Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Demografia e rivoluzione 4.0

di Renato Gatti

Premessa

Nei prossimi 40/50 anni, l’orizzonte cui confrontarsi per impostare fin da oggi la nostra azione politica, dovremo affrontare due grandi temi: quello climatico e quello demografico. Mi soffermo sul secondo tema in quanto mi sento più coinvolto ed attrezzato con la mia formazione culturale. Pare altamente probabile un aumento della popolazione africana tale da far parlare di “bomba demografica”, ciò ci pone come problema quello delle probabili emigrazioni di massa ma, più importante, quello di mettere in moto un processo di sviluppo del continente africano che non può non riportarci alla mente la proposta di Olof Palme.

Un fenomeno inverso si presenterà in Europa e particolarmente in Italia, paese che dopo il Giappone, si avvia ad essere il più vecchio nel mondo. La scarsa natalità in Italia, pari all’1,35 per ogni donna, e il continuo aumento della aspettativa di vita, spingono l’età media vero l’alto, mentre il bilancio tra nati e morti fanno registrare una differenza negativa pari a 190.000 persone. Un andamento del genere non potrà che portare ad una diminuzione del numero degli abitanti; gli attuali 60,4 milioni di abitanti sono destinati a diventare 59,4 tra venti anni (-1,8 per cento) e 55,4 tra quaranta (-8,2 per cento).

Secondo Antonio Golini, ex presidente dell’Inps,  se un paese arriva ad avere una percentuale di ultrasessantenni pari o superiore al 30% della popolazione totale, allora quel paese – a meno di una massiccia immigrazione – raggiunge un punto di non ritorno demografico. Ebbene, se nel 2018 gli ultrasessantenni in Italia, erano 16,6 milioni, pari al 27 per cento della popolazione totale, secondo le previsioni demografiche dell’Istat il 30 per cento dovrebbe essere superato fra appena quattro anni (2023).

Le conseguenze sul sistema previdenziale

L’effetto demografico stresserà il rapporto tra lavoratori attivi e lavoratori in pensione; rapporto critico specialmente in Italia che ha, a suo tempo, scelto il sistema a ripartizione (distribuisco nell’anno tutto il gettito che introito, e come conseguenza non ho fondi accumulati) rispetto al sistema ad accumulazione (accumulo il gettito e lo uso quando chi ha versato va in pensione. Come conseguenza l’ente previdenziale diventa un investitore istituzionale). Se il rapporto lavoratori/pensionati oggi è di 3 a 2, si stima che nel 2050 il rapporto sarà 1 a 1.

Ogni anno, abbiamo visto, i decessi superano le nascite di circa 190.000 persone cui vanno aggiunti i giovani laureati e non che, dopo essere stati formati grazie alla spesa pubblica finanziata da lavoratori e pensionati, portano all’estero, gratuitamente quel capitale umano che abbiamo formato. La Banca d’Italia ha elaborato per sotto-periodi una proiezione delle conseguene del calo demografico. Nel 2041 “l’enorme massa dei baby-boomers è già in pensione da tempo, l’esercito dei capelli bianchi sale ad un terzo del totale (di cui il 32% di ultraottantenni). Sono 6 milioni in più rispetto ad oggi. Il PIL potrebbe cadere del 15% e quello pro capite del 13%.

Una politica a medio-lungo termine non può non affrontare, se ancora siamo in tempo, questo orizzonte preoccupante, ma, a quanto pare, l’orizzonte della classe dirigente attuale non va oltre al panettone di Natale.

Quali potrebbero essere i rimedi da prendere in considerazione? Marco Ruffolo su la Repubblica ne cita alcuni: “potremmo ricorrere di restare al lavoro oltre i 67 anni in linea con l’allungamento della speranza di vita (esattamente l’opposto di quota 100); si potrebbe favorire una maggior partecipazione delle donne al lavoro e aumentare gli anni medi di istruzione. Sono suggerimenti corretti ma non mi sembrano in grado di riuscire a risolvere il problema.

E se cavalcassimo la rivoluzione 4.0?

Nella sua schematicità il problema è questo: la decrescita demografica ci porta ad avere pochi italiani in situazione lavorativa che debbono finanziare le pensioni di una massa crescente di ultra 65enni.

La rivoluzone 4.0 diminuisce notevolmente il lavoro necessario per produrre i beni nella quantità oggi consumate dalla popolazione italiana; se diminuisce il lavoro necessario vuol dire che servono meno persone per produrre quanto serve, ne discende che sapendo programmare e coordinare la diminuzione di cittadini in età lavorativa con la minor richiesta di lavoro necessario grazie alla tecnologia 4.0, potremmo affrontare il problema in modo più razionale e meno assillante.

Equilibrando la diminuzione dei lavoratori disponibili e quella del lavoro necessario si sarebbe in grado di produrre comunque tanta ricchezza quanta ne viene prodotta oggi, si tratterà però poi di redistribuirla anche tramite un reddito o pensione di cittadinanza incondizionati e universali.

Certo occorre che la rivoluzione 4.0 non venga gestita da chi, come il capitale, non ha tra le sue finalità il benessere della nazione (o dell’Europa se pensiamo ad un partito socialista europeo) si richiede una potente azione governativa che veleggi verso la socializzazione dei mezzi di produzione, iniziando dalla proposta fatta al tavolo Economia e Lavoro della convention di Rimini, di trasformare i “regali” fatti con le agevolazioni fiscali in partecipazioni azionarie o societarie nelle imprese agevolate.

Mi pare un tema che richiede un approfondimento e che sarebbe bene affrontare coralmente nel mondo socialista.

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