero si sente più rassicurato nel finanziare il debito pubblico giapponese, confortato tra l’altro da elementi concreti che supportano la sua scelta.

Perché l’Italia possa imitare il modello giapponese dovrebbe in primis ridurre la quota di debito pubblico finanziato da non residenti, quota che è tripla rispetto a quella giapponese; e dovrebbe poter contare su uno spirito nazionale fortemente disciplinato nel senso di preferire di affidare i suoi risparmi al finanziamento del debito pubblico nazionale, piuttosto che portarli all’estero o investirli in titoli denominati in euro.

L’anno scorso dal G6 di Lione, il vicepremier Salvini assicurava che “la forza dell’Italia che nessun altro degli amici seduti al tavolo oggi ha, né i francesi, né gli spagnoli, è un risparmio privato che non ha eguali nel mondo. Per il momento è silenzioso e viene investito in titoli stranieri. Io sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano”. La speranza del vice-premier che rassomiglia tanto a cose già viste, come per esempio “l’oro alla patria”, chiarisce quale sia la sua strategia: nazionalizzare il debito e puntare sul patriottismo dei risparmiatori.

E’ estremamente arduo impostare una politica economica basata sul modello giapponese sapendo che la sovranità monetaria che permette di stampare tutta quella moneta che il governo ritiene necessaria; che permette al governo di spendere in deficit ingenti somme per scopi improduttivi; che rivoluziona il sistema fiscale perdendo decine di miliardi di euro di gettito, possa trovare la fiducia non solo di investitori esteri che invece si vogliono ridurre nella quota nazionale, ma soprattutto dei capitali di residenti che temono invece che tale manovra sfocerà in una svalutazione della neo-lira che falcidierà i risparmi che non sono fuggiti all’estero.

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