Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il futuro del lavoro

di Renato Gatti

L’amico Aldo Potenza mi ha segnalato un documento dell’ISPI (italian insititute for international political studies) intitolato IL FUTURO DEL LAVORO UOMO VS MACCHINA? La segnalazione è conseguenza della mia attenzione al problema che è stata spesso, e continua ad essere, tema per miei interventi e scritti e che è motivo dominante nelle tesi su Economia e Lavoro elaborate nel febbraio del 2019 alla convention di Socialismo XXI secolo tenutasi a Rimini.

Il tema è la disoccupazione tecnologica, una paura che viene da lontano. L’articolo ci ricorda che in Inghilterra, nel 1400, il 58% dei lavoratori era impiegato nell’agricoltura, e che tale percentuale è scesa nel 1700 al 38%, scesa ancora al 31% in piena rivoluzione industriale e ridotta all’1,5% ai giorni nostri. Ricorda ancora che l’esodo dall’agricoltura all’industria ha conosciuto successivamente un esodo dall’industria ai servizi, con percentuali che negli USA vedono scendere gli addetti all’industria al 7,9% a fronte di un 80% occupato nei servizi.

Quella che ci troviamo ad affrontare oggi è l’avvento delle nuove tecnologie dall’IOT all’intelligenza artificiale, dai machine learning ai mobile robotics, tecnologie che sono labour saving e si apprestano a sostituire l’uomo sui posti di lavoro. “Carl Benedikt Frey e Michael a. Osborne arrivano a calcolare quello che diventerà presto un dato centrale e richiamato largamente sui media: il 47% degli occupati americani sarebbero ad alto rischio di automazione”.

Anche l’OCSE, in uno studio del 2016, offre una stima diversa e più variegata del rischio automazione che tiene conto che molte mansioni potranno essere svolte da robot o intelligenza artificiale ma non eliminate totalmente nel senso che cambieranno le mansioni di chi svolgeva prima il lavoro robotizzato.

L’articolista si preoccupa subito a tranquillizzarci ricordandoci che anche John Maynard Keynes, nel 1930 aveva scritto “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo”, ma la previsione sinora non si è avverata, e l’autore continua osservando che “solo in piccola parte il lavoro si crea e si distrugge, la maggior parte del lavoro si trasforma”.

Se il primo supermercato Amazon Go ha eliminato le cassiere sostituite da un sistema di geolocalizzazione che capisce cosa il cliente ha comprato dagli scaffali ed elabora elettronicamente il conto da saldare con carta di credito, si stima che un sistema simile in tutti i supermercati statunitensi possa tradursi in 2,3 milioni di posti di lavoro cancellati. Se il Volvo Vera, utilizzato nel porto svedese di Goteborg, realizza la guida autonoma dei mezzi di trasporto, questa tecnologia potrebbe interessare, ancellandoli, i circa 3,4 milioni di autisti di camion, taxi e bus.

A fianco di queste perdite di posti nasceranno nuove mansioni quali i data analysts, gli specialisti di intelligenza artificiale e di machine learning, di sviluppo organizzativo e professionisti di vendita e marketing. Cresceranno i lavoratori nel settore dell’assistenza sanitaria domestica, nell’assistenza personale e nello sviluppo del software in particolare delle app. Nasceranno cioè nuovi lavori ad alta specializzazione informatica, occorrerà formare giovani lavoratori digitalizzati mentre più difficile sarà la trasformazione professionale dei lavoratori anziani.

Fare un bilancio oggi tra lavori cancellati e lavori creati è molto difficile, anche perché si formeranno lavori per nuove mansioni sconosciute o comunque molto difficile prefigurare. Certo che fondamentale è la funzione nuova che la scuola, l’Università e le stesse imprese devono assumere nel campo formativo ed educativo.

L’organizzazione d’impresa poi dovrà tener conto che “andiamo verso un lavoro nel quale l’unità spazio-temporale che portava i lavoratori a lavorare entro un determinato orario e in un determinato luogo fisico, sarà sempre più ridotta”, l’attività lavorativa sarà sempre più svolta in rete di dimensioni planetarie, senza orari e con contributi che vedranno vedere il “declino dell’ora-lavoro come parametro per determinare la retribuzione (…) i salari saranno sempre più determinati da quanto realmente si è prodotto in termini di valore aggiunto, idee, progetti piuttosto che la quantità di ore necessarie per realizzarli”.

A fianco di questi lavoratori altamente digitalizzati e coinvolti in un cottimo elettronico, troviamo altri lavoratori meno integrati, stiamo parlando della gig economy ovvero dell’economia dei lavoretti; si parla non solo del mondo di Uber per i trasporti, o dei riders che consegnano il cibo a casa attraverso una app ma di “qualcosa molto più vasto e complesso e riguarda in generale tutto il mondo, spesso sconosciuto, di attività che possono essere svolte online da qualsiasi luogo del mondo”.

“Ci sono sempre più piattaforme digitali alle quali è possibile iscriversi per offrire il proprio lavoro come freelance per svolgere attività di diverso tipo. Dalle più semplici che possono essere il click work del riconoscimento di immagini per catalogarle (…) alle più complesse come la creazione di codici o attività di grafica o design passando per attività di assistenza personale”.

Infine i lavoratori addetti ad attività routinarie e ripetitive, non solo fisiche ma anche intellettuali, saranno spazzati via dall’automazione come inadatti ad inserirsi o a mantenersi nella sfera produttiva andando a creare una massa di disadattati cui il sistema produttivo è incapace di offrire un’occasione di lavoro.

Il mercato del lavoro si sta polarizzando e continuerà a polarizzarsi nei prossimi anni. Da una parte avremo le figure più qualificate, che possiedono un elevato livello di competenze tecniche e trasversali, che dialogano con la tecnologia, non la temono e anzi la utilizzano sempre più nel loro lavoro. Dall’altra la fascia bassa del mercato che comprende tutte quelle attività che non possono ad oggi essere automatizzate ma che non richiedono elevate competenze tecniche: i cosiddetti working poors.”

Il documento propone allora la costituzione di un reddito di base universale, incondizionato erogato dagli stati ai cittadini che “aiuterebbe le persone a liberarsi dal vincolo del lavoro povero perché più liberi di accettare un lavoro soddisfacente e, così facendo, metterebbe in difficoltà chi offre lavori sottopagati o senza tutele”.

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Il mondo che ci prospetta l’ISPI fatto da possessori dei mezzi di produzione che si avvalgono di macchine intelligenti che utilizzano le migliori innovazioni tecnologiche elaborate da una piccola fascia di free lance digitali che lavorano con un rigido sistema di cottimo, ma destinati ad essere rimpiazzati da robots sempre più intelligenti capaci di riprodurre nuovi robots ancor più intelligenti; contornata da gig-workers che svolgono lavoretti di nessun contenuto d’intelligente, affiancati da masse di click-workers riproducenti i “gorilla ammaestrati” di formazione tayloristica ed infine galleggianti su una marea di ex-lavoratori ripetitivi, manuali o intellettuali, affiancati da mai-lavoratori che sopravvivono con un reddito di cittadinanza loro elargito generosamente dai possessori dei mezzi di produzione assomiglia tanto ai gironi dell’inferno dantesco.

Va notato che mentre nel regime capitalistico dove ancora i lavoratori servono, il salario è finalizzato a garantire ai lavoratori la sussistenza e la riproduzione proprio perché il capitale necessita dei lavoratori presenti e futuri, nel regime robotistico il reddito di cittadinanza determinato dai possessori dei mezzi di produzione, serve solo alla sopravvivenza dei viventi affinchè non insorgano, ma non ha alcun interesse a che questi si riproducano.

Il fatto preoccupante è che questo mondo prospettatoci ha alta probabilità di avverarsi, nell’indifferenza dei lavoratori di oggi che stanno già vivendo, forse senza analizzarle a fondo, le prime avvisaglie di quello che sarà il mondo di domani. La presa di coscienza dei mutamenti dei processi strutturali in essere e dei conseguenti necessitati mutamenti a livello sovrastrutturale pare quindi dover essere il vero compito del mondo del lavoro, dei sindacati, dei partiti che pensano di rappresentare il mondo del lavoro.

Questo inizio di riflessione si è iniziata domenica 6 ottobre nello splendido scenario della piazza del quarto stato a Volpedo, nella giornata politica promossa da Socialismo XXI secolo in previsione dell’incontro fondativo di Genova nei primi mesi del 2020. Ma a Volpedo non si è solo cominciato a riflettere sugli aspetti dell’economia robotica ma si sono anche lanciate le prime proposte operative e possibili, ispirate al pensiero di due figure chiave della nostra storia: Matteotti e Gramsci. Le proposte sottolineano la necessità di tornare a parlare con il mondo del lavoro, sbandato e senza una guida con cui confrontarsi, per un percorso finalizzato a prendere coscienza della necessità di uscire da una subalternità in cui il mondo del lavoro sembra essere stato relegato per rendersi conto che non basta più una redistribuzione dei flussi di reddito, redistribuzione che si dimostra ad oggi inefficace determinando una progressiva disuguaglianza dei redditi e delle ricchezze, ma serve pensare ad una redistribuzione nella proprietà dei mezzi di produzione, sulla socializzazione dei mezzi di produzione sull’onda del pensiero di Marx e del Nobel James Meade.

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