Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Ridurre il debito italiano

Debito pubblico Debito pubblico

di Renato Gatti

I dati

Il debito pubblico italiano viaggia attorno ai 2.250 miliardi di euro, pari al 132.6% sel PIL pari a 1.690 euro, in valore assoluto il debito italiano si piazza al quarto posto dopo USA, Giappone e Cina. In percentuale sul PIL è al terzo posto dopo Giappone e Grecia. Il debito pubblico è posseduto al 32% da investitori esteri, al 22% dalle banche, al 22% da istituzioni finanziarie diverse dalle banche, al 19% da bankitalia e da privati il 5%.

I rischi che il nostro debito corre sono soprattutto rappresentati da attacchi speculativi da parte dei mercati finanziari, attacchi che generalmente avvengono d’estate, in presenza di un governo debole e una situazione politica instabile, incapace di pensare ad una strategia per l’abbassamento del debito.

Occorre notare che fintanto che l’indice Debito/Pil è superiore a 100, un aumento del numeratore (debito) che produca un pari importo di aumento del denominatore (PIL). Nel caso cioè di moltiplicatore pari a uno, l’indice migliora (migliora ancor di più se il moltiplicatore è maggiore di 1). Ad esempio aumentiamo di 100 miliardi sia debito che PIL avremo un saggio pari a 2.350/1.790= 131.28%.

Esaminiamo ora i vari approcci e proposte per la riduzione del tasso Debito/PIL, prendendo in esame articoli di vari autori che si sono pronunciati negli ultimi tempi.

1) Consolidamento fiscale

Questa strategia agisce sul numeratore (debito) riducendo il valore nominale del debito attraverso maggiori avanzi di bilancio, ottenuti da tagli di spesa e/o aumenti di imposte. I piani basati su riduzione della spesa comportano un minor rallentamento della crescita e una più efficace stabilizzazionedel rapporto Debito/PIL rispetto a quelli basati sull’aumento delle imposte. Comunque si registra un rallentamento della crescita o, in caso di recessione, un aggravamento della stessa, con effetti di instabilità sociale e aumento delle diseguaglianze.

Studi presentati dall’osservatorio del debito pubblico rilevano che paesi che hanno mantenuto un avanzo primario del 4.1% per 12 anni, hanno ridotto di 40 punti il rapporto Debito/PIL. “Nessun paese è riuscito a ridurre il rapporto debito/PIL attraverso riduzione delle tasse e/o aumenti di spesa.”

2) Stimolo alla crescita

In questo caso si agisce sul denominatore, ovvero sul PIL; lo Stato interviene con incentivi che sostengono la produzione. Questa strategia conta molto sul moltiplicatore, quindi è importante la selezione delle iniziative da stimolare alfine di ricercare il moltiplicatore più efficace. Meta-analisi di Gechert e Will, che hanno analizzato una abbondante quantità di dati e di casi di interventi pubblici, portano ad indicazioni abbastanza chiare:

  • “i moltiplicatori della spesa sono più alti di quelli di tasse e trasferimenti” per la duplice ragione che l’effetto risparmio riduce il maggior reddito disponibile che viene consumato (ancora una volta si pensi agli effetti degli 80 euro), ed inoltre parte dei consumi possono essere rivolti a prodotti esteri senza effetti o con effetti negativi, quindi, sulla domanda aggregata.  
  • “i moltiplicatori dell’investimento pubblico sono anche più elevati dei moltiplicatori della spesa corrente” , naturalmente gli investimenti non hanno tutti lo stesso moltiplicatore anche perché molto dipende dalla localizzazione (Sud o Nord del paese) in cui gli investimenti vengono attuati.

E’ quindi chiaro che l’intervento della spesa pubblica utilizzato per rilanciare un’economia in difficoltà dovrà essere ben calibrato per ottenere il miglior risultato possibile.

3) Politica monetaria

In questo caso si iniettano maggiori quantità di moneta nell’economia, cercando di perseguire da una parte una crescita del PIL nel breve periodo, dall’altra creando una inflazione che aumenta il valor nominale del PIL senza aumentare il valore storico del debito e nel contempo riduce i tassi di interesse reale sul debito. L’effetto di questa strategia fa ricadere sui redditi fissi l’onere di una maggior inflazione che peraltro svalutando i rapporti di cambio porta ad effimeri effetti positivi sulle esportazioni senza incidere sulla produttività del sistema produttivo generale, scatenando spesso ripercussioni degli altri paesi sotto forma di guerra di dazi.

4) Repressione finanziaria

Al di là del nome che incute timore, consiste nello spingere i tassi di interesse verso livelli artificialmente bassi, in tal modo si riduce il costo del servizio del debito ed aumenta il differenziale fra tassi di interesse e tassi di crescita provocando in tal modo un miglioramento nel rapporto Debito/PIL. I principali strumenti sono: tetti ai tassi di interesse per esempio tramite acquisto da parte della Banca Centrale di titoli di Stato (ad esempio Quantitative easing); creazione di una captive audience nazionale assicurando una domanda di debito pubblico stabile e costante nel tempo.Negli anni 1945/1970 nelle economie avanzate, il differenxiale tra tasso di interesse e tasso di crescita ha contribuito in modo sostanzioso alla riduzione del debito agendo su repressione finanziaria, elevata crescita e inflazione persistente.

  • Richard Werner

Secondo l’economista tedesco, lo stato dovrebbe farsi prestare i soldi direttamente dalle banche commerciali senza più emettere titoli di stato negoziabili. Indebitandosi con le banche private o pubbliche  si otterrebbero bassi tassi di interesse e si allungherebbe la durata del prestito senza dover rinnovare ogni anno 400 miliardi di debito. I prestiti non sarebbero più soggetti all’andamento delle quotazioni di mercato e quindi immuni da conseguenze da agenzie di rating. Per le stesse banche cesserebbe l’obbligo del mark to market e quindi sarebbero non più soggette a svalutazioni richiedenti afflussi di capitale. Si annullerebbe il rischio di attacchi speculativi dall’estero. Se il prestito fosse fatto con una banca pubblica (ad es. con MPS) parte del costo degli interessi che maturano ogni anno sarebbe compensato con i dividendi della banca stessa.

  • Fratianni Savona

Similare alla proposta Werner è quella dei due economisti italiani, essa comporta una flobale riforma del sistema monetario e bancario. Le banche andrebbero separate in: a) money bank e b)credit bank.

Le prime raccolgono il denaro dai cittadini, ma questo denaro non viene usato per offrire prestiti a terzi; i soldi così raccolti andrebbero depositati presso la banca centrale (la Banca-Moneta) e investiti in sicuri titoli di stato. I movimenti bancari sarebbero inseriti nella catena telematica blockchain attivabile da parte dei titolari per effettuare le operazioni con l’home banking o con una app sul telefonino.

Le seconde, le credit banks, raccoglierebbero fondi da investitori che ricercano rendimenti più consistenti. E concederebbero prestiti alle imprese richiedenti. In tal modo si annullerebbe il disallineamento tra raccolta di fondi a breve e concessione di prestiti a lungo.  

La Banca-Moneta acquista debito pubblico mettendolo al riparo dagli attacchi speculativi, e anche se contabilmente il debito non diminuisce, viene ridotto il costo del servizio del debito e viene ridotta la componente “interest-rate sensitive” del debito pubblico.

  • I certificati di credito fiscale

I Certificati di credito fiscale (d’ora in poi CCF) non sono una moneta parallela ma un titolo di stato negoziabile che può essere usato dopo due o tre anni per pagare le imposte dovute. In tal modo incrementano da subito l’immissione in circolazione ma hanno effetti di minor gettito fiscale dopo due o tre anni, periodo nel quale la maggior liquidità permette una produzione di PIL sufficiente ad assorbire il minor gettito fiscale.

Lo stato può distribuire gratuitamente i CCF a cittadini e/o aziende con criteri auspicabilmente sociali e tenendo in considerazione la propensione al consumo dei percipienti. Certo l’utilizzo dei CCF per l’acquisto di prodotti importati vanifica l’effetto sulla domanda aggregata e quindi sul PIL.

Ma lo stato può usare i CCF per pagare, con clausola obbligatoria nei capitolati d’appalto, le imprese cui sono commissionate opere pubbliche produttive. In questo modo non ci sono trasferimenti come nel caso precedente ma investimenti produttivi. Da notare che tali investimenti produttivi si trasformano subito in domanda di beni finali, per la parte costituita da salari e stipendi. Peraltro la domanda aggregata è composta oltre che da consumi, da investimenti oltre che da spesa pubblica e dal saldo del commercio con l’estero.

Come hanno verificato Olivier Blanchard e Daniel Leigh, il valore del moltiplicatore risulta particolarmente elevato in caso di forte sottoutilizzo delle risorse e di tassi di interesse tendenti allo zero. Attenzione però che per un fattore della produzione, ovvero la mano d’opera specializzata, siamo in fase di piena occupazione (le imprese cercano e non trovano tali figure lavorative) per cui urge un massiccio corso di formazione dei lavoratori, come peraltro previsto dagli incentivi 4.0 di Calenda.

  • I fondi d'investimento immobiliari

La proposta di fondi immobiliari finalizzati ad acquistare patrimoni immobiliari pubblici nasce da Carlo Messina (Banca Intesa) e publicizzato da Lorenzo Toglia su L’Indro. La privatizzazione di asset infruttiferi  non significa necessariamente lasciare ai privati la gestione di tale patrimonio.
Infatti, con i fondi di investimento, la gestione farebbe capo ad un apposita società (società di gestione del risparmio, vigilata dalla Banca d’Italia) di proprietà pubblica. 500 miliardi  di euro rivenienti dalla privatizzazione, posti in detrazione dall’ammontare totale di debito pubblico, genererebbero:

  • 25 miliardi circa di euro per interessi passivi risparmiatiall’anno sul debito, subito utilizzabili;
  • altri 30 miliardi circa di euro per interessi passivi all’anno risparmiati sul debito, a regime, per effetto dell’azzeramento dello spread, dovuto al fatto che il rapporto debito/PIL sarebbe equivalente a quello tedesco e quindi anche i tassi sui nostri titoli pubblici si allineerebbero a quelli tedeschi;
  • la diminuzione anche dei tassi d’interesse praticati alle imprese ed ai cittadiniin genere;
  • il raggiungimento dell’obiettivo del fiscal compact con una decina d’anni di anticipo;
  • il conseguimento, in poco tempo, della‘Tripla A’ da parte delle agenzie di rating;
  • 150 miliardi circa di investimenti provenienti dal sistema bancario-finanziario(anche dall’estero) per la ristrutturazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare ex pubblico.

In sintesi si stanano risparmi privati oziosi offrendo loro investimento in un fondo immobiliare a gestione pubblica, lo Stato incassa il controvalore, abbatte il debito pubblico, e si provvede, in un secondo tempo (ad esempio entro cinque/sette anni), a riconvertire i beni per finalità privatistiche, a ristrutturarli, insomma a rivalutarli, ed a rilanciare la macchina dell’economia reale.

  • La ricetta Salvini

Quel che si capisce dalla posizione del leader leghista, fregandosene delle regole europee, anzi sfidandole; fregandosene delle reazioni dei mercati che ogni anno sono chiamati a rinnovare il nostro debito per 400 miliardi di euro; fregandosene dell’art. 81 della Costituzione; la strategia per uscire dall’incubo in cui ci troviamo è quella di abbassare le tasse, perdendo quindi gettito per lo stato, ridando così al capitale privato ed ai consumatori un incremento di liquidità da tradurre in consumi e in investimenti, facendo emergere il sommerso in un esaltante trionfo degli animal spirits in un improbabile concerto di liberismo sfrenato risolutore di ogni problema. Ridurre le imposte, aumentare le spese correnti, affidarsi ciecamente all’onestà di una plebaglia di piccoli ladri quotidiani è la ricetta sicura per il nostro paese, di un default simile ad un buco nero.    

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