Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Ragioniamo sulla crisi del 2007

Crisi 2007 Crisi 2007

di Renato Gatti

Un tentativo serio di andare a scavare sulle cause e i meccanismi della crisi del 2007, una condivisione sulle ragioni di quella crisi che tuttore perdura non è ancora stata fatta. Mi fa piacere quindi esaminare l’articolo di Vladimiro Giacchè all’interno del libro Quodlibet “Karl Marx e la crisi”.

Giacchè ci ricorda la categoria dello “stato stazionario” osservando che “dallo scoppio della crisi la ripresa non è ancora soddisfacente. I livelli di PIL sono stati superati (ma non in Italia ndr), ma poche economie avanzate sono tornate ai tassi di crescita pre-crisi nonostante anni di tassi di interesse praticamente a zero.(…). L’insieme dei contributi sulla “stagnazione secolare” raccolti da Teulings e Baldwin non offre un punto di vista non diremo unico, ma neppure convergente circa le cause di questa situazione. In tal modo la “secular stagnation” finisce per essere più una descrizione di quanto sta accadendo alle nostre economie che una sua spiegazione”.

Spiegazione che Giacchè suggerisce ritornando alla legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto: “secondo Marx la società capitalistica è caratterizzata da una tendenza di lungo periodo alla diminuzione della profittabilità del capitale, ossia alla caduta del saggio di profitto”. L’autore mette allora la legge alla prova degli ultimi decenni: “Germania, Francia e Italia evidenziano un dimezzamento del saggio di profitto tra i primi anni 60 e i primi anni del nuovo millennio (…), le imprese americane hanno registrato dal 1941 al 1956 un saggio di profitto del 28%, dal 1957 al 1980 un saggio del 20%, per scendere ancora al 14% nel periodo 1981-2004. Se prendiamo il periodo dal 1997 al 2008 osserviamo una caduta del saggio di profitto del 12% e per contro una crescita della composizione organica del 22%.

Questi dati starebbero a testimoniare come il saggio di profitto tenda a decrescere all’aumento della composizione organica del capitale, ovvero all’incremento del capitale fisso (macchinari) rispetto al capitale variabile cioè rispetto al lavoro vivo. Giacchè ritrova quindi nella legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto la causa dell’andamento dell’economia negli ultimi decenni, tale causa tuttavia è tendenziale e non riconducibile alla specificità della crisi del 2008.

 L’autore sottolinea che la caduta del saggio di profitto è una tendenza contrastata da fattori di controtendenza che Marx stesso elenca. Si tratta cioè di fattori che tendono ad aumentare il saggio di profitto, in controtendenza quindi con la legge generale; si tratta a) dell’aumento del grado di sfruttamento del lavoro (risultato dell’incremento della produttività del lavoro); b)della compressione del salario al di sotto del suo valore (pensiamo alle nuove forme di lavoro precario o al caporalato); c) al ribasso del prezzo degli elementi del capitale costante; d) alla sovrappopolazione relativa (pensiamo alle delocalizzazioni nei paesi a minor costo della mano d’opera); e) al commercio estero (le pratiche mercantilistiche messe in atto da molti paesi) ed infine f) all’aumento del capitale produttivo di interesse (si tratta della finanziarizzazione dell’economia).

In particolare su quest’ultimo punto Giacchè fa rilevare che “la possibilità di effettuare attività speculative per ottenere livelli di profitto altrimenti impossibili (…) hanno permesso alle imprese di porre rimedio alla crisi di valorizzazione e del capitale nei settori originari di attività. In effetti, se si esamina l’andamento dei profitti in gran parte dei paesi capitalistici avanzati si osserva che a partire dalla fine degli anni novanta, quelli da attività finanziarie cominciano a crescere vertiginosamente, perdendo ogni rapporto tanto con l’andamento del PIL quanto con i profitti provenienti da altre attività.(…) La crisi scoppiata nel 2007 non è affatto sorprendente. Essa rappresenta infatti il precipitato di oltre un trentennio in cui il saggio di profitto è stato alimentato dalla finanziarizzazione su larga scala, ossia da un ruolo sempre più preponderante del capitale produttivo d’interesse”.

Due miei commenti

Sul plusvalore

Il plusvalore è lavoro vivo fornito dal lavoratore in quantità superiore al lavoro necessario per riprodurre la forza lavoro. Classicamente se il lavoro necessario a pagare la forza lavoro è pari a 5 ore e se l’orario di lavoro è invece pari a 8 ore, il lavoro supplementare di 3 ore costituisce plusvalore. Tale plusvalore rapportato al capitale variabile determina il tasso del plusvalore, rapportato inveve al capitale complessivo (capitale costante più capitale variabile) determina il tasso di profitto. L’impiego di macchinari aumenta la quota del capitale costante e quindi del capitale complessivo, diminuendo quindi la quota del capitale variabile e di conseguenza il tasso di profitto. L’impiego di macchinari, tuttavia, permette inoltre di produrre lo stesso prodotto in meno tempo ovvero di produrre più prodotti nella stessa giornata lavorativa di 8 ore.

Tutto questo ragionamento tende a dare per scontato che l’acquisto di nuovo macchinario sia tutto un investimento anticipato dal capitale e che dunque l’aumentata produttività sia un beneficio che non deriva dal lavoro vivo, ma sia il giusto compenso al contributo che il capitale immette nella produzione.

Ma la produttività prodotta dalla tecnologia incorporta nel capitale fisso, non è altro che lavoro vivo di cui il capitale si appropria, ed è pari al tempo lavorato dai produttori della tecnologia stessa, pari al tempo necessario più il tempo supplementare. La tecnologia inoltre è un prodotto sociale; essa nasce da lavoro vivo di lavoratori, studenti, ricercatori, enti di ricerca che hanno una cultura generale (general intellect) frutto della mansione educativa dello stato. La tecnologia è lavoro vivo cerebrale di cui il capitale si appropria facendo parere miserabile l’appropriazione pre tecnologica di qualche ora di lavoro fisico.

Se consideriamo poi gli incentivi che lo Stato concede alle imprese per migliorare la produttività (tipo gli incentivi Calenda per la rivoluzione 4.0), vediamo che la fiscalità attinta tra tutti i cittadini, va a diminuire l’anticipazione di capitale necessaria per acquisire la nuova tecnologia e ciò deve entrare nel calcolo del plusvalore o del profitto e nel calcolo dei relativi saggi.

In sostanza vogliamo dire che quando si acquista un macchinario c’è sicuramente un aumento di c (capitale fisso) e quindi un minor peso di v (capitale variabile) per cui il saggio di profitto pari a p (plusvalore) diviso capitale complessivo scende, ma c’è anche, come conseguenza, un aumento del plusvalore p rappresentato dalla produttività, ovvero dal lavoro cerebrale incorporato nel capitale fisso. Risulta quindi che il saggio del profitto dipende dal rapporto dialettico tra aumento di c/v rispetto a p/v. Perché la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto si possa esprimere, è necessario che l'aumento percentuale di c/v sia superiore a quello di p/v; così è altrettanto necessario che, ferme restando tutte le altre condizioni, la legge antagonistica della controtendenza possa funzionare solo a condizione che l'incremento percentuale di p/v sia uguale o superiore a c/v. In termini generali occorre, perché la causa antagonistica sia effettivamente tale, che l'aumento del grado di sfruttamento del lavoro, in consistenti settori del capitale o in singoli capitali ma ad altissima concentrazione, si trasformi in un congruo aumento di p/v o in un aumento di p/v relativamente più intenso della modificazione del rapporto organico del capitale.

Ricordiamo inoltre che nel Capitale Libro III sezione III Marx scrive “ Nessun capitalista adotta volontariamente un nuovo metodo di produzione, per quanto sia più produttivo o per quanto possa aumentare il saggio di plusvalore, quando esso riduce il saggio di profitto”. Il capitalista può tuttavia essere costretto ad adottare un nuovo modo di produzione o per non essere espulso dal mercato ovvero per effetto del fattore Ricardo, così denominato da Paolo Sylos Labini.

Tutti questi investimenti in tecnologia, come accennato poc’anzi, sono necessari per non essere espulsi dal mercato, ma sono decisamente labor saving quindi a parità di livelli produttivi comportano un minor numero di addetti alla produzione. All’estremo, quando i robots produrranno tutto ciò che produciamo ora (e meglio) non servirà più lavoro vivo. Tutto il lavoro vivo dei lavoratori manuali e cerebrali, di secoli di incremento tecnologico dal più semplice al più sofisticato, addirittura autoapprendente e capace di riprodursi in meglio, sarà allora stato appropriato dal capitale. Si determina quindi il fenomeno per cui il lavoro vivo incorporato nel capitale fisso viene espulso dalla produzione  in quanto non più necessario. Il lavoro se non prende coscienza di questo mutamento, avrà determinato e finanziato la sua stessa fine. Ed è su questo fronte che si stanno generando le premesse di una nuova lotta di classe di cui, purtroppo, non si è ancora presa piena coscienza.

Sulla finanziarizzazione

Negli ultimi decenni si è assistito ad un ruolo sempre più preponderante del capitale produttivo d’interesse, ovvero di uno spostamento del capitale dalla ricerca del profitto prodotto dalla produzione di beni e servizi alla ricerca dei frutti della speculazione  operando nel mercato finanziario. ”Esistono infatti due circuiti economici che restano in parte distinti tra loro (riporto parte di un articolo de Il circolo degli Scipioni): 

1) da un lato, esiste il circuito mercantile, il così detto “circolo Denaro-Merce-Denaro”, nel quale il denaro si trasforma in una quantità maggiore di denaro solo applicando contemporaneamente la fatica e l’intelligenza umane alla trasformazione fisica della natura onde produrre “merci” da vendere con profitto sul mercato. In esso, infatti, il Profitto per essere percepito necessita la previa produzione di merci per il mercato, aumentando inevitabilmente anche la ricchezza “reale” della società; 

2) dall’altro lato, esiste il circuito finanziario, il così detto “circolo Denaro-Denaro”, nel quale il denaro si trasforma in una quantità maggiore di denaro senza alcuna creazione di “merce”, ma solo con la speculazione. 

Solo nel primo circuito ci si arricchisce dunque creando nel contempo ricchezza “reale” di cui pure gli altri usufruiscono, se pure nelle forme e quantità determinate dal sistema distributivo, giusto o ingiusto che esso sia. 

Nel secondo circuito, invece, non avviene nessuna creazione di nuova ricchezza, ma aumenta solo la capacità di prelievo della ricchezza “fisica” prodotta da chi opera nel primo circuito da parte di chi possiede cespiti mobiliari e immobiliari ed opera nel secondo circuito.”

Lo spostamento di capitali dall’attività produttiva all’attività speculativa comporta allora che i capitali non generino più PIL, ma spostino solo ricchezza già creata da outsiders verso insiders.

L’esempio delle bolle speculative è lampante. Un bene, qualsiasi, materiale o immateriale, diciamo il bene A, per qualsiasi ragione, nuovo brevetto, nuovo mercato, campagna pubblicitaria ma anche per artata manovra, passa dal valore D al valore D’. I valori finanziari presentano la caratteristica per cui quando il prezzo aumenta la domanda, contrariamente a quel che succede con gli altri beni, aumenta nella prospettiva di un ulteriore aumento e quindi della possibilità di un delta speculativo positivo. Quindi D’ passa a D’’ in una crescita sempre più parossistica, dove ad ogni passaggio ci sono nuovi ricchi e nuovi candidati ad esserlo. Si noti tuttavia che in termini reali il bene A non è mutato in alcun modo, il suo valore d’uso è rimasto uguale, il suo eventuale potere produttivo non è cambiato. Ad un certo punto la distanza tra D’’’‘’ e il valore d’uso di A diviene talmente abnorme per cui la domanda si ferma, iniziano i realizzi ed il prezzo precipita fino a scendere vicino al valore di A. Nell’economia reale nulla è successo, nella distribuzione della ricchezza ci saranno speculatori che si saranno arricchiti e apprendisti speculatori, di solito la gran massa degli outsiders, che ci avranno rimesso una fortuna.

Questo è quanto è successo nel 2007; il passaggio dei capitali dalla produzione alla speculazione,favorito da una politica monetaria che fornisce capitali a basso costo, la trasformazione del capitalismo produttivo in capitalismo finanziario sono alla base del crollo dei subprime e della crisi che ancora stiamo attraversando. Si spiega così il freno dell’aumento del PIL e della “secular stagnation”.

 Ma si spiega anche un altro fenomeno ovvero l’aumento generalizzato dell’indice Gini, cioè dell’indice che misura la concentrazione della ricchezza ovvero l’indice della disuguaglianza. Infatti se i capitali non sono più investiti per produrre PIL ma per spostare ricchezze già prodotte dagli outsiders verso gli insiders, ne consegue che la ricchezza (che non cresce) si sposti da chi ha meno a chi ha più, incrementando le disuguaglianze sia di redditi che di patrimoni tra i più abbienti e quelli meno.

La trasformazione del capitalismo produttivo in finanziario è quindi alla base delle due principali caratteristiche dell’attuale momento storico: da una parte stagnazione, dall’altra aumento della disuguaglianza.

          

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