Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il paese di cuccagna

Industria 4.0 Industria 4.0

di Renato Gatti

Nella mia ricerca sul futuro della robotizzazione e delle sue conseguenze sul modo di produzione e sul sistema di redistribuzione, sono incappato nel “paese di cuccagna” un interessante scontro tra Graziadei e Croce nel 1899 con successivo intervento di Gramsci.

Il Graziadei (amico di Andrea Costa che sostituisce in parlamento alla morte di questi, membro poi del Partito Comunista d’Italia) in una discussione su “Critica sociale” a proposito della teoria della formazione del profitto, aveva sviluppato l’ipotesi teorica di una società in cui “non già col superlavoro ma con il non-lavoro esiste il profitto” grazie all’opera delle macchine che sostituiranno il lavoro umano producendo comunque tutti i beni necessari per gli uomini. Bordiga definì come “comunisti del sesto giorno” gli economisti alla Graziadei, mentre Croce rispose dicendo “che se poi egli intendeva che le macchine producessero automaticamente beni esuberanti per gli uomini tutti di quella società in tal caso faceva la semplice ipotesi del paese della Cuccagna” (B.Croce Materialismo storico e economia marxista). Nel paragrafo 23 del Quaderno 7 (7) Gramsci annota:

“Nel suo volumetto Sindacati e salari  il Graziadei si ricorda finalmente, dopo 35 anni, di riferirsi alla nota sul paese di Cuccagna a lui dedicata dal Croce nel saggio «Recenti interpretazione della teoria marxista del valore» (p. 147 del volume Materialismo Storico ecc. IVª ediz.) e chiama «alquanto grossolano» il suo esempio analizzato dal Croce. Realmente il caso del Graziadei di una «società in cui non già col sopralavoro, ma col non lavoro esista il profitto» è tipico anche per tutta la recente produzione del Graziadei e bene ha fatto il Rudas a riportarlo nell’inizio del suo saggio sul Prezzo e sovraprezzo pubblicato nell’«Unter dem Banner» del 1926 (non ricordo più se il Rudas gli ha dato questo valore essenziale). Tutta la concezione del Graziadei è basata su questo sgangherato principio che le macchine e l’organizzazione materiale (di per sé) producano profitto, cioè valore: nel 1894 (articolo della «Critica Sociale» analizzato dal Croce) la sua ipotesi era totale (tutto il profitto esiste senza nessun lavoro); ora la sua ipotesi è parziale (non tutto il profitto esiste per il lavoro) ma la «grossolanità» (grazioso eufemismo chiamare solo «grossolana» l’ipotesi primitiva) rimane parzialmente. Tutto il modo di pensare è «grossolano», da volgare leguleio e non da economista.”

Ma a fianco della critica sul concetto di lavoro e valore in senso economico, Gramsci, si preoccupa di più per le ripercussioni sul senso critico dei “subalterni” di facili prospezioni fantasmatiche; il suo pensiero si svolge entro una ben più ampia riflessione sulle scienze. Riporto da Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce pagg. 56-57, il seguente passo.

“E’ da notare che accanto alla più superficiale infatuazione per le scienze esiste in realtà la più grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, cose molto difficili e che sempre più diventano difficili per il progressivo specializzarsi di nuovi rami di ricerca. La superstizione scientifica porta con sé illusioni così ridicole e concezioni così infantili che la stessa superstizione religiosa ne viene nobilitata. Il progresso scientifico ha fatto nascere la credenza e l’aspettazione di un nuovo tipo di Messia, che realizzerà in questa terra il paese di Cuccagna; le forze della natura, senza nessun intervento della fatica umana, ma per opera di meccanismi sempre più perfezionati, daranno alla società in abbondanza tutto il necessario per soddisfare i suoi bisogni e vivere agiatamente. Contro questa infatuazione, i cui pericoli sono evidenti (la superstiziosa fede astratta nella forza taumaturgica dell’uomo, paradossalmente porta ad isterilire le basi di questa stessa forza e a distruggere ogni amore al lavoro concreto e necessario, per fantasticare, come se si fosse fumato una nuova specie di oppio) bisogna combattere con vari mezzi, dei quali il più importante dovrebbe essere una migliore opera di scienziati e studiosi seri e non più di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi. In realtà, poiché si aspetta troppo dalla scienza, la si concepisce come una superiore stregoneria, e perciò non si riesce a valutare realisticamente ciò che di concreto la scienza offre”.

Nell’analisi economica Gramsci ritiene che non esista profitto in una produzione fatta in toto dalle macchine, ritiene al contrario “grossolana” questa ipotesi. Ma se noi pensiamo a macchine che producono in quantità e qualità anche superiori a quelle prodotte attualmente, è facile capire che il profitto viene realizzato grazie a quel lavoro vivo, specialmente intellettuale, che ha permesso lo sviluppo tecnologico della produzione e che, appropriandosene, il capitale fa suo. E’ questa appropriazione del lavoro sociale, prodotto dalla scienza sociale, di quella tecnologia prodotta grazie alle risorse pubbliche dei contribuenti ma che viene sussunta dal capitale trasformando lavoro vivo in capitale fisso che si perpetua la produzione del plusvalore e la creazione del valore e del profitto. Penso che Gramsci non conoscesse i Grundrisse e la categoria del “general intellect”, come non poteva immaginare gli sviluppi della tecnologia che sta realizzando il paese di Cuccagna: sul lato della produzione senza lavoro umano; ma che sul lato della redistribuzione del prodotto si presenta come un campo di sterminio. Il capitale, lasciato libero, produrrà beni per gli ex lavoratori nella misura minima necessaria ad evitare sommosse e ribellioni, e userà la leva della redistribuzione arbitraria come controllo e ricatto sui gruppi più ribelli. La lotta si svilupperà allora sul come redistribuire il prodotto: a) lasciando la scelta alla discrezione del capitale, b) pensando ad una funzione coercitiva dello stato (che potrebbe essere tutt’altro che super partes), c) socializzando i mezzi di produzione di modo che gli ex lavoratori partecipino come comproprietari dei robots e quindi rivendicando il diritto di comproprietari essere determinanti nel costruire il nuovo modello di redistribuzione del prodotto (ma anche nel determinare cosa e quando deve essere prodotto).

In questa fase di mutazione del modo di produzione quando tutte le sovrastrutture si trasformano in modo da essere compatibili con la mutata base strutturale, la lezione gramsciana della conoscenza, della presa di coscienza, della creazione di un nuovo senso comune deve essere più che mai presente. E’ questo il compito dei socialisti oggi nel mondo. Ancora una volta “lavoratori di tutto il mondo unitevi”.

Devi effettuare il login per inviare commenti