Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Sotto l'albero europeo. La riforma del MES

MES MES

di Renato Gatti

Premessa

Nel mese di dicembre è scadenzato l’esame ed eventuale approvazione della riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), è una riforma abbastanza seria che non sarebbe bene che l’Italia prendesse sottogamba, cosa che purtroppo ha fatto altre volte. Ma veniamo al MES: nasce dalla trasformazione del FESF (Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria) ed ha lo scopo di fungere da “lending of last resort” ovvero intervenire o dichiarare di voler intervenire contro la speculazione che mette sotto attacco i titoli di un qualsivoglia stato europeo aderente.

Con una dotazione di 704 miliardi, di cui 80 effettivamente versati dagli stati aderenti ed il resto da versare alla bisogna, può, emettendo obbligazioni (a tassi convenienti e con scadenza a 45 anni), ampliare di molto le armi per intimorire o intervenire contro la speculazione. Si noti che i paesi aderenti versano ed impegnano la loro quota non sulla base del rischio che i singoli paesi corrono (misurabile anche dallo spread) ma in funzione del PIL e della popolazione; per cui la Germania, il paese meno rischioso, paga più di tutti gli altri (26.9%), l’Italia paga invece il 17.8%.

Il MES, fondo salva stati, è intervenuto in passato in aiuto di Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro con prestiti accompagnati da “Memorandum of Understanding”, documento che contiene il dettaglio delle misure di politica economica che i prestatari si impegnano a realizzare entro date tassative.

Il MES è un organismo intergovernativo ma non comunitario, ciò significa che le decisioni vengono prese dai singoli paesi partecipanti e non da istituzioni europee; l’ipotesi di trasformare il MES in organismo Europeo non è parte della riforma in approvazione che, al contrario, aumenta i poteri del MES svincolandoli dall’intervento della Commissione Europea che potrebbe cedere a posizioni politiche rispetto a regole che si vogliono esclusivamente tecniche.

Le principali riforme

La riforma sposta decisamente l’asse della decisione e della modalità di intervento dalla Commissione Europea al MES. Gli equilibri politici che guidano la Commissione, esulando da chiare regole tecniche non bypassabili, porta talora, come è stato nel passato, a decisioni “politiche” e taluni paesi, fidando sulla comprensione politica della Commissione non hanno rispettato gli impegni presi né realizzato i provvedimenti per i quali si erano impegnati, la riforma del MES parla esplicitamente di “regole formali che non hanno funzionato” (1) e di paesi che “hanno continuato a accumulare debiti la cui sostenibilità nel tempo è sempre più dubbia”.

La sostenibilità preventiva.

Si propone che il paese che chiede aiuto al MES debba ristrutturare preventivamente il proprio debito se questo non è giudicato sostenibile dallo stesso MES. La ristrutturazione diventa cioè preventiva, inibendo l’accesso ai finanziamenti se non attuata. “Si danno gli aiuti ma, condizionandoli a una ristrutturazione del debito, si evita quell’effetto di moral hazard che, secondo alcuni, sarebbe il motivo di fondo per il quale i politici di alcuni paesi non hanno fatto l’aggiustamento di bilancio. L’idea dunque è che prima di fare operazioni che comportino condivisione di rischi (…) occorre indurre i paesi devianti a ridurre i rischi”.

Individuare nell’Italia il paese deviante e nella Germania chi insinua il moral hazard non è arrischiato, e qualora la riforma passasse, qualunque decisione di fornire assistenza a un paese membro deve essere assoggettata ad una DSA (analisi di sostenibilità del debito).

Ai paesi il cui debito viene giudicato sostenibile, colpiti da shock esogeni viene aperta una linea di credito precauzionale (PCCL) a fronte di una semplice lettera di intenti, mentre ai paesi che non soddisfano tutti i requisiti viene concessa una linea di credito precauzionale rafforzata (ECCL) a fronte della sottoscrizione di un vero e proprio dettagliato Memorandum of Understanding che può prevedere una preventiva ristrutturazione del debito. Entrambe le linee di credito vengono concesse solo a paesi che non sono sottoposti a procedura di deficit eccessivo e che da almeno due anni rispettano i criteri del Patto di Stabilità e Crescita.

Le clausole di azione collettiva (CAC)

In tutti i titoli di nuova emissione dovranno essere introdotte delle CAC “single limb” che facilitino la ristrutturazione dei debiti pubblici. Le norme europee di ristrutturazione prevedono l’assenso della maggioranza qualificata dei creditori per ogni emissione di titoli. La clausola “single limb” prevede che la votazione sulla ristrutturazione non avvenga più per ogni singola emissione ma raggruppi tutte le emissioni fatte con quella clausola in un unico giudizio da parte dei creditori. La clausola di single limb aggregation consentirà di ristrutturare un debito sovrano anche senza raggiungere la percentuale di adesione su ogni singolo bond. Sarà sufficiente raggiungere la percentuale su un unico bond per coinvolgere anche i rimanenti. Tale clausola  penalizzerebbe non poco i nostri BTP, che essendo tanti e in tante mani diverse rendono difficile l'applicazione delle CAC "normali".

Ricordo che da qualche anno i titoli emessi portano la CAC per cui, in caso di ridenominazione della moneta, ovvero nel caso in cui dovessimo tornare alla lira, i titoli stessi alla scadenza vanno rimborsati in euro, vanificando quindi ogni tentativo furbesco di truffare i sottoscrittori di titoli.

Considerazioni

Il problema del debito continua ad essere il punto debole del nostro paese, promettiamo ogni volta di diminuirlo, e ogni volta non rispettiamo le nostre promesse; le organizzazioni internazionali e i mercati continuano a credere alla nostra capacità di ripagare il debito (lo spread regge) ma è evidente che basterà un nonnulla (anche la caduta di questo governo) perchè la sfiducia dilaghi contagiosamente sui mercati. “Nelle previsioni base della Commissione Europea il debito aumenterebbe di altri 10 punti di PIL in meno di un decennio; secondo il Fondo Monetario, il debito sarebbe oltre il 160% del PIL nell’arco di un quindicennio.Per chi osserva dall’estero, queste proiezioni hanno un certo grado di realismo, anche alla luce del fatto che nessun partito politico è disposto ad ammettere che per mettere in sicurezza il paese occorrerebbe – come sostengono le organizzazioni internazionali e la Banca d’Italia – un avanzo primario del 3,5-4% mantenuto per molti anni a venire. Nessun partito accetta di essere etichettato come il partito delle tasse e nessuno ha nemmeno ipotizzato tagli di spesa nell’ordine di quelli che sarebbero necessari. Peraltro, chi propone tagli di spesa lo fa, tipicamente, per far spazio ad altre spese (istruzione, sanità, ricerca ecc.) e chi propone misure per il recupero dell’evasione fiscale si preoccupa sempre di aggiungere che ad ogni euro di recupero deve corrispondere un euro di riduzione a favore dei contribuenti in regola. Il debito sembra essere dunque sparito dal discorso pubblico”.

Queste preoccupazioni di stampo haeckiano, come ovvio, guardano sempre e soltanto al numeratore del saggio debito/PIL, e non considerano, a mio parere, il disastro che comporterebbe sul nostro paese un avanzo primario del 3,5-4% per molti anni a venire. La proposta riforma porta, come abbiamo visto, ad allontanare la politica nelle decisioni, per introdurre algoritmi apparentemente neutrali ma sostanzialmente  e pienamente ordo-liberisti che si concretizzano nella preventiva ristrutturazione del debito, provvedimento che “sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in applicato a milioni di persone che hanno dato fiducia allo stato comprando titoli del debito pubblico. Sarebbe un evento di gran lunga peggiore di ciò che l’Italia ha vissuto negli ultimi anni a causa dei fallimenti di alcune banche”

Conclusioni

Non sarò certo io ad avere la ricetta per risolvere un problema che ci portiamo avanti da troppi anni, tuttavia mi sento di poter avanzare tre proposte finalizzate al miglioramento della situazione.

Imposta patrimoniale finalizzata alla riduzione del debito. Questa proposta parte dalla considerazione che, visto asetticamente viviamo in un paese che crea in contemporanea, quasi come effetti causali connessi, da una parte debito, dall’altra aumento della disuguaglianza. Se un meccanismo del genere non può andare avanti, una imposta patrimoniale da sola correggerebbe i due fattori: diminuirebbe il debito e farebbe scendere l’indice Gini, senza considerare poi, ma sarebbe un grosso segnale a chi ci presta i soldi, che una mossa del genere creerebbe immediatamente fiducia sulla volontà e sulla capacità del nostro paese di, se non risolvere, almeno affrontare il problema.

Metodo Werner. Premetto che i titoli di Stato sono posseduti da Banca d’Italia per il 15%, dalle banche per il 29% e dalle assicurazioni per il 21%, dalla BCE 15%, da investitori esteri 15% e dalle  famiglie italiane 5%. Quindi i titoli di Stato sono per una grossissima parte in mano al sistema bancario e assicurativo (15+29+21=65%), se allora detti titoli fossero riacquistati dallo stato, con pari importo di prestito trentennale a tassi convenienti, erogato dagli istituti detentori dei titoli così azzerati, si eviterebbe la quotazione sui mercati della maggioranza dei titoli di stato (smantellando il pericolo spread) e il ricorso a cadenze ravvicinate all’emissione di nuovo debito. (Per approfondire vedasi il mio articolo DEBITO PUBBLICO E SPREAD su questa rivista)

Moneta fiscale. La riduzione del saggio di debito va operata soprattutto a livello di denominatore ovvero aumentando il PIL; l’esperienza di ogni anno che si vive quando si vara la finanziaria, vede il contenimento del deficit ottenuto tagliando gli investimenti produttivi, quegli investimenti cioè che mettono in moto il moltiplicatore più elevato e che quindi più di ogni altro intervento hanno effetti positivi sul PIL. O si riesce a far passare in Europa la golden rule di Delors, o  si riesce cioè a escludere dal conteggio del deficit gli investimenti in modo da poter innescare un aumento sensibile del PIL o si ricorre alla Moneta fiscale, l’unico strumento che, nel rispetto delle regole europee, è in grado di permettere l’incremento di investimenti produttivi senza intaccare il deficit e il debito. (Per approfondire vedansi i diversi articoli apparsi su questa rivista).

Rimane comunque essenziale il lavoro dei nostri rappresentanti europei capaci di affrontare in sede europea la discussione sulla riforma del MES allargando il discorso a tutto l’approccio economico dell’Europa, che abbandoni la miope austerità che deprime e fa ristagnare tutte le economie europee, affronti il tema del General Surplus Recycling Mechanism e quello della mutualizzazione di parte dei debiti sovrani trasformati da debiti degli stati in debito europeo.

(1) Le frasi "virgolettate" sono prese dalla audizione di Giampaolo Galli presso le commissioni V e XIV della Camera dei Deputati

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