Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Per non tirare i remi in Barca, ricominciamo da 3

di Renato Gatti

Premessa

Nella recente tre giorni del Pd a Bologna, la seconda giornata è stata aperta da Fabrizio Barca che ha dato una sferzata con un intervento che, tra le altre cose tese a aiutare il partito a sfuggire al pericolo di una semplice gestione dell’esistente, ha proposto una iniziativa radicale. “Per rafforzare la protezione collettiva dei giovani, prima mossa: trasferire ad ogni ragazzo al compimento dei 18 anni, un’eredità pari a 15mila euro: un trasferimento universale, perché, per una volta, tutte e tutti siano sullo stesso piano e per accrescere la libertà di ogni giovane dalle pressioni famigliari; non condizionato, perché mira a responsabilizzare; accompagnata da un servizio abilitante, offerto attraverso la scuola e l’intera comunità sin dalla più giovane età, per riequilibrare le differenze di capacità nella futura decisione di impiego dell’eredità.

Seconda mossa: finanziare questa eredità universale in larga misura con una riforma dell’imposta sulle eredità e le donazioni ricevute, che esenti due terzi delle persone oggi annualmente soggette all’imposta”.

L’intervento sopra ricordato gronda di tutta la discussione iniziata nel 1901 sull’eguaglianza dei punti di partenza e sfociata nell’articolo 3 della nostra Costituzione (di qui il significato del titolo di questo articolo) che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Questo articolo, che possiamo definire tra i più avanzati della nostra Costituzione, riprende dalla Rivoluzione Francese i valori di “libertà e di eguaglianza”: nel primo comma afferma l’eguaglianza di fronte alla legge, ovvero la libertà formale concetto che tuttavia viene arricchito nel secondo comma con il riferimento agli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Viene quindi costituzionalizzata la libertà sostanziale che può inverarsi solo nell’eguaglianza tra i cittadini, deducendo che la libertà è funzione dell’eguaglianza senza la quale non può quindi esistere una libertà che non superi i suoi limiti formali.

Più sopra ho indicato la data del 1901 per evidenziare che il tema di cui parla Barca si ripresenta all’attenzione politica 120 anni dopo che esso è stato proposto, in Italia, a economisti, filosofi, giuristi, politici e che evidentemente dopo più di un secolo, non è ancora stato risolto: il concetto dell’eguaglianza dei punti di partenza.

Le origini del tema

Il concetto dell’eguaglianza dei punti di partenza era rivendicato dal “socialismo liberale” a partire da John Stuart Mill nel 1894, passando per Francois Huet economista belga di ispirazione cristiana, Hippolyte Colins, Emile de Laveleye, Leone Walras (leggasi al proposito su “Il pensiero economico italiano” l’articolo di Terenzio Maccabelli) che sviluppano il loro pensiero a partire dall’affermazione di Mill per cui le condizioni per una gara equa quale quella che si disputa sul mercato con la concorrenza impone una eguaglianza dei punti di partenza dei concorrenti, e con la precisazione di Walras che il fatto che tutti i concorrenti “partano dallo stesso punto e abbiano lo stesso campo di corsa non significa pretendere di farli arrivare tutti al traguardo contemporaneamente e tanto meno premiarli allo stesso modo quale sia l’ordine di arrivo”. Le caratteristiche del “socialismo liberale” sono chiaramente individuabili nella irrinunciabile competizione concorrenziale che avviene sul mercato e sul punto per il quale l’altrettanto indispensabile necessità dell’eguaglianza si intende come uguaglianza ex ante, eguaglianza dei punti di partenza; è comunque presente, come conseguenza della ricercata eguaglianza, la critica sul principio della proprietà privata o quanto meno sulla necessità di considerarne i suoi limiti.

Nel 1901, sul tema, abbiamo l’intervento di Maffeo Pantaleoni sul “Giornale degli economisti” che si scatena con un articolo dissacrante e distruttivo contro il concetto di uguaglianza di condizioni di partenza ed abbiamo il libro di Eugenio Rignano “Di un socialismo in accordo con la dottrina liberale” un testo di 500 pagine che disegna un nuovo assetto più equo del sistema economico.

Il libro del Rignano si impernia su due punti fondamentali: come rivedere la legislazione in materia di proprietà privata e come disegnare un nuovo assetto che superasse il modo di produzione capitalistico.

Sul primo punto data come premessa che l’eguaglianza dei punti di partenza crei le condizioni più favorevoli “alla massima felicità delle generazioni viventi”, l’autore individua nel diritto di proprietà vigente nell’ordinamento capitalistico il maggior ostacolo al perseguimento dell’eguaglianza dei punti di partenza ed alla realizzazione del maggior benessere. Individua di conseguenza nella riforma del diritto successorio lo strumento legislativo su cui operare avendo tuttavia presente che la semplice eliminazione del diritto successorio comporterebbe un freno allo stimolo del risparmio insito nella mentalità del il genitore che pensa all’avvenire dei suoi discendenti. Lo schema del Rignano distingue le ricchezze che derivano dal lavoro di ogni persona e che queste intendono trasmettere ai propri discendenti, dalle ricchezze che non provengano dal proprio lavoro perché ereditate o avute in donazione. Queste ultime sarebbero tassate con aliquote successorie molto basse o nulle nel primo trapasso, del 50% al secondo trapasso e del 100% al terzo trapasso. In tal modo, come scrive Einaudi nelle sue lezioni di economia sociale (supponendo una scala di aliquote crescenti del 33%) “ il creatore di una fortuna piccola o grande è libero di trasmetterla, franca d’imposta ereditaria o gravata da modeste imposte, alla generazione successiva od a scopi collettivi da lui preferiti; ed incoraggiata perciò la formazione del risparmio ed il suo investimento produttivo. Ma, a partire da questo punto, come propose un tempo l’ing. Rignano, la quota spettante alla collettività crescerebbe. Il padre, il quale ha accumulato (…) un patrimonio di 1.000.000 di lire zecchine lo potrebbe trasmettere intatto al figlio; ma il nipote od altri che ricevessero lo stesso patrimonio dal figlio, dovrebbe versare allo stato una imposta ereditaria del terzo sull’ammontare originario; il pronipote un altro terzo e col terzo trapasso il resto del patrimonio di 1.000.000 di lire zecchine finirebbe di essere tutto trasmesso all’ente pubblico”.

Il secondo punto riguarda la gestione di tutta quella ricchezza che lo stato introiterebbe con l’imposta di successione articolata come abbiamo visto al punto precedente. L’utilizzo di quelle entrate differisce completamente da quanto prevede Barca e oggi dovrebbe forse essere indirizzato verso la riduzione del debito pubblico; ma limitiamoci a quanto prevede il Rignano; egli individua tre strade: 1) ridistribuire la ricchezza ai privati, soluzione ritenuta tuttavia atta a ridurre le disuguaglianze ma senza incidere sui rapporti tra capitale e lavoro; 2) gestione diretta da parte dello stato, troppo orientato ai principi collettivistici; 3) cessione d’uso gratuito o oneroso agli stessi lavoratori promuovendo le cooperative di produzione, creando una economia composta da: imprese di stato per i monopoli naturali; imprese a gestione cooperativistica; imprese capitaliste private.

Va sottolineato che questa rivoluzione implicita in questo nuovo quadro di funzionamento dell’economia nazionale è stata ignorata in toto negli anni successivi, accantonata se non rifiutata espressamente da politici, economisti, filosofi, sociologi. Anche all’interno del partito socialista l’accoglienza della proposta pur non essendo negativa è comunque fredda (con l’eccezione di Rodolfo Mondolfo); l’invito rivolto da Turati ai deputati socialisti di avallare la proposta Rignano in occasione del progetto di legge Giolitti per aumentare le imposte di successione non rimuove il generale scetticismo dei rappresentanti del movimento operaio. Nelle successive critiche e osservazioni ci si limiterà esclusivamente ad esaminare le modifiche al sistema successorio senza mai ampliarsi alla seconda parte del progetto Rignano ricordato d’allora in poi unicamente come una proposta di modifica delle norme successorie.

Gli sviluppi più recenti

Finora la problematica dell’eguaglianza dei punti di partenza si è soffermata sull’eguaglianza o quanto meno su interventi che la perseguano operando sulla dotazione di ricchezza per ciascun cittadino, si è posta l’attenzione sulle sole “risorse esterne”. Le differenze nelle “risorse interne” – la capacità e i talenti individuali – non vengono prese in considerazione. Questa impostazione tuttavia è stata superata per arrivare ad un concetto di eguaglianza che comprenda anche le risorse interne.

Secondo Rawls il governo deve provvedere ad una limitazione di una eccessiva accumulazione di proprietà e ricchezza al fine di garantire eguali opportunità di educazione per tutti; il governo è quindi legittimato a correggere i risultati del mercato quando questi limitino le opportunità dei cittadini, intervenendo direttamente nel modificare i diritti di proprietà, attuare quelle misure di correzione delle quote distributive per mezzo della imposizione fiscale. Ma Rawls ritiene pure che “un’eredità ineguale di ricchezza non è intrinsecamente più ingiusta di un’eredità ineguale di intelligenza” e ciò comporta un criterio riparatore nei confronti dei meno favoriti. La proposta di Rawls indica “di assegnare a ciascuno una quota uguale di beni primari – libertà e opportunità, reddito e ricchezza, e le basi del rispetto di sé – permettendo una distribuzione diseguale quando ciò sia a vantaggio di tutti” ma contempla altresì un’ipotesi di “equa uguaglianza di opportunità” che richiede per la sua realizzazione misure compensative delle differenze individuali. E’ in questa dotazione iniziale di fondi e beni primari che riscontro l’origine della proposta fatta da Fabrizio Barca.

La critica di Amarthia Sen si focalizza sulla inadeguatezza dei “beni primari” citati da Rawls a rappresentare una base informativa adeguata delle pari opportunità. Infatti quella concezione contemplerebbe unicamente l’eguaglianza delle risorse a disposizione ma sarebbero insensibili alla natura delle concrete opportunità che oltre che dalle risorse, dipendono dalle diverse condizioni in cui si trovano i singoli.

James Meade focalizza le diverse dotazioni che ogni individuo riceve dalla famiglia e le riassume in quattro voci: a) il corredo genetico ereditato dai genitori da cui dipendono le diverse attitudini e le diverse capacità degli individui, b) la ricchezza misurata in termini di proprietà di vario genere, c) l’educazione , l’istruzione e la preparazione professionale che sono fornite e finanziate direttamente dalla famiglia, d) tutta la serie di vantaggi e svantaggi legati alle relazioni sociali, a una rete di rapporti con altre persone in funzione del contesto sociale in cui si colloca la famiglia.

La distinzione fra la sorte (le condizioni cioè sopra elencate) e la fortuna (ovvero le occorrenze che determinano il risultato concreto da ciascuno ottenuto a partire dalla struttura iniziale di opportunità) sembrano ripercorrere il concetto di ricchezza ereditata e ricchezza prodotta alla base del disegno di Rignano, riportando quindi all’attualità il processo all’istituto successorio, peraltro contemplato anche dal Barca.

Conclusioni

Il governo Conte 2 ha riportato a livello ministeriale, insieme alle problematiche della famiglia, il tema delle pari opportunità prima relegato a livello dipartimentale, notiamo che la dizione “pari opportunità” sussume la versione più liberale della problematica dell’eguaglianza dei punti di partenza.

Le funzioni a cui è preposto il Ministero sono rappresentate dal coordinamento delle iniziative normative e amministrative in tutte le materie collegate alla progettazione e alla attuazione delle politiche delle pari opportunità. Cura la raccolta e l'organizzazione delle informazioni, attraverso la creazione di banche dati, nonché la promozione e il coordinamento delle attività, di verifica, di controllo, di formazione e informazione nel campo delle pari opportunità. Il coordinamento delle iniziative di studio e di elaborazione progettuali delle problematiche inerenti alle pari opportunità. La definizione di nuove politiche di intervento, di studio e promozione di progetti ed iniziative, è del coordinamento delle iniziative delle amministrazioni e degli enti pubblici sottoposti nelle materie delle pari opportunità al ministro.

Rileviamo che la mission di questo ministero si limita in modo marcato ad una interpretazione della eguaglianza nel suo aspetto formale (anche se recentemente Zingaretti ha sottolineato la necessità di dare sostanza economica all’eguaglianza delle retribuzioni fra uomo e donna) nella ricerca cioè di una coerente equiparazione dei diritti estesa a tutti i soggetti. Le discriminazioni fatte dalla destra con lo slogan “prima gli italiani” apre un fronte anti-eguaglianza che si estende dagli immigrati, agli zingari, agli omosessuali ai “diversi”. Sul fronte sostanziale ancora la destra negli anni del berlusconismo, ha ridotto ai minimi la fiscalità delle successioni; il primo passo per la creazione del mito fiscale, del “meno tasse per tutti” divenuto ormai senso comune, anche delle forze non di destra; mito che disegna l’imposizione fiscale come un male assoluto (che ricorda il vecchio concetto dell’imposta equiparata alla grandine) e non interpretato come uno dei mezzi fondamentali per realizzare, o tentare di realizzare, l’eguaglianza dei punti di partenza.

Siamo ben lontani da un approccio al tema di connotazione socialista; come scrive Renato Caputo su La città futura “le stesse aspirazioni dei diritti umani alla libertà e all’eguaglianza sino a che restano confinate, come avviene in ogni società capitalista, alla sfera politico-giuridica, nel piano della circolazione, finché vengono definite sulla base antropologica liberale dell’individuo contrapposto alla comunità non possono che rovesciarsi nel loro contrario nel riprodursi, su scala allargata, del privilegio a livello sociale nella sfera della produzione.(…) Solo mediante la socializzazione e il controllo pubblico sui grandi mezzi di produzione sarà possibile, in una società in transizione al socialismo, togliere la lacerazione fra sfera politica e sociale, fra eguaglianza giuridico-politica e disuguaglianza sociale.

Importante allora la sfida lanciata da Fabrizio Barca, tanto più importante nei nostri giorni in cui la rivoluzione 4.0 e la robotizzazione rivoluzionando la struttura del modo di produrre, si riverbererà necessariamente sulla sovrastruttura dei rapporti sociali ponendo in modo completamente nuovo gli obiettivi di libertà ed eguaglianza.

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