Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

C'è un dopo per lo stato sociale?

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di Renato Gatti

Quando studiavo alla Bocconi il testo politico-economico più discusso era quello di Giovanni Demaria “Lo stato sociale moderno”, uno dei testi che ha ispirato la Costituzione italiana; il Demaria presiedette la commissione economica per la Costituente e pubblicò quel testo nel 1946. Quel testo è quindi a monte dell’articolo 38 della Costituzione che recita:

“Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.”

Il disegno ha il respiro delle grandi trasformazioni sociali, vi si legge il pensiero economico dei welfaristi,  ma vi si legge pure l’enciclica papale così come la pratica socialdemocratica scandinava; insomma si parta da Bismark o da Hotelling il disegno ha un orizzonte, non banale, che tende ad un equilibrio tra capitalismo e società civile, ad una civile convivenza basata sulla dignità dell’uomo, sulla sua socialità e sulla capacità dell’organizzazione statale di ricercare un percorribile equilibrio tra interessi non coincidenti.

L’Europa stessa nasce sul duplice obiettivo di un sostegno sociale indispensabile alla sopravvivenza di comunità nazionali coese e d’altra parte, dal consolidamento di una Unione Europea quale risultato essenziale per garantire la stabilità macroeconomica del contesto in cui i singoli paesi si collocano.

I diritti coperti dallo Stato sociale si sono allargati nel corso dei decenni successivi al 1948 divenendo il campo preferito del confronto sociale e della legislazione conseguente portandoci alla situazione attuale in cui lo stato sociale si trova in uno stato di crisi, specialmente dopo il clamoroso tonfo del capitalismo nel 2007, che rimette in discussione la sua impostazione e la sua filosofia. Lo Stato sociale ha costi elevati che fanno pensare e dire che si sia vissuti al di sopra delle nostre possibilità, perciò, non solo in Italia ma in tutti i Paesi occidentali, si discute su come riformarlo. Periodicamente si sente parlare di riforma delle pensioni, della riforma della cassa integrazione, della revisione delle norme per i sussidi di disoccupazione ecc., il tema verte sul come ridurre i costi dello Stato sociale a fronte della necessità di mantenere le prestazioni erogate.

Certo le riflessioni sociologiche si arenano sull’evidenza della ragione per la quale la missione dello Stato Sociale Moderno denuncia la sua crisi; la sua incapacità di prospettarsi per il futuro come la soluzione ai problemi della crisi del capitalismo; l’avversione che sfocia nelle piazze sovraniste contro l’ingerenza dello stato interpretato come l’impositore di tasse-rapina, come si diceva una volta imposte-grandine ovvero accadimenti negativi senza nessun risvolto positivo; come ingerenza di casta che castra la feconda iniziativa privata, vera ricchezza del paese, che osta ad una vitalità di un populismo plebeo visto come fondamento del nostro modo di produrre e non come la vera palla al piede di uno sviluppo economico fondato sulla tecnologia e sulla produttività e che comunque, interrogato sul perché, sulle ragioni storiche ed economiche del fallimento del loro modello nel 2007 rispondono con un agghiacciante silenzio.

Siamo chiari; lo Stato Sociale Moderno nasce, come necessità dell’ordine economico di accettare l’intervento sulla società come strumento di controllo del conflitto di classe. “L’affermarsi dello Stato del benessere, l’ampliamento dei pubblici poteri, ha il volto del welfare of the state, è venato da una tensione organicista ed eugenetica ; è più fondato sulla necessità di pacificare, ordinare il mercato, che su finalità di emancipazione individuale e sociale.” In sintesi lo stato sociale nasce per assorbire e narcotizzare il conflitto di classe, nella misura in cui esso si presenta nel momento storicamente determinato.

Il crollo del muro di Berlino, il riassorbirsi della lotta di classe in un ambito economico-corporativo, l’oggettiva difficoltà del sistema economico di farsi carico dei costi dello stato sociale, rideterminano lo scenario all’interno del quale l’originario disegno era stato elaborato. Non esiste più il pericolo comunista, le rivendicazioni dei subalterni non prospettano più un disegno egemonico ma vengono notarizzate in uno statuto dei lavoratori che disegna diritti e doveri che eternizzano la struttura di classe, sorge un evidente contraddizione tra costo dello stato sociale e protezioni che lo stato sociale è in grado di fornire. I subalterni da un lato si allineano sul ragionamento egemonico del “meno tasse per tutti” dall’altro cadono nell’inganno della contemporanea concessione di elemosine elargite sotto forma di bonuses finalizzati all’ottenimento del consenso di elettori senza prospettive.

Il reddito di cittadinanza fa emergere nuove tensioni e nuovi interrogativi, ”considerato sempre più come uno strumento capace di rispettare il mercato, libertà ed eguaglianza degli individui, è proposto nell’odierno dibattito rileggendo, riprendendo e rilanciando frammenti di progetti legati all’idea di socializzazione del diritto, alla prospettive di umanizzare il mercato, di istituzionalizzare obblighi dello stato nei confronti dei bisogni degli individui, di fissare diritti sociali”. “L’erogazione monetaria uguale, incondizionata, indipendente (dal lavoro) dalla verifica della situazione di bisogno – da attribuire dunque anche al surfista di Malibù, provocatoriamente evocato da Rawls- si presenta come uno stravolgimento della logica del bisogno e dell’emancipazione sottesa alla lotta per i diritti e all’affermazione dei diritti sociali, come una sorta di alternativa al sistema dei diritti che ne accompagna lo smantellamento, rinunciando a incidere sulle strutture economiche e sociali sempre più dominate dalla logica mercantile, dall’ideologia liberista e neoliberale. Non dunque, una rinnovata visione ma un ritorno a un prima dello stato sociale; uno stato sociale che resta da difendere e costruire con riferimenti al primato costituzionale ai diritti, con strumenti non solo assistenziali ma anche partecipativi ed emancipativi”.

A questa visione che ritengo ingenua, effimera relativa al reddito di cittadinanza, preferisco contrapporre una visione marxiana non basata su diritti avulsi dal rapporto tra sistema produttivo e forze produttive, ma basata sul concreto prospettarsi di una società che sta imboccando un nuovo modo di produzione, la robotizzazione, la rivoluzione 4.0, che stravolge alla base i rapporti tra modo di produzione e forze produttive. Da una parte la necessità oggettiva di robotizzare l’economia per rimanere competitiva in una economia globalizzata; dall’altra la consapevolezza che la robotizzazione stravolge i rapporti di classe con la creazione di nuove figure produttive con la contemporanea marginalizzazione se non espulsione dal mondo del lavoro di moltissime, quantitativamente enormi figure di lavoratori fisici e intellettuali ripetitivi, disegnano una contraddizione insanabile con la mentalità del pensiero egemonico attuale. La robotizzazione è figlia della tecnologia che è un prodotto sociale finanziato dalla società realizzato dalla società, l’appropriazione del lavoro vivo intellettuale trasformato in capitale fisso produttivistico è la grande contraddizione di classe del momento storico che stiamo vivendo.

L’estremizzazione dei rapporti sociali conseguenti alla rivoluzione 4.0 ci deve rendere consapevoli che il livello della pace sociale non può più essere soddisfatta dallo Stato Sociale, non può più limitarsi alla gestione fiscale dei flussi di reddito da redistribuire, ma deve rendersi conto che occorre percorrere la strada della socializzazione dei mezzi di produzione che sono il risultato di quel general intellect che ne ha impostato l’impianto e di cui il capitale, oggi più che mai, cerca di impossessarsi. Solo il socialismo si rende capace di ritrovare un equilibrio che la redistribuzione dei redditi tramite fiscalità si dimostra sempre più inadeguato a perseguire.

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