Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La quarta rivoluzione industriale

Industria 4.0 Industria 4.0

di Renato Gatti

Forse non ci stiamo rendendo conto appieno della rivoluzione industriale, la quarta, la rivoluzione 4.0 che sta invadendo il mondo, predisponendo una ricollocazione dei paesi in base alla loro capacità di assorbire tempestivamente le nuove tecnologie, pena l’essere emarginati nella divisione internazionale del lavoro. La Cina e gli U.S.A sono in testa in questa corsa mentre l’Europa segue, ma all’interno dell’Europa l’Italia è agli ultimi posti, ed è forse anche per questo che il PIL non cresce e l’incremento di produttività è a livello zero da almeno 20 anni.

Consiglio, perché è interessante, accedere al sito Industria Italiana (direttore Filippo Astone) per estrarre alcuni pezzi che inquadrino la situazione degli effetti di questa rivoluzione sia nel pensiero teorico che nella prassi industriale; scrive ad esempio Marco Taisch (Polimi), “siamo di fronte alla “rivoluzione delle rivoluzioni”. La Quarta è assai più veloce di quelle che l’hanno preceduta: quelle del passato erano sufficientemente lente da consentire alle imprese di comprendere cosa dovevano fare, di mandare in pensione i lavoratori e di assumerne di nuovi già istruiti sulle tecnologie emergenti. Oggi, invece, vanno formati i giovani che in azienda devono ancora arrivare e i meno giovani che già vi lavorano. È pervasiva, la quarta rivoluzione, perché riguarda ambiti diversi. Le stesse tecnologie sono operative dentro e fuori della fabbrica; dunque non è corretto definirla “industriale”. È molto di più. Non parliamo più, pertanto, di Industria 4.0, perché questa espressione spinge gli imprenditori a pensare che debbano ottimizzare soltanto lo shopfloor. Dobbiamo invece parlare di catena del valore 4.0: si tratta di trasformare tutta la filiera, se vogliamo essere competitivi, di connettere la supply chain, e quindi le imprese con le imprese. Anche “internet delle cose” è un’espressione superata. Non si tratta più di connettere il robot con il camion, con la macchina utensile; così si resta dentro i limiti spaziali dell’azienda, che invece, tra l’altro, è fatta di persone. Pertanto, si tratta di connettere le persone con le persone e con le cose. Inoltre, l’azienda è costituita da processi, di procedure, di servizi. Tutte realtà esistenti e importanti, sebbene immateriali. In realtà, bisogna utilizzare la connettività di tutte le componenti dell’impresa a 360 gradi. Si potrebbe parlare di “internet of X”, per indicare la possibilità di ciascuno di individuare un termine olistico che esprima correttamente il concetto. Certo è che connettere solo le macchine significa non cogliere tutta la potenzialità che queste nuove tecnologie sono in grado di esprimere”.

In un altro articolo si affronta il tema da un punto di vista filosofico.

Filosoficamente, un orizzonte che non è solo tecnologico o infrastrutturale, ma – azzarderemo – più ontologicamente fondativo. Automazione, dunque, non solo come spinta ingegneristica a costruire macchine e automi, ma come una più complessiva prospettiva di senso e di produzione del nostro reale in divenire. (…). Più astrattamente, mi sembra di intravedere nell’automazione ora in fieri una nuova ontogenesi, cioè un nuovo modo di essere, di generarsi e riprodursi (e distruggersi) del mondo.

Azzarderei di più: questa ontogenesi è, in ultima istanza, una ectogenesi. Un mondo che cresce dentro e grazie a una macchina-matrice. Un mondo, cioè, che si avvia sempre più a essere allevato – metaforicamente, ma anche materialmente – in seno a una tecno-ecologia riproduttiva automata, come accade per le vite biologiche fatte crescere all’esterno del loro ambiente naturale, dentro placente e incubatrici artificiali. La macchina-madre del mondo, dunque. Chiediamoci, allora, come fa Irina Aristarkhova, filosofa delle maternità ectogenetiche: «Può la macchina generare?», può dare senso e dare futuro al mondo? Questa matrice automatica, questa nuova forza creatrice del mondo la vediamo già embrionalmente operare in molte dimensioni e industrie: nella produzione della conoscenza (machine e deep learning), nella creazione della fiducia (blockchain technology), nell’esecuzione della legge (smart contract), nell’attivazione degli scambi (automated markets), nella gestione della guerra (autonomous weapons), nel trading ad alta frequenza (high-frequency trading), nella manutenzione dei dati (autonomous datacenter), nell’editoria e nel giornalismo (automated journalism), nella consulenza patrimoniale (robo-advisor), nell’operatività chirurgica (robotic surgery), nell’agricoltura di precisione ( farmbot), nella dislocazione logistica (logistics automation), nella governance delle organizzazioni decentralizzate (decentralized autonomous organization) e così via. La lista non è esaustiva ed è destinata certamente ad allungarsi.

Automazione, quindi, non come meccanismo neomacchinico, ma come dinamismo neo-ecologico. (…). Sono «più che macchine» come ha titolato, giustamente, la rivista Nature nel lanciare il suo speciale Nature Machine Intelligence a gennaio 2019. Automazione da leggere con lenti speculative e filosofiche nuove. Ma che cos’è questa nuova dimensione dell’automazione, questa spinta automatizzante che sta pervasivamente conquistando il nostro mondo? Credo sia arrivato il momento di affrontare filosoficamente la questione. È tempo di iniziare un percorso speculativo che sia in grado di raccontare e reimmaginare, con una certa radicalità di pensiero, l’automazione. Chiediamoci, allora, com’è (e perché) un mondo che «da sé si muove».

Il pacchetto Calenda

Marco de Francesco si chiede “cosa deve fare veramente un’azienda per procedere lungo la strada del 4.0? Ha senso, per esempio, parlare ancora di “Internet of Things”, quando si è capito che non si tratta di connettere le macchine, ma queste con le persone, e le une e le altre con i processi, le procedure e i servizi che sono parte dell’impresa? E poi, non è sempre più importante collegare le aziende della supply chain? E quali sono, oggi, i fattori di produzione? Siamo sicuri che si tratti solo di materie prime, persone, capitale e tecnologie? Non dobbiamo forse considerare i big data, che se raccolti e analizzati possono cambiare il destino di un’azienda? La verità è che a due anni dagli esordi del Piano Calenda il 4.0 è cambiato, e le esigenze legate alla trasformazione digitale non sono più le stesse. Il focus si spostato dall’hardware al software, e poi dall’azienda a tutto il suo mondo di relazioni. Sembra un fenomeno pervasivo, che coinvolge intelligenze, politiche e la società in genere. Comunque sia, si è capito che investire in tecnologie abilitanti paga: studi sul campo lo dimostrano con chiarezza.”

Ma adesso, si chiede Gaia Fiertler, qual è la situazione dei quattro Lighthouse esistenti? Due (Ansaldo Energia e Tenova-Ori Martin) sono stati approvati. E altri due (Abb e Hitachi Rail) sono in dirittura d’arrivo. Ma vediamo i particolari.

I primi quattro progetti di lighthouse plant, selezionati dal Cluster Fabbrica Intelligente per conto del Ministero dello Sviluppo Economico (Mise), sono concepiti come punti di osservazione per risolvere problemi pratici delle aziende, come punti di contatto tra ricerca, innovazione e produzione e come “fari” per la diffusione della fabbrica intelligente. Ogni lighthouse plant sarà dotato di tecnologie abilitanti lo smart manufacturing, in grado di dialogare tra loro.

Ansaldo Energia: retrofitting delle macchine, supply chain “piatta” attraverso IoT, servitizzazione

Il progetto di Ansaldo Energia nei due stabilimenti di Genova, che producono turbine a gas, è il primo candidato lighthouse ad aver ricevuto l’approvazione del Mise e prevede la completa digitalizzazione dei due impianti (quello storico di Campi ed il nuovo stabilimento di montaggio e spedizione di Cornigliano). Il progetto prevede otto aree applicative di tecnologie abilitanti 4.0, ognuna corrispondente ad un obiettivo da raggiungere: gestione operativa della produzione, gestione operativa fisica, gestione prestazioni asset produttivi, gestione dati tecnici, gestione dati qualità e manifattura additiva, smart safety, smart training e cyber security. L’obiettivo principale del progetto è di realizzare una fabbrica data driven, utilizzando le informazioni per guidare la forza lavoro, anche grazie al “retrofitting” delle macchine (adattamento dei macchinari ai sistemi di interconnessione per renderli intelligenti, dialogabili tra loro). Il progetto prevede un piano triennale di ricerca e sviluppo industriale, basato sull’applicazione delle principali tecnologie digitali del Piano Impresa 4.0 all’intero processo manifatturiero. Grazie al “retrofitting” dei macchinari e all’IoT, sarà possibile prevedere il momento della manutenzione senza fermi macchina e guasti, passando da un modello manutentivo tradizionale di tipo preventivo ad un modello innovativo basato su modelli predittivi.

Tenova-Ori Martin: la cyber physical factory dell’acciaio

Il secondo candidato come lighthouse plant che, a giugno 2019, ha completato l’iter formale di approvazione che ha coinvolto il Mise e la Regione Lombardia è l’impianto bresciano di Tenova e Ori Martin che, insieme, hanno voluto realizzare la “cyber physical factory dell’acciaio”, un impianto ad alta integrazione verticale, orizzontale e trasversale. Si vuole realizzare un magazzino intelligente in ottica di tracciabilità del prodotto, dal suo ingresso sotto forma di rottame fino all’acciaio pronto per essere consegnato al cliente. Sensoristica, di non facile applicazione con materiali ad elevate temperature, e robot collaborativi davanti ai forni, muletti autonomi e analisi dei dati sono alla base di un progetto con l’obiettivo di aumentare di competitività, sicurezza e sostenibilità. Tenova, partner tecnologico industriale nel progetto, svilupperà innovativi modelli di controllo integrato di processo per l’acciaieria e, sfruttando dati e sensori intelligenti, realizzerà applicazioni di machine learning, supporto remoto e manutenzione predittiva dei principali equipaggiamenti. Il sito produttivo di Ori Martin a Brescia realizzerà un esempio di fabbrica intelligente basata su infrastruttura cloud ibrida, con reti di comunicazioni estese, affidabili e sicure, capaci di mettere in comunicazione macchinari, impianti, strutture produttive, sistemi di logistica, magazzino, canali di distribuzione, nonché fornitori e clienti.

Abb a Dalmine: filiera completamente digitalizzata

La multinazionale svizzero-svedese Abb, già caratterizzata da un elevato grado di automazione e dalla lean manufacturing, nello stabilimento di Dalmine, che produce interruttori, sezionatori e quadri elettrici, viaggia verso l’integrazione digitale completa. Con un progetto di digital supply chain, il sito di Dalmine punta a diventare una fabbrica modello per l’Industria 4.0 ed è candidato lighthouse plant in attesa di prossima approvazione, insieme ai siti nel Lazio di Frosinone e di Santa Palomba in provincia di Roma. Ora vuole diventare un riferimento assoluto per il Gruppo con l’integrazione da monte a valle, attraverso sistemi di connettività, codici condivisi, paperless e certificazioni. L’obiettivo è quello di realizzare una filiera completamente digitalizzata, dai fornitori ai trasporti, passando per la produzione di Dalmine. Il progetto prevede un programma chiaro di investimenti e piano di ricerca che porteranno, nel breve-medio termine, a realizzare una produzione industriale sempre più automatizzata e interconnessa, e alla costruzione di una supply chain dinamica e collaborativa.

Hitachi Rail: una nuova generazione di sistemi robotizzati industriali

Sono tre le aree in cui si articola il progetto di ricerca e innovazione di Hitachi Rail, che ha l’obiettivo di apportare un notevole miglioramento agli impianti presenti sul territorio italiano di Hitachi per la produzione di treni (Pistoia, Napoli e Reggio Calabria, con un focus particolare su quest’ultimo). L’attività di ricerca proposta mira a supportare lo sviluppo di una nuova generazione di sistemi robotizzati industriali che siano in grado di rispondere insieme, in modo intelligente e largamente autonomo, a lacune nella conoscenza preordinata e a situazioni o contesti non chiaramente e completamente specificati durante la fase di design. Nella seconda area progettuale è previsto lo sviluppo, in partnership col Cnr, di una nuova generazione di attuatori a rigidezza variabile e impiego degli stessi per la realizzazione di una nuova generazione di esoscheletri per le movimentazioni di carichi pesanti e ingombranti all’interno di strutture con spazi limitati (veicoli ferroviari). Infine, in collaborazione con l’Università di Napoli, Hitachi Rail punta a migliorare la gestione dei dati di produzione per migliorare e facilitare la configurazione degli impianti produttivi, in base alla tipologia di prodotto che deve essere costruita.

I limiti ed i punti critici della rivoluzione industriale

Dalle rilevazioni compiute da EY emerge che la digital transformation avanza ma lentamente. Solo il 14% delle aziende mostra uno stato di sviluppo digitale caratterizzato da progettualità 4.0. Appena il 12% si dedica seriamente alla formazione digitale. Le maggiori arretratezze sono nelle piccole imprese che rappresentano la maggioranza delle imprese italiane. Tra i leader, emerge la tendenza a comprare società di automazione e computer software

Metà delle imprese italiane sta mettendo le basi per una gestione digitale dei processi mentre ben il 37% di esse si trova in una fase iniziale e sperimentale di digital transformation. Soltanto il 14%, invece, mostra il raggiungimento di uno stato più avanzato di sviluppo digitale caratterizzato da progettualità 4.0. Continua inoltre a risultare marcato il divario tra piccole e grandi aziende, con le seconde che nel 70% dei casi hanno un piano di sviluppo definito o hanno introdotto all’interno dell’azienda tecnologie innovative e di industria 4.0.

Se, quindi, gli investimenti per la digital transformation e per la realizzazione della smart factory stanno procedendo, seppur con differenze sostanziali, rimane invece il problema delle competenze e della formazione. Solo il 14% dei laureati oggi ha competenze Stem (ovvero Science, Technology, Engineering and Mathematics, cioè le discipline scientifiche), un dato inferiore di sei punti percentuali rispetto alla media Ue. «L’84% del campione intervistato afferma che i maggiori ostacoli allo sviluppo di iniziative digitali sono rappresentati dalla carenza di cultura aziendale e dall’individuazione di figure professionali adeguate. Oggi abbiamo un’offerta formativa che serve perlopiù ai formatori, quando invece avremmo bisogno di un ecosistema che funziona tra università, aziende e pubblica amministrazione. Le grandi aziende stanno già riuscendo a portare avanti questo approccio, perché possono permettersi di chiedere agli atenei figure specifiche, di spiegare in dettaglio quali sono le professioni di cui hanno bisogno. Ma le piccole imprese non hanno il peso specifico per reggere questo tipo di dialettica.

La survey condotta da EY mette in luce come appena il 12% delle imprese abbia un programma di sviluppo delle competenze digitali, e il 30% riconosce di avere una limitata conoscenza del comparto.

Scrive Antonio Fancello che l’indice DESI vede ancora il nostro Paese al 25° posto sui 28 Paesi dell’area europea che, detta così, sembrerebbe un’affermazione che va a totale demerito di chi ha governato fino ad oggi. In realtà nonostante tanto sia stato fatto (non abbastanza evidentemente) gli altri paesi continuano a correre molto più velocemente di noi che a mala pena riusciamo a tenerci stretta quella 25esima posizione dal 2015 proprio perché abbiamo investito tempo e risorse nel digitale molto molto più tardi rispetto agli altri paesi.

Nonostante il nostro paese si posizioni al 25° posto fra i 28 Stati membri dell'UE, l’Italia, nel corso dell'ultimo anno, ha fatto registrare nel complesso un miglioramento, pur a posizione nella classifica invariata. Vediamo qualche dettaglio riguardo il nostro paese che continua ad essere analogico nonostante la pervasività di smartphone e profili social.

L'integrazione delle tecnologie digitali e i servizi pubblici digitali rappresentano i principali catalizzatori del progresso a livello italiano e un segnale positivo nel nostro paese è offerto dalle prestazioni in termini di copertura delle reti che appaiono in fase di recupero (dal 23º posto del 2016 al 13º del 2017).

Ma, come negli anni precedenti, la sfida principale è rappresentata però dalla carenza di competenze digitali poichè benché il governo italiano abbia adottato alcuni provvedimenti al riguardo, si tratta di misure che appaiono ancora insufficienti e le conseguenze risultano penalizzanti per la performance degli indicatori DESI sotto tutti e cinque gli aspetti considerati: diffusione della banda larga mobile, numero di utenti Internet, utilizzo di servizi online, attività di vendita online da parte delle piccole e medie imprese e numero di utenti che utilizzano i servizi digitali messi a disposizione dalla pubblica amministrazione. Le prestazioni dell'Italia si collocano così all'interno del gruppo di paesi dai risultati inferiori alla media europea (Romania, Grecia, Bulgaria, Italia, Polonia, Ungheria, Croazia, Cipro e Slovacchia).

Sul fronte del capitale umano poi, l'Italia è retrocessa di un posto, scivolando ulteriormente verso il fondo classifica. Infatti, benchè la percentuale di utenti Internet sia rimasta stabile sia in termini assoluti (registrando anzi un lieve incremento) che dal punto di vista della classifica e il numero di specialisti in tecnologie digitali abbia registrato un lieve incremento passando dal 2,5 al 2,6%, la percentuale di laureati in discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche (STEM) ha subito una decisa flessione, attestandosi a quota 1,3% nella fascia di età 20-29 anni.

Torniamo al DESI. L'Italia non è riuscita a fare progressi nella classifica riguardante l'utilizzo di Internet, confermandosi al penultimo posto in classifica tra i 28 paesi europei. L'utilizzo di servizi online come shopping online, eBanking e social network ha segnato un lieve aumento ma la lettura delle notizie online ci colloca al di sotto della media UE. Durante lo scorso anno, pur avendo fatto qualche progresso sul fronte dell'integrazione delle tecnologie digitali da parte delle imprese, l'Italia è comunque retrocessa dal 19º al 20º posto in classifica, in quanto altri paesi hanno registrato un'evoluzione più rapida.

Sul fronte eGovernment (servizi pubblici ai cittadini erogati attraverso piattaforme online), l'Italia sta procedendo lentamente e si è confermata al 19º posto in classifica (non male!). Sul fronte open data si conferma una notevole crescita: il paese ha infatti migliorato la sua posizione in classifica di 11 posti, superando così la media UE. La performance peggiore è però nell’utilizzo di quei servizi da parte dei cittadini, che vede l'Italia all'ultimo posto in classifica fra i paesi UE. Per quanto riguarda l'utilizzo dei servizi di sanità digitale, l'Italia si posiziona bene, collocandosi all'8° posto fra gli Stati membri dell'UE. Sul fronte dei servizi pubblici online, nel maggio 2017 il governo italiano ha varato la nuova strategia triennale relativa alle tecnologie dell’informazione nella pubblica amministrazione e la strategia in questione mira ad accelerare l'attuazione di importanti iniziative in ritardo sulla tabella di marcia, con particolare riferimento agli uffici anagrafici locali (Anagrafe Nazionale Popolazione Residente, ANPR) e al sistema di identità elettronica ("SPID", Sistema Pubblico di Identità Digitale).Inoltre, sul fronte della sanità digitale, la cartella clinica elettronica è stata adottata da 16 regioni italiane su 21 (benché solo una minoranza la impieghi per tutti i servizi sanitari) mentre 11 sono pronte per l'introduzione dell'interoperabilità.

Ma tutto ciò non basta: la prossima sfida per il governo italiano consisterà nel fare tesoro delle lezioni apprese da tutte le iniziative già avviate, migliorandole e ampliandole su una scala più ampia ma soprattutto, il nuovo Governo, non potrà ignorare che l'Italia manca di una strategia globale dedicata alle competenze digitali, lacuna che penalizza tutti i settori della popolazione, tutti i cittadini.

 Gli effetti sulla occupazione

Italia, paese di anziani, è quello più esposto in Europa al “rischio sostituzione” conseguente all’automazione del lavoro. Emerge dal report Aging & Automation condotto da Mercer e Oliver Wyman, secondo cui nel nostro Paese il 58% in media di lavoratori anziani svolge lavori facilmente automatizzabili, quindi sostituibili da computer e robot. Si stima che la fascia di lavoratori tra i 50 e i 64 anni in Italia crescerà fino a raggiungere il 38% della forza lavoro totale entro il 2030. Dovranno puntare a incrementare le competenze digitali anche tra le fasce di lavoratori più anziani le politiche dei Paesi.

Tra il 2015 e il 2020 circa 7,1 milioni di posti di lavoro scompariranno a livello globale, la maggior parte dei quali tra le funzioni amministrative, il settore manifatturiero e i processi produttivi. Di contro, solo 2 milioni di nuovi posti di lavoro saranno creati, in diverse funzioni che vanno dalle operazioni finanziarie, al management, all’ingegneria. I lavoratori in fabbrica, le attività di segreteria o di staff generico facilmente invece potrebbero essere svolte da robot e computer.

Questo significa che le nazioni con un maggior numero di lavoratori anziani impiegati in attività manuali, ripetitive e non specialistiche, si troveranno ad avere il maggior numero di occupazioni automatizzabili. Proprio in questi Paesi i lavoratori anziani saranno chiamati a fare evolvere rapidamente le proprie competenze per restare all’interno del mercato del lavoro.

Cinque dei primi sei paesi di una classifica “ageing and automation” mostra come i primi 5 Paesi (Cina, Vietnam, Thailandia, Sud Corea, Giappone) sono situati nell’estremo Oriente. A seguire, immediatamente dopo, troviamo l’Italia con un rischio automazione del 58% e la Germania (57%).

“La popolazione over 50 è passata dal 17 a più del 30% del totale globale dagli anni ’70 ad oggi – spiega Giovanni Viani, responsabile del Sud-Est Europa di Oliver Wyman -. In parallelo le nuove tecnologie stanno cambiando in maniera radicale la domanda di lavoro, mettendo in crisi in particolare la fascia più anziana e a minor educazione. Per evitare squilibri profondi nella società e nella produzione di reddito e mantenere una sostenibilità complessiva dei sistemi previdenziali sono necessarie politiche molto lungimiranti in termini di valorizzazione delle classi più anziane, formazione continua lungo tutta la carriera professionale, allargamento della platea dei lavoratori giovani, soluzioni di “tutorship generazionale” finalizzate a valorizzare il contributo dei più anziani nell’accelerazione dell’inserimento professionale dei più giovani”.

Al contrario delle precedenti rivoluzioni industriali, nelle quali la produttività è cresciuta mentre i requisiti di competenze sono rimasti simili tra le differenti tipologie di lavori a bassa specializzazione, la Quarta Rivoluzione Industriale richiede ai lavoratori con meno competenze una forte discontinuità.

Attualmente solo il 10% dei lavoratori tra i 55 e i 65 anni sono in grado di completare nuovi compiti complessi che prevedono l’uso di tecnologia. Mentre la percentuale sale a 42 punti per gli adulti tra i 25 e i 54.

Man mano che l’utilizzo di queste tecnologie si espanderà, il loro impatto sui lavori ripetitivi e a bassa specializzazione aumenterà. In particolare, Mercer prevede tre cambiamenti fondamentali: il concetto stesso di lavoro si legherà sempre più a compiti e attività che possono evolvere nel tempo, piuttosto che a “routine” e ripetitività; in secondo luogo aumenterà l’importanza di competenze collegate alla tecnologia e cross-funzione, in terzo luogo aumenterà la complessità del lavoro umano.

Con il trapelare di questa prospettiva, dice Gianluigi Viscardi, Presidente Del Cluster Fabbrica, il sorpasso del tempo del lavoro macchinico atteso nel prossimo quinquennio si profila dunque sempre più all’orizzonte un mondo ex machina, vale a dire un mondo generato, movimentato e manutenuto risolutivamente dalle macchine. Forse è anche sufficiente, al di là dei numeri, dare un’occhiata alle manifatture, ai magazzini di stoccaggio, alle filiere logistiche, ai centri di elaborazione dati per apprezzare questi nuovi tecno-paesaggi così rilevanti per l’umano (e per la sua futura economia e società) e, al tempo stesso, così privi di umani. Luoghi in cui all’umanità sono impediti la presenza e l’accesso perché ritenuti ridondanti quando non invalidanti. Come racconta Young nel suo Machine Landscapes , le architetture attualmente più significative al mondo sono prive di persone: dai porti automatizzati ai campi agricoli robotizzati, dalle reti autonome di comunicazione alle stazioni orbitali extraterrestri si tratta di ambienti sempre più affollati di automi, ma insieme deserti di umani. Contesti, quindi, intenzionalmente disegnati per un’eccellente machine experience e negati a qualsivoglia human experience.

Gli incentivi del pacchetto Calenda

Ci riferiamo, in questo paragrafo, al pacchetto fiscale originariamente disegnato dal ministro Calenda, glissando sulle cancellazioni e successive ri-immissioni effettuate dal governo giallo verde con il cosiddetto decreto crescita.

Nel pacchetto figura il super-ammortamento del 140% sull’acquisto di beni strumentali nuovi. Per favorire i processi innovativi in chiave ‘Industria 4.0’ si prevede una maggiorazione dell’ammortamento al 250%, “il cosiddetto Iperammortamento per gli investimenti in economia digitale”. Sono ammortamenti legati a beni che favoriscono i processi di trasformazione tecnologica e/o digitale in chiave Industria 4.0, dalle macchine per l’automazione ai software.

Nell’ambito ricerca e sviluppo, si amplia dal 25% al 50% il credito di imposta sulle spese relative a questo segmento, sulle eccedenze di spesa rispetto alla media degli investimenti realizzati nel triennio precedente. Il credito di imposta verrà riconosciuto anche a quelle attività di ricerca che le imprese svolgono con contratti di committenze con imprese residenti in altri paesi Ue.

Inoltre, viene rifinanziato per 900 milioni per il 2017 il Fondo di garanzia. A decorrere dal 2017, sono anche previste maggiori agevolazioni all’investimento in start-up e Pmi innovative e a vocazione sociale. Inoltre, nel Fondo per il finanziamento ordinario delle università, si crea un’apposita sezione denominata «Fondo per il finanziamento dei dipartimenti universitari di eccellenza», con uno stanziamento di 271 milioni di euro a decorrere dall’anno 2018: una misura che vuole incentivare l’attività dei dipartimenti delle università statali che operano in  ricerca e nella progettualità scientifica, organizzativa e didattica, “con riferimento alle finalità di ricerca di «Industria 4.0»”.

Un pacchetto che, secondo il ministro Calenda, punta “su misure orizzontali e automatiche accessibili a tutte le imprese, senza vincoli dimensionali, settoriali e territoriali”, enfatizzando l’importanza degli incentivi fiscali “orizzontali”, quindi attivabili dalle imprese nel proprio bilancio, piuttosto che del ricorso a incentivi a bando.

In un’intervista ad EconomyUp , la docente di Economia dell’Innovazione allo Spru (Science and Technology Policy Research Centre) dell’University of Sussex nel Regno Unito, Mariana Mazzucato, aveva parlato del piano messo a punto dal governo per favorire le imprese nell’adeguamento  alla quarta rivoluzione industriale, sostenendo che gli investimenti ammonterebbero a “pochi pennies”, pochi spiccioli. Non si è fatta attendere la replica su Twitter del ministro Calenda, che ha rivendicato in tutto 34,4 miliardi di investimenti nell’arco di 3 anni, dal 2017 al 2019, più 4 miliardi derivanti dal taglio dell’Ires. Ma la Mazzucato ha replicato a EconomyUp: “In Italia si parla solo di incentivi fiscali, ma questo crea una relazione parassitaria tra imprese e governo”.

Mariana Mazzucato nel libro Lo Stato innovatore uscito in Italia nel 2014, ha smontato il mito che l’impresa privata sia la sola forza innovativa e lo Stato sia invece una forza inerziale, troppo pesante per fungere da motore dinamico dell’economia. L’economista ha sempre sottolineato che, nelle economie più avanzate, è lo Stato a farsi carico del rischio d’investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie, facendo l’esempio della Silicon Valley, che è potuta nascere proprio grazie agli investimenti statali (quasi tutta la ricerca scientifica alla base di iPod, iPhone e Ipad è stata realizzata in Europa e negli Usa da scienziati e ingegneri che usufruivano di fondi pubblici).

Una proposta socialista

Allargando l’orizzonte a lungo termine, a conclusione di questa ampia rassegna sulla quarta rivoluzione industriale, cerchiamo di identificare i punti su cui basare una proposta socialista.

  1. La quarta rivoluzione industriale porta ad un nuovo modo di produzione, caratterizzato da un enorme sviluppo della tecnologia che modifica il modo di produrre le merci ed i servizi. Tutti i beni oggi prodotti saranno prodotti in quantità maggiori e qualità migliori richiedendo minor tempi di lavoro vivo, escludendo cioè dal mondo del lavoro molti lavoratori e richiedendo per i restanti una profonda modifica nel contenuto delle prestazioni in fatto di specializzazione, in particolare di digitalizzazione.
  2. Il mondo del lavoro sarà rivoluzionato in modo straordinariamente profondo, spariranno le mansioni poco qualificate e rimarranno in piedi solo mansioni altamente specializzate riassumibili nel termine Stem (ovvero Science, Technology, Engineering and Mathematics), con un processo di formazione professionale che coinvolge il sistema scolastico di base, universitario, dei centri di ricerca etc. per le nuove generazioni, ed un processo pesante di riconversione professionale per quelle forze occupate in grado di riconvertirsi alla nuova cultura produttiva. Saranno certamente create nuove figure professionali, molte ancora oggi non prevedibili, ma con realismo pragmatico c’è da ritenere che le posizioni lavorative create saranno inferiori a quelle distrutte.
  3. C’è altresì da mettere in conto, come abbiamo visto sopra, che si giunga con l’Intelligenza Artificiale a sostituire con macchine sempre più intelligenti e autoapprenditive anche quel personale digitalizzato che rappresenta l’occupazione della prima fase della rivoluzione. Pensiamo a macchine che generano nuove macchine più intelligenti e più performative scacciando dal mondo del lavoro anche i lavoratori digitalizzati. Raggiungeremmo allora, un futuribile non molto lontano nel tempo, la fase di un modo di produzione completamente robotizzato dove scompare il lavoro vivo.
  4. Il mondo del lavoro ha interesse a che la quarta rivoluzione industriale crei una liberazione dal lavoro che predisponga all’impiego delle risorse umane in attività più elevate e gratificanti che non la produzione di merci. Non respinge quindi la schumpeteriana rivoluzione con atteggiamento luddistico, ma conscia delle tremende conseguenze che tale rivoluzione può generare se non gestita dalle forze del lavoro, prende coscienza del suo ruolo fondamentale affinché a questa liberazione dal lavoro corrisponda la liberazione del lavoro che veda il mondo del lavoro come guida nel processo rivoluzionario in essere.
  5. Una tal rivoluzione è strettamente connessa con la proprietà dei mezzi di produzione, dei robots; se la proprietà rimane in testa al capitale sarà questo a dettare il modello di redistribuzione del prodotto nazionale. Il capitale destinerà alla produzione di beni di sussistenza quel quantum necessario a tenere sotto controllo la massa degli ex lavoratori, ad evitare cioè che essi si ribellino puntando a sovvertire l’ordine costituito. Mentre destinerebbero alla produzione di beni utili alla classe dominante tutta la restante capacità produttiva del sistema. Ci ritroveremmo cioè in una situazione neo-schiavistica di dimensioni planetarie.
  6. Se invece la proprietà dei mezzi di produzione passasse (come?) allo stato, spetterebbe a questo trovare un principio ispiratore per la redistribuzione del prodotto nazionale. Come scriveva Paolo Sylos Labini il principio ispiratore potrebbe essere quello del “a ciascuno secondo i propri bisogni”. Oppure potrebbe essere adottare un principio basato sulle ore che ciascun cittadino dedicasse ad una forma inedita di lavoro sociale volontario finalizzato all’approfondimento della conoscenza globale in ogni campo, una specie di eden filosofico.
  7. Più realisticamente si potrebbe pensare ad un percorso di graduale socializzazione dei mezzi di produzione destinata ad una gestione sociale non egemonizzata né dal capitale, né dallo stato ma che porti ad una soluzione cooperativa nella redistribuzione del prodotto nazionale. Questo percorso parte da una considerazione di base: la tecnologia, la robotizzazione che sono alla base del nuovo modo di produzione, sono il frutto di un percorso sociale che coinvolge l’apparato scolastico, le università i centri di ricerca. Come scrive Mariana Mazzucato, è il sociale che produce, dalla scienza di base a quella applicata, dalla formazione dell’operaio specializzato al ricercatore teorico e/o sperimentale, dal contesto comunicativo alla connettività telematica, quel general intellect che è alla base di questa rivoluzione. L’appropriazione del sapere sociale da parte del capitale fa impallidire l’appropriazione di poche ore di lavoro fisico effettuato dal capitale nei confronti del proletariato. E’ un processo di trasformazione di lavoro vivo in capitale fisso che caratterizza questa fase della rivoluzione e il mondo del lavoro è chiamato a correggere, a gestire, ad appropriarsi di questo processo rivoluzionario nel nome alto della vera democrazia.
  8. Attualmente lo stato agevola fiscalmente e con interventi diretti, tramite il pacchetto Calenda, gli investimenti in tecnologie 4.0 impegnando, come sopra abbiamo visto un importo di quasi 40 miliardi di € in un semplice programma triennale, destinato presumibilmente ad essere rinnovato alla fine de triennio. A questi soldi vanno aggiunti tutti quelli destinati alla formazione scolastica, universitaria, post-universitaria, dei centri di ricerca che producono capitale umano e nuove tecnologie. Questo general intellect, come lo chiama Marx nei Grundrisse, è la risultante del sistema capitalistico improntato ad una fase industriale completamente egemonizzata dal capitale che assorbe tutto lo sforzo della collettività sussumendolo alla valorizzazione di sé stesso ignorando tutti i partecipanti al processo. Anzi, i soldi della collettività indirizzati dallo stato alla produzione capitalistica vanno a detrimento della collettività stessa nella misura in cui lo sviluppo labor saving della tecnologia riduce i posti di lavoro tendendo al limite alla loro cancellazione. Una contraddizione abnorme: il contribuente con le sue imposte arricchisce il capitale e finanzia la riduzione dei posti di lavoro, la fonte della sua sopravvivenza.
  9. Occorre allora socializzare i benefici della tecnologia e della produttività, ripensando alla legge di Bowley, che vuole gli aumenti di salario commisurati agli aumenti della produttività. E’ comprensibile che in questa fase attraversata dall’economia del nostro paese, di fronte ad un aumento zero della produttività, sia difficile pensare ad un generalizzato aumento dei livelli salariali ottenibili anche attraverso alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Meno comprensibile invece è l’inoperosità di questa legge nel recente passato. Scriveva anni fa su La Repubblica Leonello Tronti, che se la legge di Bowley viene disattesa, se questo equilibrio non è mantenuto, si registrano “effetti redistributivi che si possono calcolare in modo contro fattuale, valutandola differenza tra il valore storico del monte profitti e quello che si sarebbe verificato se i salari reali fossero cresciuti, secondo la regola d’oro, nella stessa misura dei pur modesti aumenti della produttività. Il contributo offerto dalla quota del lavoro alla remunerazione del capitale nel quadro del Protocollo del 1993 è ingente: a prezzi 2005 oltre 50 miliardi l’anno già due anni dopo la sigla del protocollo, fino a più di 75 miliardi l’anno nel triennio 2000/2002 e attorno 68 miliardi l’anno tra il 2003 e il 2007. Soltanto con la crisi (tra il 2009 e il 2012) in dipendenza della tenuta dei salari contrattuali reali a fronte della caduta della produttività del lavoro, il contributo si è ridotto a valori più modesti, 30-40 miliardi l’anno. Il valore cumulato di questi trasferimenti impliciti e silenziosi dal 1993 al 2012 ammonta a ben 1.069 miliardi: una cifra sufficiente a spiegare non solo il freno della domanda interna di consumi  e l’indebitamento delle famiglie, ma i ritardi di innovazione, i mancati investimenti, la sopravvivenza di imprese marginali e inefficienti  i cui prodotti o servizi continuano a gravare  sui bilanci delle famiglie e delle imprese esposte alla concorrenza, l’incapacità del segmento sano dell’apparato produttivo di crescere sino a trainare il Paese fuori dal tunnel della bassa crescita”.
  10. Ma non basta l’allineamento dei livelli salariali ai livelli della produttività; l’abnorme contraddizione per cui i soldi dei contribuenti vengano sussunti nei processi di valorizzazione del capitale va risolta a monte: i sacrifici dei contribuenti vanno virtuosamente investiti nel rafforzamento delle imprese ma i benefici che ne derivano devono ritornare a chi li ha finanziati. Ne deriva allora la proposta formalizzata nei documenti di Rimini nella convention di socialismo XXI secolo di inizio 2019. Tutte le agevolazioni fiscali, i trasferimenti, le decontribuzioni, le riduzioni di aliquota invece di essere corrisposti alle imprese virtuose che realizzano i presupposti sotto forma di sconto fiscale, vanno corrisposti sotto forma di partecipazione societaria al capitale dell’impresa beneficiata. Questa straordinaria modifica nel tipo di intervento comporta tre conseguenze:
  • la trasformazione delle agevolazioni fiscali da “regali” a “partecipazioni” comporta che quei soldi erogati non costituiscano un esborso dello stato, ma un investimento dello stesso; invece di un esborso di denaro abbiamo una trasformazione da un asset (cassa) in un altro asset (partecipazione) non c’è cioè un impoverimento del patrimonio statale.
  • l’impresa non è assolutamente penalizzata dalla nuova procedura, infatti l’incentivo viene comunque erogato all’impresa anche se esso invece di minori tasse da pagare viene corrisposto come maggior capitale sociale. Da un punto di vista aziendale la nuova procedura rafforza la situazione patrimoniale perché i soldi erogati sotto forma di partecipazione sono destinati a restare permanentemente in azienda e non potenzialmente distribuibili sotto forma di dividendo. Anche in caso di deprecata rilocalizzazione dell’azienda in altro paese europeo la partecipazione dello stato rimane ancora dello stato senza bisogno di richiederne una improbabile restituzione del regalo erogato secondo l’attuale procedura.
  • Il beneficio dell’attuale agevolazione fiscale non va a beneficio dell’impresa ma va a beneficio del capitale. Infatti, se l’utile pre-imposte generato dall’impresa fosse diciamo di 1.000€, per l’impresa darne il 24% ovvero 240€ allo stato sotto forma di imposte e 760€ al capitale, oppure darne il solo 20% ovvero 200 allo stato sotto forma di imposte ridotte per l’agevolazione fiscale e darne 800€ al capitale, non cambia nulla; non è l’impresa che gode i benefici fiscali ma essi vanno solo al capitale.
  • Se vogliamo rafforzare le nostre imprese, se vogliamo creare un fondo sociale destinato a finanziare un nuovo modello redistributivo, ma che come azionista compartecipa alle decisioni aziendali sia sulle scelte aziendali in fatto di investimenti ed innovazione che sulle scelte di localizzazione così come ad ogni altra scelta, il fondo sociale è una risposta socialista al processo in essere. L’indicazione segue la logica del piano Meidner di socializzare la governance delle imprese creando appunto un fondo sociale che oltre alle fonti indicate nei punti precedenti, potrebbe essere finanziato anche in sede di nuove contrattazioni sindacali.     
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