Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Parliamo di evasione fiscale

Evasione fiscale Evasione fiscale

di Renato Gatti

Premessa

I due atteggiamenti di destra e di sinistra rispetto all’argomento “evasione fiscale” si possono sintetizzare nei due slogan: “pagare meno per pagare tutti” dice la destra; “pagare tutti per pagare meno” dice la sinistra.

Il primo messaggio, quello della destra ha avuto un grosso successo elettorale nella recente consultazione in Umbria e sembra avere molte adesioni tra i cittadini, promettendo: meno tasse da subito, atteggiamento comprensivo per gli evasori di sopravvivenza e non solo, praticando condoni e sconti, difendendo senza remore il popolo delle partite iva, indicando l’evasione solo nei grandi evasori, sostenendo addirittura la negatività di azioni antievasione.

Il secondo messaggio, quello di sinistra sembra presentare una “consecutio” più ragionevole, ma rimandando la riduzione delle imposte all’esito positivo di pratiche antievasione, e minacciando un irrigidimento delle sanzioni penali, gode di molto minor favorevole accoglimento, collegato anche ad una minor capacità di comunicazione che, ad esempio, non esalta la più grossa riduzione delle imposte nella storia repubblicana, prevista dalla finanziaria per ben 23 miliardi di euro.

Comunque quello che serve per poter giudicare è, ovviamente, la conoscenza dei dati del problema; con questo scritto cerco di dare un contributo in tal senso.

La grande evasione

Quando pensiamo ai giganti degli operatori in rete, quali Google, Facebook, Tweet etc. che con i loro fatturati miliardari non pagano imposte al nostro erario, faremmo un errore a considerare questo fatto come una evasione, infatti il comportamento fiscale dei giganti della rete non infrange le leggi esistenti, anche se da un punto di vista sostanziale non si può negare l’evasione di fatto ottenuta attraverso azioni di dumping e di arbitraggio fiscale. Il problema sta nella novità della produzione di redditi fatti tramite la rete che la nostra legislazione non contempla, essendo il concetto di “stabile organizzazione” inadeguato allo scopo. Il problema non ha solo una dimensione nazionale ma dovrebbe essere affrontato a livello europeo, cosa complessa anche a causa di posizioni da “paradiso fiscale” messe in atto da alcuni paesi europei.

L’Italia comunque, grazie all’on. Boccia che ha presentato la prima proposta di legge per coprire questo vuoto legislativo, dal primo gennaio 2020 tasserà i colossi del web con una imposta pari al 3% del loro fatturato a clientela italiana. Ecco che allora si risponde ai diversivi della propaganda della destra che tra l’altro, nella scorsa legislatura, non hanno affrontato questo tema. Come accennavo sopra, esiste una concorrenza tra i paesi europei, un dumping fiscale che andrebbe superato in una Europa che seriamente volesse occuparsi di una convergenza dei paesi membri. Esistono paradisi fiscali in Irlanda, Olanda, Lussemburgo che permettono una elusione fiscale che danneggia le economie degli altri paesi europei. Una seria politica europea dovrebbe operare su questi temi oltre che atteggiarsi ad occhiuto ragioniere nell’esame dei bilanci dei singoli stati. Nel 1997 il Governo italiano aveva proposto il CCCTB (Common Consolidated Corporate Tax Base) teso a costruire una tassazione europea per i colossi mondiali e quindi ripartire fra i paesi la tassazione operata su base europea. La proposta tradotta in bozza di direttiva è rimasta a tale stadio per l’opposizione dei paradisi fiscali europei. In questi settori l’Europa sta denunciando la propria senescenza sterile. La mancata approvazione di una direttiva in questa direzione non permette di affrontare una evasione fiscale pari a un importo tra i 75 e i 180 miliardi, la cui quota italiana si aggirerebbe sui 10-20 miliardi. Si potrebbe nel frattempo non ammettere la deducibilità per costi addebitati da società collegate che fatturano royalties ed operano in paesi ( ad esempio il Lussemburgo di Juncker) ove i proventi da royalties sono esentati dalle imposte.

Esiste inoltre una evasione di legge, un modo di calcolare le imposte cioè, che genera minor gettito di quello che ci si potrebbe attendere (non parlo qui di “agevolazioni fiscali” tipo ACE, industria 4.0, detrazioni e deduzioni che vanno invece visti come un modo in cui il gettito fiscale viene redistribuito tra i contribuenti). Tipica di questa evasione legale è il regime dei forfettari che sono esentati dall’iva per cui il valore aggiunto di questi contribuenti non genera gettito. Ma quel che è peggio è che questi contribuenti sono pure esentati dalla fatturazione elettronica uno degli strumenti più efficaci di cui il fisco si sia dotato per contrastare l’evasione fiscale. Questa categoria gode poi di incredibili strumenti di elusione, tramite apertura di nuove partite iva e ricollocazione dei fatturati ovvero tramite il cosiddetto sistema delle porte girevoli.

I dati del fenomeno

Premetto che i dati che riportiamo sono attinti da fonti ufficiali (Istat e Agenzia delle entrate in primis) quindi obiettivi e difficilmente contestabili.

Cominciamo ad esaminare la composizione del PIL per settore economico:

            SETTORE                          MILIARDI DI €                          %

           Servizi……………………………………….. 1.250 ………………………………….. 73

           Industria………………………..…………     310 ………………………………….. 19

           Costruzioni…………………… ………..       90 …………………………………..   5

           Agricoltura………………………  ……..       50……..…………………………..    3

           TOTALE………………………………..…..  1.700…….…………………………… 100

Questa composizione ci rivela la grande preponderanza del settore servizi sugli altri settori economici, dandoci quindi l’idea di come orientare la ricerca del fenomeno dell’evasione fiscale. E’ pure significativo tentare una comparazione tra il gettito fiscale per “classe” e corrispondente quota di costruzione del PIL, questo approccio ci aiuta a capire in che misura le classi sociali contribuiscano a finanziare le entrate dello Stato ( esaminaremo altrove in che misura avviene la ricollocazione delle entrate dello stato alle stesse classi sociali, avendo quindi una sintesi del fenomeno redistributivo, della sua equità, sulla sua efficacia).

Da un conteggio sintetico effettuato a livello delle imposte dirette, possiamo elaborare il seguente schema:

  • Composizione del PIL:

il mondo del lavoro, dipendente ed autonomo contribuiscono alla creazione del PIL per circa 799.000 mil/€ ovvero per il 47%

le altre attività produttrici di redditi di capitale (profitti e interessi), rendite, royalties etc. contribuiscono per 901.000 mil/€ pari al 53%.

  • Le imposte dirette (l’irpef di lavoratori dipendenti e autonomi) ammonta a 180.004 mil/€ pari al 73% delle imposte dirette, suddivisi tra 144.342 dei lavoratori dipendenti pari al 58% delle imposte dirette e 35.662 mil/€ dei lavoratori autonomi pari al 15% delle imposte dirette;
  • Gli altri redditi producono 68.531 mil/€ pari al 27% delle imposte dirette così ripartite (Ires 35.251, Irap 20.587, Fitti 2.361, Capitale 1.308 e Interessi 9.024)

Riassumendo abbiamo che le imposte dirette incidono come segue:

Settore……….Redditi in mil/€…..% redditi…….Imposte dirette mil/€… % imposizione

Lavoro…………….799.000……………47%.................180.004………………………73%

Non lavoro……..901.000……………53%....................68.531……………………..27%

Totale…………..1.700.000…………100%..................248.535…………………...100%

 

I dati dell’evasione

La nostra ricerca è basata sui dati riportati dall’Istat nel rapporto presentato in occasione della redazione del NADEF e relativi all’anno 2017. Tale rapporto elabora le stime di evasione operando sia col criterio “bottom up” che con quello “top down”, partendo cioè, in un caso da un approccio che parte dai dati disponibili presso l’Agenzia delle Entrate, nell’altro approccio dai dati della contabilità nazionale.

Sono ritenuti settori che non evadono quelli finanziari (sostitutive sui redditi, ritenute su interessi, altri redditi di capitale, sostitutive sui redditi da capitale, riserve rami vita assicurazioni e plusvalenze) in quanto le caratteristiche delle stesse mal si prestano alla realizzazione di manovre evasive o elusive. Trattandosi di redditi che sono accertati dai sostituti d’imposta i quali operano la detrazione e la versano all’erario, non si vede come i sostituti potrebbero mettere in azione manovre evasive o elusive.

Questo approccio è condivisibile, tranne in un caso. L’Istat, stima fra le altre le evasioni IRES cioè l’evasione derivante da infedeli dichiarazioni fatte dalle società di capitale. Determinato l’imponibile non dichiarato, l’Istat applica l’aliquota IRES (oggi del 24%, precedentemente del 27,5% e ancor prima del 33%) e determina l’Ires evasa. Quello che l’Istat non calcola (o almeno così a me pare leggendo il rapporto) è l’imposta che i percettori dei dividendi avrebbero dovuto pagare se le dichiarazioni Ires fossero state fedeli e l’utile fosse stato distribuito, fatto che non viene rilevato nel caso di evasione. Se la dichiarazione infedele avesse dichiarato 1.000€ di utile imponibile in meno, l’Ires evasa ammonta a 240€ ma il dividendo (1.000 – 240 = 760) comunque distribuito, avrebbe dovuto pagare il 26% ovvero 198€ non rilevati dall’indagine Istat.

L’indagine Istat rileva due tipi di evasione (in verità sarebbero tre se considerassimo l’evasione derivante da errori nella compilazione delle dichiarazioni, fenomeno per altro non marginale), ovvero l’evasione derivante dal nascondere in parte o in toto i redditi imponibili (detta assessment gap) e l’evasione dovuta al mancato versamento di quanto dichiarato (collection gap); ovviamente da un punto di vista legale la prima evasione è molto più grave della seconda che in verità si riconosce debitrice anche se non ottempera all’adempimento del versamento (per difficoltà finanziarie o in attesa del prossimo condono).

Vediamo i dati:

Contribuente            assessment    collection     pagato   potenziale   evasione%

Autonomi………………...31.314…………1.712……….15.399……48.425………..….68%

Lavoro nero…………..…..4.846………………..0……………….0………4.846……....…100%   

Dipendenti………………………..0………....……..0…….144.342….144.342…….……...0%   

IRPEF………  …….36.160……….1.712…..159.741..197.613………19%

IRES…………………………..5.693…………..1.125………27.968…....34.786……………19%

IRAP………………………….4.534…………..1.175…….…21.738…....27.447…………...21%

INTERESSI………………………..0…………………0……….…9.024……...9.024………………0%

PLUSVALENZE………………….0…………………0………...1.308…......1.308…..…………0%

CEDOLARE……………………….0…………………0………....2.361…..….2.361……………..0%

 DIRETTE….........46.387….….4.012…...222.140...272.539…..…..18%

IVA………………………..25.943…………..8.884……..96.596….131.423…………..…27%

IMU TASI………………………..0………………….0……..17.128…....17.128………………0%

ACCISE……………………………0………………….0……..74.248…..…74.248…………..…0%

ALTRE…………………………….0………………….0………53.867…..…53.867……………..0%

INDIRETTE……..25.943…..….8.884…241.839….276.666……….….12%           

TOTALE…...…….72.330….…12.896…463.839…..549.205…….……16%

(le cifre sopra riportate non tengono conto delle addizionali locali che porterebbero l’evasione a circa 109.000 milioni)

Sommarizzando l’evasione si concentra:

          Settori………………………………………….. % evasione sul potenziale……% su evasione totale

  • IRPEF dei lavoratori autonomi…….……….………….68% …………………………..39%
  • IVA…………………………………………………………...……….27%.........................41%
  • IRES E IRAP……………………………………………….……..20%.........................15%
  • LAVORO NERO………………………………….………..….100%...........................5%
  • TOTALE………………………………………..….16%......................100%

Appare evidente che la lotta all’evasione va concentrata sui redditi da lavoro autonomo per IRPEF E IVA, notando che la fatturazione elettronica ha abbattuto notevolmente l’evasione B2B e va ora estesa all’evasione B2C utilizzando il metodo dell’imposizione marginale con mark-up forfettario per categoria; su IRES e IRAP concentrando l’azione accertatrice dell’Agenzia delle entrate; sul lavoro nero (da individuarsi nello stesso settore del lavoro autonomo), a questo proposito è più di una coincidenza che dei 5 milioni di poveri solo 2 milioni abbiano richiesto il reddito di cittadinanza e i lavoratori in nero risultanti all’Istat siano esattamente 3 milioni.

La campagna politica delle destre a difesa delle partite iva appare in tal modo totalmente strumentale finalizzato a acquisire consenso elettorale tramite fiscalità e quel che è peggio favorendo il nanismo imprenditoriale e la polverizzazione delle attività, fenomeni estesi in modo abnorme nel nostro paese e che non costituisce la soluzione dei nostri problemi ma costituiscono, al contrario, una palla al piede allo sviluppo del sistema produttivo e alla crescita della produttività.

La flat tax

Si è assistito, negli ultimi anni, ad un abbandono dell’imposizione progressiva pur prevista dalla nostra costituzione, e ad uno spostamento verso forme di flat tax (sugli affitti, sui redditi e plusvalenze di capitale) ed a una riduzione dell’imposizione sulle imprese (l’IRPEG/IRES  è scesa dal 33% al 27,5% e poi ancora al 24% inoltre sono presenti agevolazioni previste dall’ACE; l’IRAP ha modificato di molto la sua base imponibile deducendo dalla stessa prima i contributi previdenziali sul lavoro e poi in toto la componente lavoro; l’IRPEF del lavoro autonomo è stata sostituita da un regime forfettario molto più favorevole). L’imposizione progressiva è rimasta per i soli lavoratori dipendenti, i pensionati ed i lavoratori autonomi con fatturato superiore ai 65.000€. Alla base di questi mutamenti vi è un diverso sottostante paradigma culturale ed ideologico seguito alla crisi del keynesismo ed all’affermarsi di una visione neo-liberista per cui minori aliquote marginali o flat tax sono privilegiate con il presupposto di una maggiore libertà di lavorare, risparmiare, investire. Minori imposte sull’economia creerebbe le condizioni per una maggior crescita che beneficerebbe, scendendo a cascata anche sui redditi da lavoro, l’intera comunità: è la filosofia del trickle down.

Filosofia che si dimostra fallace se si guarda ad esempio l’esperienza della cedolare secca sugli affitti. Il guadagno di gettito ottenuto con l’emersione grazie alla cedolare non è stato sufficiente a compensare le perdite per le agevolazioni fiscali godute dalla platea dei contribuenti non evasori, che in precedenza assoggettavano a Irpef i canoni percepiti. La lezione da tenere a mente, anche alla luce delle proposte di riforma fiscale, è che l’allargamento della base imponibile che si realizza con l’introduzione di una flat tax potrebbe non essere sufficiente a renderla compatibile con i vincoli di gettito. Secondo La voce.info, la perdita di gettito cumulata provocata dalla cedolare nel periodo 2011-2017 è stata di 11,2 miliardi di euro.

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