Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Cottarelli al contrattacco

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di Renato Gatti

Mi sto occupando da tempo di moneta fiscale, progetto di cui condivido l’impianto anche se ho una visione diversa da quella dei promotori su chi dovrebbe essere il beneficiario dell’emissione dei Certificati di Credito Fiscale.

Interessandomi del tema, sono quindi molto attento a ciò che si scrive al proposito o anche ad articoli che direttamente o indirettamente possono aver relazione con questo tema.

Particolare attenzione ho dedicato ad un documento a firma Sofia Bernardini, Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Carlo Valdes denominato “Reducing public debt: the experience of advanced economies over the last 70 years” (d’ora in poi Cottarelli – le traduzioni sono mie) e presentato alla conferenza tenutasi a Torino nel maggio di quest’anno al collegio Carlo Alberto.

Il testo affronta casi di riduzione del tasso Debito/Pil superiori al 25% occorsi nelle economie avanzate negli ultimi 70 anni. Sono esaminate sei strategie per raggiungere quell’obiettivo: 1) alto livello di inflazione (dopoguerra), 2) repressione finanziaria connessa con crescita sostenuta e moderata inflazione, 3) rafforzamento dell’avanzo primario (aumento imposte e taglio delle spese), 4) ristrutturazione del debito, il caso Grecia del 2009, 5) la mutualizzazione del debito e infine al punto 6) “the denominator story”.

E’ su quest’ultima analisi che ho concentrato la mia attenzione ed in particolare sulla variante che punta ad incrementare il tasso di crescita del PIL a mezzo “espansione fiscale”.

E’ in questa variante che possiamo riscontrare motivi ed argomenti relativi alla moneta fiscale e che quindi di interesse alla nostra ricerca.

Gli autori sono da subito molto critici su questa strategia  che commentano con le seguenti parole ” Questo approccio è molto popolare tra i politici per l’ovvia ragione che permette loro di promettere il paradiso senza alcun sacrificio. Questa sezione mostra che ciò non può accadere in un classico schema keynesiano; può invece essere possibile in teoria se si tengono conto considerazioni supply-side. Tuttavia, non è mai successo in pratica, almeno nelle economie avanzate dopo la seconda guerra mondiale”.

Secondo i sostenitori della moneta fiscale, un’iniezione fiscale rappresentata da CCF crea, nei due anni di valenza fiscale, un Pil tale da fornire un gettito fiscale sufficiente a ripagare il mancato gettito rappresentato dai CCF in scadenza.

Se ad esempio i CCF sono emessi per 100€ essi, considerando una propensione al consumo pari a 0.8, generano un PIL pari a:

dY = 1/(1-c) * dG               (1)

dove il reddito Y aumenta secondo la formula keynesiana applicata al’espansione fiscale dG. Traducendo in numeri, avremo allora:

dY = 1/(1-0.8)* 100; dY= 1/0.2*100= 500

Questo maggior PIL di 500 tassato t pari al 30% darebbe un gettito di 150, importo superiore al mancato gettito di 100 rappresentato dai CCF in scadenza.

Tuttavia secondo Cottarelli, il conteggio va fatto tenendo conto che le imposte “sono un componente negativo del moltiplicatore e quindi deprimono l’effetto dell’espansione fiscale”. La formula da applicare è allora:

dY = 1/(1-(c*(1-t))) * dG   (2)

Traducendo in numeri il nostro esempio avremo allora un maggior PIL come segue:

dY = 1/(1-(0.8*(1-.03)))*100; 1/(1-(0.8*0.7)*100;1/(1-0.56)*100;1/0.44*100=227

cui applicando il tax rate del 30% darebbe un gettito di 68, importo inferiore al mancato gettito di 100 rappresentato dai CCF in scadenza.

Conclude Cottarelli che “è chiaro che il conto bilancerebbe; ovvero il beneficio fiscale sarebbe pari al mancato gettito solo se t è uguale all’unità. Ciò è assurdo perché implica a tasso fiscale marginale pari al 100%.

Rifacendo i conti applicando il tasso t = 1, avremo:

dY = 1/(1-(0.8*(1-1)))*100; 1/(1-(0.8*0.0)*100;1/(1-0.0)*100;1/1*100=100

cui applicando il tax rate del 100% darebbe un gettito di 100, pari al mancato gettito di 100 rappresentato dai CCF in scadenza.

Ma se paragoniamo i risultati della (1) con quelli della (2), dobbiamo concludere che la differenza è dovuta a maggiori imposte che vanno ad aumentare il saldo primario nello stesso momento in cui vanno a diminuire l’effetto del moltiplicatore, per cui si rileva una diminuzione del debito cui concorre l’incremento delle imposte responsabili del passaggio dalla (1) all (2) più l’effetto positivo calcolato applicando la (2).          

Non possiamo quindi condividere le conclusioni del Cottarelli che sanciscono che “la considerazione semplice è che i policymaker non possono avere la moglie ubriaca e la botte piena. Non si può, nello stesso momento spingere l’economia attraverso maggiori spese (o minori imposte) ed avere un minor deficit e un minor debito. L’evidenza empirica suggerisce che lavorare con un abbastanza forte avanzo primario è la sola via per ridurre il debito pubblico. Oggi in particolare nei paesi che son parte dell’area euro”.

Le cose, secondo Cottarelli, possono cambiare se si prendono in considerazione “supply side effects”, quando cioè si abbia a che fare con investimenti pubblici molto produttivi che molti sostengono si autofinanzino perché aumentano il potenziale produttivo dell’economia. E’ per questa ragione che in molti enti, inclusa l’Europa, viene sostenuta l’applicazione della golden rule di Delors (ovvero il non conteggio degli investimenti nel calcolo del deficit) per uno sviluppo che non incida sul debito. Al proposito si cita il lavoro di DeLong e Summers del 2012 in cui si afferma che “in tempi di profonda recessione, una espansione fiscale (preferibilmente attraverso investimenti pubblici) può avere effetti positivi non solo sul reddito corrente ma anche su quello potenziale nel futuro. (…) Il maggior output potenziale incrementerebbe il gettito fiscale nel futuro. Sotto certe condizioni tale maggior gettito può controbilanciare gli l’aumento degli  interessi risultanti dallo stimolo fiscale”. La conclusione di Cottarelli è comunque cauta, infatti scrive “Tuttavia, è da sottolineare che nel secondo dopoguerra nessun paese che ha avuto successo nel ridurre il tasso del debito, ottenne questo risultato attraverso una espansione fiscale né attraverso la spesa corrente né attraverso investimenti né infine attraverso tagli di imposte”.

La mia conclusione è invece decisamente favorevole a che la moneta fiscale venga utilizzata per investimenti produttivi piuttosto che per spesa corrente o helicopter money. Infatti privilegiando gli investimenti, non si fanno dei trasferimenti al di fuori del bilancio pubblico, ma si usa lo strumento dell’espansione per realizzare spese già stanziate che finchè non sono realizzate incidono negativamente sul fronte del debito senza dare alcun beneficio sul fronte della crescita.

Nella sua intervista a Federico Fubini, il ministro Tria, tra l’altro afferma che “Il deficit non è un tabù. E’ uno strumento di politica economica, e purtroppo l’Europa lo ha dimenticato. Però è uno strumento, non un fine. Conta cosa se ne vuol fare. Ha senso per aumentare gli investimenti, ma già riusciamo solo con difficoltà a farne con gli stanziamenti già in bilancio”.

Forse un elemento critico sta nell’inefficacia del governo, nella sclerosi di leggi sugli appalti pubblici, nelle cautele, peraltro doverose, delle leggi anti corruzione, nella paralisi che neppure lo sblocca cantieri sembra poter sbloccare.

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