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L'innovazione 4.0 e la legge di bilancio 2020

L'innovazione 4.0 e la legge di bilancio 2020

di Renato Gatti

Premessa

Nelle more dell’approvazione della legge di bilancio per il 2020, voglio affrontare in questa sede il tema della rivoluzione 4.0 e di come tale tema viene sviluppato nel nostro Paese.

La rivoluzione 4.0 costituisce un vero e proprio nuovo modo di produzione, un passaggio ulteriore rispetto ai precedenti rappresentati dal fordismo e dal toyotismo. Ci stiamo avviando ad un modo di produzione in cui la tecnologia, digitale e non, rende sempre più automatizzata e robotizzata non solo la produzione immediata ma si estende a tutta la catena produttiva interconnessa in rete, coinvolgendo quindi, per esemplificare, non solo la vecchia catena di montaggio ma i fornitori a monte e l’indotto in un processo di razionalizzazione gestibile nella sua complessità. La rivoluzione merita questo termine perché determina una riduzione del tempo di lavoro diretto necessario, riduce cioè l’intervento del lavoro prima quello ripetitivo senza contenuti di creatività e successivamente anche quello più qualificato e specializzato.

Come sempre il mutamento strutturale del modo di produzione genera dialetticamente effetti sul sistema distributivo riportando in evidenza il drammatico conflitto tra le classi: quella che possiede i mezzi di produzione e quella che dispone solo di braccia per lavorare e cervello per pensare. La letteratura economica da Ricardo e poi Marx, da Sylos Labini a James Meade senza dimenticare l’apporto politico dell’”Americanismo e fordismo” di Gramsci, ha affrontato da tempo il problema del macchinismo, né possiamo dimenticare l’indagine conoscitiva su « Industria 4.0: quale modello applicare al tessuto industriale italiano. Strumenti per favorire la digitalizzazione delle filiere industriali nazionali” svolta nel 2016 dalla commissione parlamentare guidata da Epifani.

Una società dove la produzione dei beni è svolta completamente dalle macchine, dai robots dove il lavoro umano è assente pure dai compiti di controllo o di progettazione costituisce una rivoluzione epocale che può precludere a soluzioni estreme: da una parte una forma di neo-schiavismo da parte della classe che possiede i mezzi di produzione nei confronti di una massa di ex lavoratori, dall’altra parte la prospettiva di una nuova civiltà senza classi che realizza il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà.

Come i nostri governi hanno affrontato la rivoluzione 4.0

Occorre riconoscere che il governo Gentiloni ed in particolare il ministro Calenda hanno affrontato il tema della rivoluzione 4.0 con una decisa politica di agevolazioni fiscali per dare un incentivo a che le imprese si attrezzassero per adeguarsi all’innovazione. Sono state predisposte agevolazioni sotto forma di poter ammortizzare investimenti materiali ed immateriali relativi a beni digitali che utilizzassero l’Internet of Things, il cloud e cloud computing, additive manufacturing/3D printing, la cybersecurity, i big data e data analytics, la realtà aumentata, le wearable technologies e i sistemi cognitivi, automazione e robotizzazione, per importi di molto superiori al costo del bene effettivamente pagato. Non solo ma il ministro Calenda ha previsto agevolazioni per finanziare la formazione dei lavoratori ai nuovi compiti richiesti dalle innovazioni introdotte. Provvedimento quest’ultimo importante stante il pesante mismatch tra domanda e offerta di posizioi lavorative. Provvedimento questo arricchito successivamente con l’agevolazione fiscale per l’assunzione dell’innovation manager.

Il numero delle imprese che hanno usufruito delle agevolazioni 4.0, è un numero limitato facendo riscontrare un ritardo nell’innovazione delle nostre imprese; evidentemente solo quelle con una mentalità orientata verso il futuro, con più cultura imprenditoriale si sono avvalse delle opportunità offerte dal governo e probabilmente sono le stesse aziende che rendono positiva la nostra bilancia commerciale.

Il governo giallo-verde dopo non aver rinnovato le agevolazioni Calenda ha dovuto ricredersi e reintrodurle, anche se con minor incentivazione, a seguito del dissenso che si era sollevato nei centri produttivi.

Il governo giallo-rosso ha tramutato l’ammortamento gonfiato con un credito di imposta, misura tecnica di cui non è ben chiara la finalità ma che serve ad aumentare le agevolazioni, ridurre il tempo di realizzo e diffondere le agevolazioni alle PMI. Questo governo si è anche dotato di un ministro per l’innovazione di cui tuttavia, ad oggi, non si è sentita l’iniziativa.

Il comma 1 dell’articolo dela finanziaria che parla di questi mutamenti recita:

  1. Al fine di sostenere più efficacemente il processo di transizione digitale delle imprese, la spesa privata in ricerca e sviluppo e in innovazione tecnologica, anche nell’ambito dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale, l’accrescimento delle competenze nelle materie connesse alle tecnologie abilitanti il processo di transizione tecnologica e digitale, nonché razionalizzare e stabilizzare il quadro agevolativo di riferimento in un orizzonte temporale pluriennale, compatibilmente con gli obiettivi di finanza pubblica, è ridefinita la disciplina degli incentivi fiscali previsti dal Piano Impresa 4.0.

La politica industriale

Come si può facilmente dedurre dai provvedimenti presi, l’approccio alla rivoluzione 4.0 è stato interpretato puramente sul fronte strutturale con il limite evidente che la rivoluzione 4.0 consiste solo nell’acquisto di nuovi macchinari innovativi senza però interpretare questa rivoluzione come un vero e proprio nuovo modo di produzione. Tutta la complessità, la razionalità e complessità di produrre con una rete che mette in connessione tutta la catena produttiva, geograficamente distribuita in più luoghi, interessata da numerose imprese dell’indotto in modo che a partire dall’ordine del prodotto intervenga nella programmazione di tutti i pezzi e tutte le operazioni in tempo reale è una interpretazione compresa da pochi.

Riportiamo dall’indagine cognitiva della commissione Epifani sopra citata, come ad esempio significhi la rivoluzione 4.0 nel campo dell’automotive.

“Il settore dell’automotive rappresenta uno degli esempi di smart factory. Porsche Consulting, intervenuta in audizione, ha sottolineato che, per garantire una personalizzazione elevata del prodotto, la Porsche ha adottato un modello produttivo chiamato “a lisca di pesce” in cui il cliente può configurare un ordine online, personalizzando la propria vettura e poi passare in concessionaria a finalizzare l’acquisto. L´ordine registrato viene gestito da un sistema informativo centrale, che permette di sincronizzare tutte gli attori (le “lische di pesce”) coinvolti nella filiera di consegna dei componenti in linea. Ad esempio, a Corbetta, vicino Milano, la Magneti Marelli riceve periodicamente tramite EDI (Electronic Data Interchange) i programmi di produzione, e, solo 5 giorni prima dell´assemblaggio a Stoccarda, riceve via VAN (Value Added Network, rete dedicata) il “via” per produrre esattamente la sequenza di strumenti di bordo che verranno montati oltralpe. I disegni e le distinte base sono on-line su una piattaforma del gruppo, alla quale hanno libero accesso tutti i fornitori. Porsche sta quindi già sfruttando ampiamente diversi elementi di digitalizzazione dei processi produttivi in un network esteso e collaborativo: questo processo è oggi in evoluzione accelerata. La casa automobilistica si muove in questo percorso partendo dai benefici dei cosidetti stakeholders (clienti, fornitori di componenti, fornitori di macchinari, collaboratori, management interno) e su questi definisce i casi di utilizzo (i cosiddetti use-case). Le nuove tecnologie permettono un'evoluzione continua del modello produttivo descritto, non solo a fini dell´efficienza, ma anche della crescita. La profilazione del cliente, ad esempio, permette di comprendere quali accessori possono essere più interessanti per il cliente. Quindi, poco prima di iniziare a produrre, è possibile chiedere al cliente che aveva se vuole aggiungere al suo ordine un accessorio. La visione – ha concluso Porsche Consulting - è quella di integrare in una progressiva evoluzione tutti gli oggetti in una rete universale, dagli impianti agli edifici, dai prodotti ai trasporti, in maniera da identificarli e localizzarli univocamente (Internet of Things), permettendo ai sistemi di prendere autonomamente decisioni ed eseguire le conseguenti azioni.”

L’approccio dei nostri governi appare, dopo questa lettura, in tutta la sua provincialità.

Ma a livello sovrastrutturale?

Qui poi si evidenzia tutta l’arretratezza dell’approccio da bottegai attuato dai nostri governi:

  • non un programma di revisione dei contenuti della nostra scuola, da quella elementare all’Università ai centri di ricerca;
  • non un piano di riconversione serio della forza lavorativa (se non il limitato finanziamento dei corsi di formazione decisi dalle singole imprese) attuabile indipendentemente dai corsi delle singole imprese e finalizzato ad azzerare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro;
  • non una visione di come affrontare il probabile aumento di disoccupazione permanente, problema che dovrebbe essere affrontato a livello europeo concordando una contemporanea e coordinata riduzione dell’orario di lavoro.

E’ evidente che ci avviamo verso un futuro in cui i problemi occupazionali diventeranno enormi se non gestiti sin d’ora, molti esperti che proiettano sui prossimi decenni un possibile assetto sociale vedono nella diffusione di un reddito di cittadinanza universale ed incondizionato lo strumento di più probabile attuazione.

Ma non si può dimenticare l’aspetto di classe del problema: finchè i mezzi di produzione non siano socializzati è evidente la prospettiva di un neo schiavismo. Non possiamo non porci fin da subito il tema della socializzazione dei mezzi di produzione che oltrettutto essendo costituiti soprattutto di prodotti dell’intelligenza umana, sono di per sé “beni comuni” prodotti del general intellect formato dallo stato.

Gli incentivi fiscali non sono altro che un ulteriore regalo che tutti noi contribuenti facciamo ai proprietari dei mezzi di produzione, al capitale che se ne appropria per consolidare la sua egemonia.

Ai tavoli di Rimini nella convention di Socialismo XXI secolo, il tavolo di lavoro Economia e lavoro indica la strada per l’avvio della socializzazione dei mezzi di produzione: ogni incentivo fiscale, ogni agevolazione finanziata dai contribuenti deve essere trasformata da “regalo” al capitale, in partecipazione azionaria o sociale delle imprese agevolate al fine di consentire la coastituzione di un fondo sociale che attui la partecipazione del mondo del lavoro nelle imprese e che costituisca uno strumento, tra gli altri, per finanziare il reddito di cittadinanza universale ed incondizionato e che allontani il pericolo che l’egemonia del capitale ci prospetti un mondo neo schiavistico.

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