Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il decreto crescita è legge

Decreto crescita Decreto crescita

di Renato Gatti

La nuova legge approvata definitivamente il 27 di questo mese, letto con un’ottica di classe, si sostanzia in numerose agevolazioni fiscali per le imprese. Alcune, le principali, sono riproposte dopo essere state inopportunamente cancellate (agevolazioni 4.0 e mini Ires), altre sono nuovi bonus e provvedimenti di supporto a nuove assunzioni (contratti di espansione).

Senza entrare nei dettagli tecnici, mi pare che il ragionamento del governo giallo-verde, ed in questo non diverso da quello dei precedenti governi, sia il seguente:

  • il nostro PIL non cresce, esso è l’unico ancora al di sotto dei livelli pre-crisi, il sistema produttivo stenta a mantenere i livelli produttivi e di occupazione, le ore di cassa integrazione aumentano, il tavolo delle crisi presso il ministero dello sviluppo economico è pieno di situazioni pesanti la cui prospettiva di soluzione è preoccupante, i dati sull’occupazione non sono incoraggianti; insomma l’impresa Italia annaspa.
  • Il governo non ha alcuna volontà di avventurarsi in una politica industriale di medio-lungo termine. Non dico di azzardare un programma quinquennale del tipo primi anni ‘60, ma neppure di elaborare un orizzonte verso il quale convergere da indicare al capitale ignavo, addormentato nella tesaurizzazione, senza alcun senso propositivo o sociale.
  • Non resta che regalare soldi alle imprese, talora senza condizionalità, talora legandoli a utilizzi ritenuti auspicabili. Prevale quindi il senso comune per il quale la riduzione delle imposte gravanti sulle imprese sia l’unica strada percorribile per una politica economica. “Così non avranno più alibi per non investire” era uno slogan di qualche anno fa. Il governo dell’economia si traduce quindi in una sottomissione svirilizzata del governo al capitale, cui si fanno regali con la speranza che essi siano ben accetti ed utilizzati a favore in primis del capitale stesso e per “sgocciolamento” a favore di tutti i cittadini, anche quelli non capitalisti.

Ammesso ma non concesso che la strada indicata dai governi finora succedutisi sia l’unica strada percorribile, rimane fermo che le agevolazioni, i regali fatti alle imprese, sono fatti con i soldi pubblici, con i soldi della collettività, ed in particolare della collettività che paga le imposte e le tasse. Vista l’origine del gettito fiscale che deriva soprattutto dall’iva e dall’irpef e in misura minore da ires e imposte sostitutive, si può concludere che le masse di contribuenti non capitalisti finanziano le imprese.

Voglio subito chiarire che sono favorevole al fatto che si finanzino le imprese, sarei addirittura favorevole a diminuire ulteriormente le imposte e tasse in particolare quelle che colpiscono i fattori della produzione; ciò che invece vorrei che tutti realizzassero è il fatto che la minor fiscalità a favore delle imprese non debba consistere in un regalo (che poi non rimane nelle imprese ma va al capitale) ma fosse contabilizzate come un investimento della collettività nelle imprese beneficiarie delle agevolazioni. Così com’è adesso, col meccanismo che sintetizzo come “un trasferimento di fondi dai contribuenti non capitalisti alle imprese che quindi riversano i benefici al capitale” si sta attuando una forma di sfruttamento tramite fiscalità.

Se al contrario le agevolazioni invece di essere regali fossero date come partecipazione dello stato nelle imprese non ci sarebbe alcuno sfruttamento e si creerebbe un modello sociale ispirato alla Costituzione, alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese e i sacrifici fatti dai contribuenti non capitalisti rimarrebbero all’interno delle imprese ad incrementarne la produttività. Non avremmo poi il dramma di aver dato soldi alle imprese che delocalizzano senza poterci riprendere le agevolazioni concesse; potremmo entrare nelle decisioni aziendali essendone soci, e nella peggior ipotesi di un trasferimento non perderemmo il capitale investito.

Tali partecipazioni poi (una novella IRI) avrebbero come destinazione il compito di affrontare la rivoluzione 4.0, da una parte appoggiandola con nuovi fondi a disposizione, dall’altra finanziando un reddito di cittadinanza per quei riflessi sull’occupazione che quella rivoluzione potesse generare.

Infine per chi volesse approfondire rinvio al documento della sezione economia e lavoro della rieunione programmatica di Rimini organizzata da Socialismo XXI secolo.

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