Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il nulla e i mini-bot

Minibot Minibot

di Renato Gatti

Questa nauseante polemica sui mini-bot, basata sull’illusione bambinesca della soluzione dei problemi con la semplicità di singoli provvedimenti o strumenti che risolvono tutto, negando la complessità della situazione e limitandosi alla superficie delle cose senza penetrarne l’intima struttura, mi pare essere più che altro un’arma di distrazione di massa, uno dei tanti temi estratti dal cilindro di Salvini per dirottare l’attenzione e la discussione dal vero tema da affrontare.

Il tema di fondo, a mio parere, sta nell’irrisolta questione della crisi del 2007 e, per quel che riguarda il nostro paese, nella produttività del nostro sistema produttivo, ferma da un ventennio. Il discorso economico si è fissato sulle tematiche monetaristiche, sul tema dell’euro sì o euro no, su quello degnissimo della moneta fiscale propugnata da Stefano Sylos Labini, per approdare alla farsa dei mini-bot. Ma, sempre a mio parere, i temi monetari pur importanti da molti punti di vista, sono subordinati ai temi dell’economia reale, al modo di produzione, all’imprenditoria, alle forze produttive, ai rapporti sociali dei fattori della produzione. Le politiche monetarie sono sovrastrutturali ad un ben più concreto territorio delle politiche relative all’economia reale.

Si può benissimo andare ad esaminare i dati della recessione, ma non si può non interrogarsi sul perché di questa recessione, e la causa non è monetaria, la causa è strutturale. E’ vero che l’aumento dell’inflazione, che incrementa il valore corrente del PIL ma non incide sul valore assoluto del debito e quindi migliora il ratio del debito, ma non si può nascondere il fatto che tale miglioramento si ottiene con quella che Einaudi definiva come la più ingiusta delle tasse che colpisce le fasce di reddito più povere. Non è con queste soluzioni che si risolvono i problemi di una macchina ingrippata che non cammina.

L’ingresso nell’euro, se da una parte ha permesso una drastica riduzione del costo del servizio del credito, dall’altra parte ha cancellato quella pratica dell’allineamento del cambio tra i vari paesi, pratica che in passato ha portato il nostro paese a svalutare la lira verso il marco del 665%. Quando siamo entrati nell’euro sapevamo benissimo che l’arma della svalutazione del cambio non si sarebbe più potuta utilizzare e che, se non volevamo essere costretti a scaricare sui salari interni le asimmetrie produttive, dovevamo puntare su un incremento della produttività comparabile con quella dei paesi più competitivi della comunità. Avremmo anche dovuto, in sede di trattati porre la questione della gestione dei surplus e del loro riciclaggio, e, per affrontare questo tema, sapevamo benissimo come avremmo potuto impostare il problema rifacendoci al bancor di Keynes.

Ma abbiamo perso sia l’occasione offertaci dalla diminuzione del costo del debito, sia quella di predisporre un incremento della produttività in modo da reggere la competitività degli altri paesi, sia quella, sul piano delle trattative, di impostare un General  Surplus Recycling Mechanism. Abbiamo vissuto nell’illusione che senza una politica industriale tutto si sarebbe risolto da solo grazie agli animal spirits, grazie alla nostra libera imprenditoria che abbiamo arricchito con privatizzazioni  fatte, come si fosse in sede di liquidazione, per ricavare qualche euro da gettare nel baratro del debito.

Ma degli animal spirits gli spiriti sono evaporati e sono rimasti gli animali. Fatta eccezione per una fetta purtroppo molto limitata di imprenditori degni di questo nome, che hanno innovato, che hanno investito grazie anche ai benefici 4.0, che alimentano, mantenendo positivo il bilancio, le nostre esportazioni, il resto dell’imprenditoria è rimasta piccola, familistica, innovativo-resistente. Non è la soluzione del problema, come pretende Salvini, ma è, a mio parere, il problema. Tra il 2000 e il 2016 la produttività del lavoro in Italia è aumentata soltanto dello 0,4%, contro una crescita di oltre il 15% in Francia, nel Regno Unito, in Spagna e del 18,3% in Germania. E' quanto emerge dal settimo rapporto Istat sulla Competitività dei settori produttivi, in cui si sottolinea che questa è "la differenza più significativa" tra l'Italia e gli altri maggiori Paesi della Ue.

All’inadeguatezza dell’imprenditoria, si è aggiunta la propensione del capitale di privilegiare le rendite e le speculazioni finanziarie (evidentemente il 2007 non ci ha insegnato nulla), penalizzando gli investimenti produttivi; l’impoverimento del settore produttivo si concretizza in distribuzione dei dividendi e operazioni di buy-back. D’altra parte, il governo giallo-verde non pare avere nessuna idea di come rilanciare l’economia se non con misure estemporanee quali reddito di cittadinanza, quota cento ed emissione di mini-bot. Questi provvedimenti inoltre sono tutti basati sulla presunzione che la mancata crescita della nostra azienda Italia sia causata da scarsa domanda e che basta diminuire le tasse per rilanciare la domanda e quindi il paese. Ora, come noto, la domanda aggregata è formata da consumi + investimenti + spesa pubblica + saldo attivo con l’estero. In questa equazione è ovvio che diminuire la spesa pubblica (meno tasse, taglio alle spese) per aumentare i consumi non modifica l’importo totale della domanda aggregata, ma ciò solo nel caso in cui i nuovi consumi non si rivolgano all’estero, nel qual caso la domanda aggregata discende.    

Il mantra salviniano, secondo cui l’unico modo di rilanciare l’economia è quello di diminuire le imposte, è quanto di più ultra capitalistico possa esistere, significa far fare sacrifici ai contribuenti per regalare soldi a imprese incapaci di competere, vuol dire foraggiare gli animal spirits affinché questi prendano il volo e si portino il gruzzolo all’estero, vuol dire avere una fiducia sconfinata (col rosario in mano) nel mito del libero mercato, dell’iniziativa privata. Si sostiene che l’impresa pubblica non funziona. A me pare che Eni, Finmeccanica e altre imprese funzionano bene, e ,se mi guardo in giro, vedo che l’economia guidata dallo stato dà risposte concrete. In Cina per esempio investimenti ben programmati stanno portando questo paese a divenire la prima potenza economica mondiale: manda satelliti sulla luna; produce treni che viaggiano su campo magnetico alla velocità di 600 km all’ora; investe sulla robotica come pochi paesi al mondo; ha realizzato il 5G, che è il futuro di un mondo fondato sui sensori, mettendo all’angolo Trump che reagisce scompostamente con strumenti ottocenteschi, prelusivi a conflitti armati, come i dazi; sviluppa una microchirurgia che permette di operare a distanza di migliaia di kilometri in modo efficacissimo e precisissimo in tempi che hanno ridotto al minimo la latitanza; è al primo posto al mondo nella produzione delle batterie al litio indispensabili per l’auto del futuro prossimo; etc. etc. Insomma, l’industria pianificata da uno stato efficiente pare smentire appieno il liberismo primordiale del capitano leghista.

Ora, con i piedi per terra, consapevoli di essere in un’area ben lontana da quella comunista, la proposta politica che mi sento di promuovere è quella di darsi una politica industriale seria e a medio-lungo termine, e ciò posizionandosi su tre capisaldi:

  • Valorizzare l’imprenditoria svincolandola dalle spire del capitalismo finanziario, esaltandone la funzione in un mondo dove prevale il lavoro nelle forme più tecnologicamente avanzate. Superando un sistema basato sulle micro-imprese e puntando a dimensioni tali da poter accedere all’utilizzo delle tecnologie che fanno la differenza schumpeteriana, si realizza un primo passo. Occorrono imprenditori meno casarecci così come servono lavoratori adeguati alle tecniche lavorative odierne. Serve allora una politica di formazione dei lavoratori in modo da decongestionare una situazione di pieno impiego di una certa fascia lavorativa (mismatch) che costituisce un elemento di inapplicabilità di politiche keynesiane.
  • Serve uno Stato innovatore, alla Mariana Mazzucato; uno stato che sia capace di investire in iniziative rischiose impercorribili dall’investitore privato ma indispensabili per affrontare gli sviluppi della sfida economica; uno stato che sia presente nella emergente politica dei campioni europei (vedasi caso FCA-Renault); uno stato che disegni una strategia industriale a lungo termine in funzione della quale siano erogati investimenti e promosse iniziative.
  • Gli sforzi dello Stato sono effettuati con i soldi di tutti i contribuenti e conseguentemente i frutti (e la titolarità) di questi sforzi, di questi investimenti devono rimanere dello stato. Lo stato deve cioè divenire azionista di tutte quelle imprese su cui investe o per le quali concede agevolazioni fiscali o decontribuzioni, costituendo un patrimonio produttivo che si alimenti con i frutti della produttività e che costituisca quel fondo capace di sostenere un vero reddito di cittadinanza che diverrà indispensabile in un mondo robotizzato, non così lontano, dove scompare il lavoro.  

  Un altro mondo è possibile.

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