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L'output gap

Output gap Output gap

di Renato Gatti

Nel cinquantenario della disputa fra le due Cambridge

Il primitivismo di Salvini

Nel programma economico della Lega c’è l’utilizzo del parametro di Maastricht del 3% del PIL quale livello del disavanzo. Il 3% vale circa 50 miliardi, importo che Salvini indica come obiettivo per finanziare il suo programma fatto soprattutto di flat tax a favore di una vastissima area di artigiani, commercianti, minimi imprenditori, a favore cioè della sua massa elettorale bottegaia. Le conseguenze del suo progetto sarebbero disastrose ma non è di quelle che voglio parlare, ciò che voglio rimarcare è che il 3% è un parametro previsto dai trattati senza alcun fondamento scientifico, così come il 60% del ratio Debito/PIL, e non è un diritto incondizionato.

A suo tempo anche Bettino Craxi, parlando dei parametri di Maastricht, ritenne che il 3% fosse troppo basso per gestire le nostre finanze. Anche in questo caso elevare il 3% ad esempio al 4% non avrebbe alcun raziocinio scientifico, come dimostra L.Pasinetti nel suo “The myth (or folly) of the 3% deficit/GDP Maastricht parameter. L’approccio scientifico per testare la sostenibilità del deficit, mette in relazione i tassi di crescita del PIL e quelli di interesse ed invece di indicare indici fissi, sviluppa un congruente modello parametrico.

La commissione europea comunque integra il criterio degli indici fissi ai fini delle valutazioni delle leggi di stabilità, adottando un ragionamento economico molto più elaborato che si definisce appunto dell’OUTPUT GAP.  

L’output gap

Questo indice si compone di due elementi: il PIL effettivo ed il PIL potenziale. Se il PIL effettivo è minore del PIL potenziale ciò significa che i fattori della produzione non sono completamente utilizzati ed è quindi possibile incentivare l’economia con interventi monetari e/o fiscali in modo da riportare il PIL effettivo ai livelli di quello potenziale. Se al contrario il PIL effettivo fosse maggiore del PIL potenziale ci troveremmo di fronte ad un rischio inflattivo, per cui il compito del governo sarà quello di raffreddare la situazione con interventi congiunturali o anche strutturali.

 La misurazione del PIL effettivo è abbastanza consolidata nell’area europea per cui non sorgono dubbi sulla sua quantificazione. Ben diversa è la situazione del PIL potenziale che, ovviamente, non è una quantità misurabile ma solo calcolabile secondo modelli che devono essere generalmente accettati dai responsabili dei paesi aderenti. In effetti i Ministri delle Finanze Europei si sono pronunciati con una lettera indirizzata alla Commissione che dice: “Il PIL potenziale non è una grandezza osservabile, ciò conferisce all’output gap una scarsa robustezza come indicatore guida per le correzioni di politica fiscale” (Costantini O. The Cyclically Adjusted Balance: History and Exegesys of a Fateful estimate” Working papers Series INET).

In Europa il PIL potenziale è stimato con il metodo della Funzione di Produzione:”The Production Function Methodology for Calculating Potential Growth Rates & Output Gaps” Economic Papers 535 European Commission, Economic and Financial affairs November 2014.

La Funzione di Produzione

Nella premessa alla metodologia seguita, gli autori precisano che il modello adottato ha “l’obiettivo di produrre un metodo a base economica per determinare la funzione di produzione che potesse essere utilizzato ai fini di sorveglianza delle politiche UE”, e tale modello doveva rispondere a tre requisiti: a) essere relativamente semplice e completamente trasparente; b) assicurare ugual trattamento per tutti i paesi dell’Unione e c) dato che le stime sono usate a scopo di sorveglianza dei budgets, è importante evitare “falso ottimismo o ingiustificato pessimismo”.

Il modello adottato è quello Cobb-Douglas che rappresenta la combinazione di fattori della produzione L (lavoro) e K (il capitale) che si combinano secondo la formula: L.@+K.(1-@), formula che prende il nome di “principio di sostituzione fattoriale”. I fattori della produzione sono misurati in unità fisiche ad esempio la misura ideale per misurare il lavoro sono le ore lavorate mentre per quel che riguarda il capitale sono usate misure che includono la spesa per strutture e macchinari sia del settore pubblico che di quello privato, ma la loro quantificazione appare tutt’altro che semplice e talora problematica.

La formula e la quantificazione dei fattori della produzione adottate dalla commissione sono di diretta derivazione dalla teoria marginalistica, fortemente contestata dalla teoria classica, o meglio dagli eredi dei classici (Smith, Ricardo e Marx) rappresentati dagli economisti della Cambridge inglese.

La battaglia tra le due Cambridge

Cinquant’anni fa, tra la fine dei ‘60 e i ‘70, scoppia la “Controversia sul capitale” tra la Cambridge inglese (Keynes, Sraffa, Garegnani e Pasinetti) e la Cambridge statunitense (Modigliani, Tobin, Solow, capeggiati da Samuelson).

La Cambridge statunitense sostiene che lavoro e capitale si comportano come due fattori della produzione le cui curve continue rappresentano le utilità marginali ed il cui punto d’incontro rappresenta l’equilibrio tra i due fattori, punto nel quale c’è il pieno impiego dei fattori stessi. Prendiamo la curva marginale del fattore lavoro,la richiesta di lavoro aumenta al diminuire del suo costo ovvero del salario w. Lo stesso succede con il fattore capitale la cui richiesta aumenta al diminuire del suo costo ovvero del tasso di interesse i. L’incontro tra la curva w e quella dell’interesse i determina l’equilibrio che garantisce la piena occupazione del lavoro e del capitale; il variare della domanda e dell’offerta di ciascuno dei due fattori determina il nuovo punto di equilibrio con cui i due fattori si combinano. Se aumenta il salario w diminuisce la domanda di lavoro spostando l’equilibrio sull’uso di più macchine; se aumenta il costo del denaro diminuisce la domanda di macchine ed aumenta la domanda di lavoro. I fattori lavoro e capitale sono quindi governati dal “principio di sostituzione fattoriale”.

L’approccio marginalistico viene contestato dal libro di Sraffa Produzione di merci a mezzo di merci pubblicato nel 1960. In questo testo si rileva che mentre il lavoro può essere misurato con parametri fisici semplici, il capitale è composto da svariati beni diversi e riaggregabili solo sotto forma matriciale e valorizzato con i prezzi di ciascun bene. Ma questi beni, essendo a loro volta dei prodotti, dovrebbero essere valorizzati con quei prezzi che sono l’incognita che si cerca di trovare risolvendo l’equazione. Il loop porta all’incertezza dell’equazione marginalista di cui risulta quindi inadatta l’applicazione nella teoria economica. Inoltre la formula marginalista non tiene in alcuna considerazione la produttività dei vari beni capitali che possono essere utilizzati nel processo produttivo; dimostrano Garegnani e Pasinetti che a parità di saggio di interesse e a parità di prezzo due beni capitali possono includere una diversa tecnologia che rende l’uno più produttivo dell’altro, rendendo quindi necessario il dover tener conto del “ritorno delle tecniche”(reswitching), cosa che la formula marginalista è incapace di fare. Ma il lavoro di Garegnani e Pasinetti introduce anche il tema della “inversione dell’intensità capitalistica” (reverse capital deepening) per cui al variare dei livelli produttivi una combinazione tecnologica più produttiva fino ad un certo livello, può divenire meno produttiva, ad altri livelli, di una altra diversa combinazione tecnologica, mentre può ridivenire più produttiva ad un livello ancora maggiore.

Dimostrata l’insicurezza del principio di sostituzione fattoriale, si dimostrò anche che il saggio di interesse era ininfluente nella determinazione della combinazione tra lavoro e capitale, essendo invece influente il rapporto tra costo del salario e il costo delle macchine (considerata la relativa produttività) e l’aspettativa sui livelli della domanda: un ritorno ai classici, all’effetto Ricardo S/Pma (salario e prezzo delle macchine) proposto dallo stesso nel capitolo XXXI della terza edizione dei suoi principi “On machinery” e all’effetto Smith, come ricordato da Paolo Sylos Labini.

La Contesa fra le due Cambridge ha termine con la resa della Cambridge marginalistica quando Samuelson ammise con uno scritto, alla fine di un simposio, che “la parabola marginalista secondo cui la riduzione del tasso dell’interesse avrebbe condotto all’adozione di tecniche più indirette, più produttive o in qualunque senso a maggiore intensità di capitale, non può essere ritenuta valida”.

Governare economicamente l’Europa   

Paolo Sylos Labini, nel capitolo “Il modello di Sraffa e il processo di sviluppo” nel suo “Torniamo ai classici” Laterza 2004, sostiene che “non ha senso assumere il valore del capitale K come dato, ma è proprio questo che fanno i marginalisti con la funzione Cobb-Douglas”.             L’autore, dopo aver concluso che “a questo punto, si potrebbe sostenere che la funzione Cobb-Douglas non ha alcun senso e va scartata”, propone come alternativi i modelli di: Kalecki, che introduce il progresso tecnico; Pasinetti, che si fonda sull’analisi dei settori verticalmente integrati oltre ad introdurre il progresso tecnico; Harrod-Domar, che tuttavia dimentica l’aumento della produttività. Conclude l’autore, che il modello adottato se non affronta il tema della riproduzione allargata lascerà spazio alla teoria marginalistica cosa che non si può ritenere in alcun modo augurabile.

Il modello adottato in Europa, pur tenendo conto in qualche modo dell’efficienza dei beni capitali, è esattamente quello di Cobb-Douglas, con tutte le riserve e limiti che abbiamo sopra esaminato. Occorre anche evidenziare che le finalità dichiarate dalla commissione sono puramente di vigilanza, escludendo quindi ogni elemento di politica economica che i Paesi volessero mettere in piedi, ma limitando l’esame ad un ragionieristico controllo di indici e parametri. Ciò è ancora più grave a seguito delle recenti variazioni al MES che, pur essendo un trattato intergovernativo e non comunitario, adotta il rigido controllo di tali indici e parametri ritenendoli asettici e non aggirabili da considerazioni politiche o peggio dall’azzardo morale. Quello di ritenere indici e parametri come asettici assume come obiettivamente indiscutibili dati che invece sono il genuino risultato di convinzioni teoriche partigiane; il modello Cobb-Douglas ne è l’esempio lampante.

Occorre peraltro ricordare che, tra gli altri, c’è il parametro che indica il livello di disoccupazione da ritenersi strutturale, in quanto se fosse forzatamente ridotto non farebbe altro che innestare fenomeni inflattivi; stiamo parlando del NAWRU (Non Accelerating Wage Rate of Unemployment). Lo ricordiamo perchè tale parametro deriva direttamente dalla stima del PIL potenziale, con i limiti che abbiamo visti. Ricercare, con manovre politiche, un tasso di disoccupazione inferiore a quello indicato dal NAWRU non comporterebbe alcun beneficio ma risulterebbe solo come una stortura inflazionistica.

Le stime della UE e quelle dell’OCSE

Alle perplessità sul piano teorico che fanno dubitare dell’adeguatezza del modello Cobb-Douglas, si aggiungono quelle relative al concreto calcolo dei parametri chiave. Infatti se guardiamo i dati UE e i dati OCSE abbiamo significative differenze nel calcolo sia dell’Output Gap che del NAWRU (che per l’Ocse si chiama NARIU - Non accelerating inflation rate of unemployment).

I dati del NAWRU/NAIRU sono riportati nella seguente tabella:

Anno

2013

2014

2015

2016

Effettivo

12.1

12.7

12.4

12.4

NAWRU

10.3

10.8

10.9

11.4

NAIRU

8.8

9.0

9.1

9.2

Nel 2021, secondo l’UE, il NAWRU e il tasso di disoccupazione effettivo coincideranno al 9.8%, sarà allora inutile, anzi dannoso, tentare qualsivoglia impulso esogeno per diminuire quella disoccupazione con la quale dovremmo convivere.

Per quanto riguarda invece l’Output Gap secondo l’OCSE esso è negativo del 2,05%, mentre per l’UE esso è addirittura positivo facendo segnare il + 0,8%; mentre secondo i dati dell’OCSE (ed anche del nostro Paese) c’è spazio di intervento per raggiungere il PIL potenziale, secondo la UE il nostro PIL sarebbe superiore a quello potenziale e quindi dovremmo provvedere ad attuare manovre di austerità per non rischiare di innestare una tensione inflazionistica.

Quindi secondo UE con una disoccupazione al 9.8 (ovvero di milioni di persone) dovremmo fare azioni deflattive per ridurre l’eccesso di PIL effettivo rispetto a quello potenziale, il che ragionevolmente porterebbe, come sta portando, il Paese ad una stagnazione da cui non si sa come uscire. Il modello adottato dalla UE di cui è dubbia la validità scientifica, come dimostrato dalla Contesa tra le due Cambridge; che fornisce dati contrastanti come evidenziano i risultati divergenti tra UE e OCSE; che è stato costruito per finalità di vigilanza ma è adottato come unico strumento per imporre politiche di bilancio; pare decisamente contestabile.

Scrive Pasinetti “For the country concerned, the pact may entail severe costs on two counts: because it prevents expansionary policies in periods of recession and mass unemployment (as is the case at present, with unemployment in the double digit percentage range and no government worrying seriously about it, while at the same time worrying about tiny fractions of a percentage point on the public deficit/GDP ratio); and because, on the top of that, it also imposes heavy fines. I cannot see how all this could be a symbol for anything. It simply sounds foolish”.

Se il PIL potenziale determina come conseguenza una disoccupazione strutturale, come certificano, anche se con cifre differenti sia il NAWRU che il NAIRI,  ciò significa che nel sistema paese c’è un collo di bottiglia che non permette la piena occupazione del fattore lavoro, per cui ne consegue che un intervento costituito da investimenti produttivi pubblici raggiungerebbe il triplice risultato di: aumentare il PIL effettivo, avviare un incremento del PIL potenziale, ridurre la disoccupazione senza creare inflazione. E’ vero che aumenterebbe il debito, ma tutti gli investimenti si fanno a debito perchè l’investimento ben fatto sarà in grado di creare quel PIL necessario a ripagare il debito stesso e ad abbassare il ratio Debito/PIL. Nè va dimenticata l’importanza che, in questo contesto, assume la proposta dei Certificati di Compensazione Fiscale che cercano di uscire dalla soffocante stagnazione senza infrangere le norme europee. Anche la richiesta di separare il debito corrente da quello per investimenti, l’applicazione della golden rule di Delors, fa parte di una concezione programmatoria della governance europea. In fondo quando la scuola svedese, e Gunnar Myrdal in testa, elaborarono il CAB (Cyclely Adjusted Budget), lo elaborarono non certo per scopi di vigilanza, ma per simulare e testare nel medio-lungo termine le possibili opzioni economiche. Insomma un lavoro da amministratori delegati con funzioni da programmatori e non da internal auditor quali i controllori europei si dimostrano di essere.

E la rivoluzione 4.0?

Solo fasciandosi gli occhi e non voler vedere quello che sta avvenendo nel mondo, si può continuare a gestire l’Europa come si sta facendo in questi anni. Se è plausibile proiettare entro un periodo di venti, trenta anni una rivoluzione nel modo di produzione nota come rivoluzione 4.0, rivoluzione peraltro in atto da anni che sta avanzando a ritmi sempre più accelerati, si può ben pensare che non ci sarà più nessuna politica capace di garantire la piena occupazione, al limite si può ipotizzare un mondo robotizzato dove il lavoro necessario scende asintoticamente verso lo zero. Ne deriva la necessità di pensare a come organizzare la società in tale ipotesi; se lasciarla in balia dei possessori di robots o disegnare un ruolo dello Stato che governi, per esempio con un reddito di cittadinanza universale ed incondizionato, la convivenza tra le nuove classi sociali. O, meglio ancora, metta in moto un processo di socializzazione dei mezzi di produzione che ampliando l’accesso alla gestione del processo economico renda vivibile il Paese.

Per scassata che sia, ritengo che l’Europa, con la sua cultura ed il suo bagaglio, potrebbe essere la miglior candidata a svolgere questo ruolo, chiudendo con un balzo culturale il periodo grigio che sta attraversando. 

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