Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Governo giallo-rosso e rivoluzione 4.0

Industria 4.0 Industria 4.0

di Renato Gatti

Il primo a mettere al centro della politica economica la rivoluzione 4.0 fu, poi il governo giallo-verde tagliò gli incentivi previsti da Calenda per poi doversi ricredere e reintrodurli (anche se depotenziati); parliamo, come si intuisce del super ed iper ammortamento sugli investimenti 4.0.

Il governo Conte (bis) si presenta con un programma che rilancia la politica economica del governo in relazione alla rivoluzione 4.0 sottolineandone e esaltandone l’importanza ed ampliandola dal settore privato anche alla pubblica amministrazione, prevedendo, per la prima volta, un ministero dell’innovazione, e ribadendo la previsione di nuovi incentivi orientati a finanziare l’obiettivo.

Nel fare considerazioni su questo argomento servono, a mio parere, una premessa e l’analisi di tre punti cardine.

Premessa

La rivoluzione 4.0 è un nuovo modo di produrre che pone un confine tra chi riesce a modificare in tal senso il suo vecchio modo di produzione e chi non riesce a modificarsi e rimane escluso come economia dalla globalità del mondo attuale. E’ quindi un passaggio fondamentale con cui tutti i paesi si devono confrontare per affrontare una nuova fase storica del sistema economico. La nostra generazione ha già conosciuto una rivoluzione similare con il passaggio da una economia a trazione agricola ad una a trazione industriale e dei servizi. Quello che vogliamo sottolineare è la necessità di prendere piena coscienza di questa mutazione in corso, e ciò quanto prima. Il Rapporto 2018 sulla competitività globale analizza 60 nuovi parametri (su 98 totali) e per la prima volta dal 2008 assegna il primo posto agli Usa (86,5punti), mentre l’Italia è stabile al 31° posto (70,8). Dietro gli Usa, Singapore (83,5), Germania (82,8), Svizzera (82,6) e Giappone (82,5). Alcuni osservatori rilevano che tra i paesi industrializzati l’Italia si trova agli ultimi posti nell’innovazione del modo di produzione non soltanto per l’importo dei nuovi investimenti fatti nelle nuove tecnologie, ma soprattutto per la monca comprensione delle mutazioni richieste, e questo è il primo dei punti cardine che vogliamo analizzare. Le aziende industriali italiane solo parzialmente hanno aderito a questo processo,rimane l’impressione di una rivoluzione mancata, almeno fino a questo momento. In netta prevalenza gli investimenti promossi dall’Iper-ammortamento e dalle altre misure e incentivi fiscali sono stati finalizzati alla sostituzione e/o all’adeguamento tecnologico dell’obsoleto parco macchine italiano, costituito da impianti e macchinari datati mediamente 16-18 anni, senza una visione integrata e complessiva.

Primo cardine: la portata della rivoluzione 4.0.

Gli incentivi Calenda sono stati richiesti da una minoranza delle imprese italiane, la ragione più probabile è dovuta al fatto che le imprese italiane sono nella stragrande maggioranza piccolo-medie, strutturalmente inadatte a trasformazioni radicali quali quelli richiesti dal nuovo modo di produzione, altre imprese non sono spinte a nuovi investimenti in momenti di calo della domanda che lascia largamente inutilizzata la capacità produttiva già esistente. Ma c’è anche un fatto culturale nella concezione della mutazione del modo di produzione; la rivoluzione 4.0 non significa cambiare le macchine nelle fabbriche sostituendole con dei robots (di cui l’Italia è un grande produttore ed esportatore. Secondo i dati presentati dalla IFR (Federazione internazionale della robotica) l’Italia è il secondo produttore di robot industriali in Europa dietro la Germania, mentre a livello mondiale si colloca al sesto posto. Secondo i dati presentati dalla IFR (Federazione internazionale della robotica) l’Italia è il secondo produttore di robot industriali in Europa dietro la Germania, mentre a livello mondiale si colloca al sesto posto.) ma significa rivedere tutto il sistema produttivo digitalizzando, utilizzando l’IOT, introducendo l’I.A., ricorrendo ai big data, coinvolgendo nella sua innovazione tutta la filiera delle sue relazioni a monte (fornitori) e a valle (catena di vendita). Si tratta cioè di creare un sistema integrato di operatori elettronici che comunicano fra di loro coordinando e programmando tutta la produzione coinvolgendo anche enti esterni (università, enti di ricerca, etc.) che trasformino l’azienda in un organismo sensibile ai mutamenti esterni, alle innovazioni tecnologiche grazie alle capacità di autoapprendimento acquisite nel processo. Ed il processo non riguarda solo il settore propriamente produttivo ma si estende ai servizi connessi, da quelli amministrativi a quelli di progettazione e controllo di gestione; insomma un vero e proprio nuovo modo di produzione che può giungere alla scomparsa del lavoro vivo.

Secondo cardine: la formazione

Il nuovo modo di produzione richiede un personale lavorativo con una formazione che attualmente non è disponibile sul mercato. Sono tanti i casi di imprese che ricercano ingegneri o personale (diciamo così) digitalizzato. Per la verità i provvedimenti di Calenda prevedevano anche incentivi per la formazione del personale, ma quello cui ci troviamo davanti richiede un piano di formazione globale a partire dalla scuola, passando per l’Università, coinvolgendo gli Enti di ricerca finalizzando il piano di studi alla cultura coerente con il nuovo modo di produzione. Il fatto che il nuovo governo abbia istituito il ministero dell’innovazione è un dato positivo specialmente se questo ministero non abbia un compito limitato ma in un comitato interministeriale con istruzione, sviluppo economico, economia e pubblica amministrazione riesca ad disegnarsi un programma organico che coinvolgendo sindacati e imprenditori affronti in modo globale il problema.

Terzo cardine: gli incentivi

Con il pacchetto Calenda e nei propositi esposti dal presidente Conte, le imprese saranno incentivate ad innovarsi in sintonia con la rivoluzione 4.0. Questi incentivi si traducono in super e iper ammortamenti o altri strumenti che in sostanza costituiscono un trasferimento di soldi dallo stato alle imprese. Diciamo subito che questi trasferimenti di fondi hanno il pregio, rispetto a quelli incondizionati (ad es. quelli rappresentati da una riduzione dell’aliquota dell’IRES), di essere corrisposti solo di fronte ad un comportamento che si ritiene essere utile per la Società. Ma il ragionamento va approfondito.

I soldi di cui si parla provengono dalla tassazione e il maggior gettito del sistema impositivo deriva dall’Iva e dall’Irpef, sono quindi i consumatori, i lavoratori dipendenti, i pensionati ed i professionisti fuori flat tax.

Oggetto dell’incentivo è l’innovazione figlia della tecnologia figlia del sistema scolastico e di ricerca. Tutte le innovazioni sopra citate, da internet al GPS, dall’IOT al blockchain sono frutto di persone educate dal sistema scolastico nazionale generalmente operante in istituti di ricerca nazionali che spesso li hanno messi a disposizione gratuitamente al sistema paese (per esempio internet che nasce al CERN). Illuminanti al proposito sono le pagine di Mariana Mazzucato. In sintesi la tecnologia è un prodotto sociale, finanziato con la finanza pubblica di cui conosciamo le maggiori fonti.

I beneficiari degli incentivi sono le imprese che innovano per realizzare il nuovo modo di produzione o per la formazione da questo richiesta. Le imprese ricevono quindi un sostanziale contributo dalle casse dello stato per adottare quella innovazione tecnologica che, come abbiamo visto al precedente punto, è un prodotto sociale (finanziato come abbiamo visto). Ma attenzione il beneficio ricevuto dalle imprese permette, tramite la maggior produttività, di aumentare gli utili pre imposte, ma quel beneficio viene trasmesso dall’impresa al capitale in quanto viene diminuito l’imponibile fiscale grazie agli incentivi stessi. Certo, se il capitale reinveste (con un ulteriore beneficio fiscale) nell’impresa gli utili realizzati il beneficio rimane dentro all’impresa, altrimenti il beneficio esce dal ciclo produttivo e va a beneficiare il capitale indistinto, anche quello finanziario. Quindi in estrema sintesi i subordinati con le loro imposte finanziano lo stato affinchè questo regali soldi alle imprese che a loro volta li riversano al capitale. Un tremendo sfruttamento di dimensioni enormi che il capitale esercita appropriandosi con i soldi dei subordinati di quel prodotto sociale detto tecnologia. Uno sfruttamento che fa apparire “miserevole”(come scrive Marx) lo sfruttamento di poche ore di lavoro fisico operato nel vecchio modo di produzione.

Conclusioni

Senza addentrarci in un futuro in cui i robots producono tutto e meglio ciò che viene prodotto oggi; che anche i lavoratori digitalizzati, dopo che tutti gli altri sono stati espulsi dalla produzione, vengono sostituiti da robots intelligenti che progettano e producono altri robots, senza addentrarci in altre più complesse situazioni, cerchiamo di trarre le conclusioni dai tre cardini che abbiamo esposto.

Dobbiamo, se non vogliamo crollare da seconda potenza industriale europea a paese emarginato, perseguire il nuovo modo di produzione. Ma non possiamo ammettere che il sistema attuale si trasformi in inedito sfruttamento del capitale verso i subordinati, dobbiamo quindi trovare (e da subito) una soluzione alternativa, socialista.

La proposta è che tutti gli incentivi dati alle imprese (rectius al capitale) invece di essere dati sotto forma di regalo fiscale, siano dati come contropartita di partecipazione societaria, ovvero i soldi vengono sì dati alle imprese ma come capitale sociale delle stesse con i seguenti vantaggi:

  1. a) i soldi rimangono in azienda e non escono dal ciclo produttivo come invece può succedere con l’attuale impianto (quindi nessun vantaggio è tolto alle imprese),
  2. b) un fondo statale (una volta si chiamavano partecipazioni statali) diviene socio delle imprese beneficiate, aprendo in tal modo un nuovo approccio co-gestivo determinante, ad esempio, per contrastare le delocalizzazioni, ma importante anche ai fini di una nuova governance decisiva in futuro, in una economia completamente robotizzata, quando i possessori dei mezzi di produzione, se lasciati soli, tornerebbero a pratiche neo-schiavistiche,
  3. c) il fondo diviene la principale fonte per finanziare il reddito di cittadinanza dei non più lavoratori e di coloro che lavoratori non saranno mai.
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