Rivista aperiodica teorica del Socialismo
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Un'Europa dirigista? In evidenza

di Renato Gatti

Premessa

La commissione europea ha bocciato la fusione tra Alstom e Siemens due giganti europei nei sistemi ferroviari. Secondo la Commissaria antitrust, Margrethe Vestager, dall'operazione sarebbe nata una società con una posizione dominante sul mercato europeo e quindi in conflitto con i principi concorrenziali che ispirano l’Unione.

La commissaria Vestager ha rilevato che Siemens ed Alstom se si fossero fuse avrebbero portato a prezzi più alti i sistemi che garantiscono la sicurezza dei passeggeri per la nuova generazione di convogli ad alta velocità.

La reazione dei governi di Parigi e Berlino, non ha tardato a controbattere sostenendo che l'operazione avrebbe potuto contrastare l’ingresso della cinese CRRC in un settore strategico delle infrastrutture europee.

Il ministro dell'economia tedesca, Altmaier, sta evidentemente prospettando una revisione delle regole europee sulle fusioni auspicando la presenza di “campioni europei” per affrontare la situazione storicamente determinata, che vede scontri commerciali a livello continentale ad un livello tale da rendere obsolete le regole sulla concorrenza e la funzione dell’antitrust, verrebbe da pensare al superamento della libera concorrenza di ispirazione smithiana per passare ad una visione di tipo schumpeteriano.

La tutela della concorrenza

La commissione europea porta avanti una visione che ha due obiettivi: tutelare gli interessi dei consumatori e tutelare una concorrenza virtuosa senza interferenze di tipo monopolista o oligopolista. Da questa visione deriva un'applicazione severa della politica della concorrenza, avversa ai rischi di concentrazione eccessiva del mercato. Che i monopoli siano dannosi per i consumatori violando le regole del punto di pareggio tra domanda e offerta è una certezza che ispira tutti i neo-classici, e in effetti un paese civile dovrebbe porsi come obiettivo la difesa da colossi economici i cui comportamenti vanno a detrimento dell’interesse dei consumatori. Va tuttavia rilevato che la concorrenza atomistica considerata dalle leggi di Adam Smith è al giorno d’oggi una concorrenza inesistente; il prezzo è determinato in una misura pari ai costi di produzione più un mark-up e non più dall’incontro della curva della domanda e quella dell’offerta. Inoltre la concorrenza atomistica presuppone una miriade di produttori incapaci, per le loro dimensioni, di adeguare i loro modi di produzione alle innovazioni che la tecnologia odierna offre. La difesa della concorrenza può essere realisticamente limitata a garantire a ciascun operatore, che lo volesse, di entrare sul mercato, oltre tale limitato scopo ci si scontra con la realtà che ci circonda.

 La realtà che ci circonda

Osserviamo ora la fase concreta che il mercato sta attraversando: le condizioni europee si trovano schiacciate tra un rinascente protezionismo statunitense e il crescente ruolo assunto dall’industria cinese; le innovazioni tecnologiche richiedono dimensioni critiche di massa incompatibili con dimensioni ridotte dei produttori; la concorrenza non si sviluppa più soltanto sul fronte del prezzo, peraltro determinato dalla produttività garantita da investimenti tecnologici, ma anche sul fronte di nuovi prodotti tecnologicamente più avanzati che spiazzano dal mercato i prodotti a vecchia tecnologia; insomma la concorrenza si presenta come lotta di grandi operatori come Schumpeter ha analizzato.  Realisticamente e pragmaticamente consapevoli della fase di mercato che stiamo attraversando, si sta elaborando un nuovo modo di governance sia della concorrenza sia degli aiuti di stato, si introducono i “campioni europei” quale strumento realistico per opporsi ai giganti esteri, in primis a quelli cinesi. Certo che altrettanto realisticamente, anche alla luce di quanto abbiamo scritto in apertura, la realtà dei campioni europei si sta delineando come la realtà dei campioni franco-tedeschi. Sintomo di questa situazione è il fatto che la Francia sta sostenendo la linea dei campioni europei con argomenti esattamente rovesciati rispetto a quelli che aveva sostenuto nel caso dei Chantiers de l’Atlantique e Fincantieri.

Gli aiuti di stato

Strettamente connesso al tema dei campioni europei è quello degli aiuti di stato che non andrebbero più visti come interventi che vanno a minare la par condicio dei competitori, ma andrebbero visti come interventi positivi finalizzati a contrastare l’invadenza degli altri operatori continentali. Il ruolo dell’aiuto di stato cambierebbe così completamente di natura; da elemento di disturbo alla libera concorrenza, a elemento positivo di un nuovo protagonismo produttivo. E ciò senza star molto a sottilizzare tra paesi contribuenti al budget europeo e paesi destinatari degli aiuti ai campioni.

E l’Italia

Nella campagna elettorale nessuno ha sollevato il tema dei campioni europei, e quale posizione il nostro paese dovrebbe avere nel merito; ben altri sono i temi sollevati in questa campagna tutti rivolti agli equilibri interni e ben poco interessati alle tematiche europee. Poiché il nostro tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese, dovremmo cercare la protezione delle regole che ci difendono dai monopoli, ma d’altro lato dovremmo essere presenti nell’elaborazione della politica industriale. Prendiamo tuttavia atto che il governo Conte ha espresso una opinione che appoggia le richieste franco-tedesche, in particolare con l’obiettivo di derogare agli aiuti di stato per salvare l’Alitalia.

Conclusioni

A mio avviso questo argomento è tra quelli che qualificano il discorso sull’Europa, com’è, come vorremmo che fosse. Purtroppo il livello medio dei discorsi politici è di uno squallore deprimente, specchio dell’attuale situazione politica. Eppure l’argomento è di primaria importanza in quanto può disegnare il futuro dell’Unione. Sono consapevole dello strapotere che monopoli ed oligopoli possono esercitare sull’economia quotidiana dei cittadini, sono quindi contrario allo sfruttamento che una posizione monopolistica esercita sui cittadini, peggio che mai se i contribuenti dovessero finanziare quegli stessi monopoli che li egemonizzino. Sono, d’altra parte, convinto che la concorrenza schumpeteriana, ovvero quella basata sull’innovazione che spiazza il concorrente sia la realtà con cui siamo chiamati a confrontarci; ritengo che l’eccessiva presenza di piccole imprese in Italia sia il problema e non la soluzione di esso, e che solo con soggetti in grado di innovare e stare al passo con la tecnologia si può affrontare la quotidiana lotta per la sopravvivenza. Sono inoltre convinto che la competizione internazionale si fonda su soggetti che operano a livello continentale e che per avere le stesse opportunità sia necessario adeguarsi a questa dimensione. In questo ambito logico penso di propendere per i campioni europei e per il loro finanziamento con aiuti di stato.

Certo però che i campioni europei devono essere veramente europei e devono perseguire gli interessi degli europei e non di capitalisti dei paesi più attrezzati; in questa ottica va inquadrata la ventilata fusione tra FCA e Renault che coinvolge tre temi fondamentali: tecnologia dell’auto elettrica, ingresso della Renault nei mercati americani e infine, non ultimo, il coinvolgimento del Giappone con Nissan e Mitsubishi in un assetto continentale a baricentro europeo.

Infine, gli aiuti di stato, che sono sempre soldi dei contribuenti, devono essere strumento che ricompensi chi con quei soldi contribuisce. Ecco che allora la mia posizione su questo argomento è quella di una programmata politica industriale gestita da organismi europei su linee approvate dal parlamento europeo (che ragioni per gruppi di rappresentanza di interessi e non per interessi nazionali), in sintesi una istituzionalizzazione del piano Juncker più efficace di quello che abbiamo visto in questi anni e a proposito degli aiuti di stato essi dovrebbero cessare di essere un regalo da parte dei contribuenti al capitale, ma devono costituire parte del capitale sociale delle imprese beneficiate, con tutti i diritti conseguenti spettanti a questo nuovo socio sociale. Un inizio di redistribuzione dei mezzi di produzione e premessa per una cogestione industriale.

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