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La lotta di classe esiste e l'hanno vinta le multinazionali

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di Renato Gatti

Parafrasando (e modificando) la famosa frase di Warren Buffet multimiliardario statunitense, affronto in questo articolo la situazione della guerra mondiale in atto, per ora solo a livello fiscale, dove lo strumento bellico tipico sono i dazi doganali.

I dazi doganali

Il dazio è un’imposta indiretta che si applica ai prodotti che vengono importati da uno Stato all’altro, generalmente sono calcolati in percentuale sul valore del prodotto e riscossi negli uffici doganali terrestri, nei porti e aeroporti. Il loro effetto principale è quello di far salire il prezzo del prodotto acquistato dall’estero, proteggendo quindi dalla concorrenza i beni e servizi dello stesso tipo prodotti nello Stato.

Ormai da molto tempo gli Stati cercano di evitare l’applicazione di dazi penalizzanti, per evitare ritorsioni sui propri prodotti, e ci sono anche molti accordi commerciali, che eliminano o riducono fortemente i dazi. Nell’Unione Europea per esempio vige la libera circolazione delle merci. Dal 1947 opera il Gatt, General Agreement on Tariffs and Trade, firmato nel 1947 a Ginevra, nel 1995 al Gatt è subentrato il Wto, Organizzazione Mondiale del Commercio, che si pone come obiettivo principale proprio quello dell’abolizione o della riduzione dei dazi doganali. Operano poi moltissimi trattati bilaterali e multilaterali di libero scambio: l’ultimo firmato dall’Unione Europea è il Ceta, con il Canada.

Nel 2002 l’allora presidente George W. Bush avviò una guerra dei dazi per difendere l’acciaio di produzione americana, ma l’Unione Europea rispose con una rete articolata di contromisure e Bush dovette fare marcia indietro rapidamente. La più celebre guerra dei dazi scatenata dagli Stati Uniti risale però al 1930: a farla esplodere lo Smoot Hawley Tariff Act, che fece salire i dazi dei principali prodotti importati negli Stati Uniti al 40% e poi negli anni successivi anche oltre. Le ritorsioni degli altri Paesi non si fecero attendere, le conseguenze furono catastrofiche per l’economia mondiale.

Lo scontro USA-Cina

Da quando Trump è diventato presidente degli USA, sono riprese le lotte daziarie: una specie di USA contro tutti, un chiaro sintomo della crisi del capitalismo che vede concretarsi la tendenza alla erosione del tasso di profitto. In particolare è iniziata una guerra con la Cina, paese che ha con gli USA un duplice rapporto: è il maggior esportatore verso gli Usa ed è nel contempo (e non per caso) il maggior acquirente estero di titoli del debito pubblico statunitense. Quella di finanziare il paese che grazie al finanziamento concessogli importa le tue merci è una nota operazione denominata vendor financing. Le cifre coinvolte sarebbero enormi se pensiamo a dazi del 25% su 200 miliardi di merci cinesi importate dagli Usa e se si tiene anche conto della risposta cinese che potrebbe coinvolgere un dazio di pari livello su 60 miliardi di merci Usa che approdano in Cina. Si aggiunga che nel frattempo i valori vengono modificati dalle variazioni dei cambi tra i due paesi: la svalutazione competitiva ha gli stessi effetti di un dazio doganale.

Recentemente la pace sembra essere scoppiata tra i due Paesi: pressato da una parte dalla minaccia dell’impeachment e dall’altra la vicina scadenza elettorale, il presidente Trump sembra aver trovato un accordo con la Cina. Grazie a tale accordo la Cina acquisterà beni statunitensi per almeno 200 mld di dollari in più rispetto al 2017 e si concentreranno nel settore energetico (prevalentemente petrolio e gas), nei prodotti manifatturieri, agricoli e dei servizi. In cambio gli Stati Uniti si impegnano a ridurre dal 15% al 7,5% l’aliquota dei dazi imposti su 120 mld in merci cinesi, lasciando invariata quella del 25% su altri 250 mld, destinata a essere ridotta nelle fasi successive dell’accordo.

Alla notizia dello scoppio della pace tra i due Paesi, le borse statunitensi hanno fatto registrare un balzo in su delle quotazioni dei titoli azionari, ma l’effetto sulle borse europee è stato molto meno entusiasta. La ragione di questo diverso comportamento è dovuto al fatto che la riapertura commerciale tra Cina e USA potrebbe deteriorare la bilancia commerciale europea, in quanto Usa e Cina  sono  i primi destinatari delle esportazioni dell’Ue; si calcolano in 77 mld di dollari le minori esportazioni nel settore industriale. Un numero importante, in virtù del fatto che le conseguenze del calo colpiranno prevalentemente l’industria manifatturiera dei macchinari, velivoli e veicoli.

La ritenuta sugli affitti brevi di Airbnb

Il business degli affitti brevi, i cosiddetti bed and breakfast, è esploso, anche come rimedio alla perdita di reddito dei ceti medi, nei recenti anni, e rappresenta una grossa area di evasione fiscale che il governo ha tentato di combattere. Chi esercita i bnb in nero evade le imposte, non riscuote la city tax e corre grossi rischi penali se non denuncia alle forze dell’ordine i pernottamenti degli ospiti. Una legge dello stato italiano ha cercato di combattere questa evasione richiedendo ad Airbnb (la multinazionale quasi monopolista che gestisce on line le prenotazioni e la riscossione dei fitti) di operare una ritenuta del 21% sui compensi pagati dagli host e versare detta ritenuta all’erario per conto di chi fornisce gli affitti brevi, il quale può considerare detto acconto o come cedolare secca ovvero come acconto delle imposte da pagare in base a dichiarazione dei redditi. A seguito di questa legge, evidentemente emanata senza confrontarsi con gli interlocutori, Airbnb ha sostenuto, quale soggetto giuridico non italiano, di non aver alcun obbligo di conformarsi ad alcuna legge italiana; l'Antitrust si è espressa a favore di Airbnb, considerando la norma lesiva della concorrenza, perché punisce chi utilizza i pagamenti digitali.In attesa che l'intricata vicenda giunga al termine e che sia la Corte di Giustizia Europea a esprimersi sulla legittimità della Tassa Airbnb, ad oggi, a più di due anni dall'entrata in vigore della norma che introduce la cedolare sugli affitti brevi, il gigante degli affitti brevi, Aibnb, si rifiuta di applicare la norma e di comunicare i dati all'Agenzia delle Entrate. Nello scontro Stato Italiano - multinazionali si sta profilando una sconfitta del nostro Paese, ma non è finita.

Ed ecco la web tax

Per la legge italiana sono imponibili i redditi prodotti in Italia dalle “stabili organizzazioni” operanti nel Paese. In base a tale principio tutti i proventi riscossi dalle multinazionali digitali statunitensi (ma anche cinesi) nel nostro paese, non sono imponibili; non si tratta di evasione, ma di una vera e propria “vacatio legis” cui l’attuale governo ha sopperito istituendo la web tax, una imposta del 3% sul fatturato in Italia delle imprese tipo Google, Amazon, Facebook, etc. Tale imposta decade automaticamente non appena sarà varata una imposta similare europea; anche la Francia ha adottato un simile provvedimento. A riattizzare il fuoco delle polemiche di queste ore ci ha pensato il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin che ha dichiarato che la webtax "è discriminatoria per sua natura e la tassazione internazionale è complicata. Ma se si vuole imporre una tassa sulle nostre società, allora prenderemo in considerazione le tasse sulle case automobilistiche".

E' stato poi lo stesso Trump, sempre da Davos a margine del World Economic Forum, a dare concretezza alla minaccia parlando dell'imposizione di tariffe del 25% sulle auto del Vecchio Continente, se Washington e Bruxelles non raggiungeranno un accordo complessivo sul commercio. "Fare un accordo con l'Unione europea - ha spiegato a Fox Business News - è più difficile che farlo con chiunque altro. Hanno approfittato del nostro Paese per molti anni. Tuttavia, alla fine sarà molto facile perchè se non riusciamo a trovare un accordo, dovremo applicare tariffe del 25% sulle loro auto".

Come risultato, il fisco francese ha sospeso la webtax e il ministro Gualtieri, rilevando che la tassa dovrebbe essere pagata solo a febbraio 2021, tergiversa e ritiene che ci sia il tempo per trovare una soluzione.

Conclusioni

Il governo francese e quello italiano sembrano cedere ai ricatti del presidente Trump, la resa, congiunta all’inettitudine degli apparati europei che non hanno il coraggio di prendere una posizione, sta registrando quindi la vittoria delle multinazionali nella guerra fiscale, attuale forma dello scontro di classe internazionale.

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