Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il declino della classe media

di Renato Gatti

Nel Manifesto di Marx si legge che:  "Quelli che furono finora i piccoli ceti intermedi, i piccoli industriali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato, in parte perché il loro esiguo capitale non basta all'esercizio della grande industria e soccombe quindi nella concorrenza coi capitalisti più grandi, in parte perché le loro attitudini perdono il loro valore in confronto coi nuovi modi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione."

Ma la previsione di Marx non si è avverata, anzi il ceto medio storicamente ha funzionato come maggioranza silenziosa a sostegno del sistema dominante e come cuscinetto ammortizzatore delle spinte sociali provenienti dal basso (operai, sottoproletari). Questa collocazione del ceto medio è stata costruita grazie a preveggenti azioni politiche messe in atto dal potere politico, addirittura a partire da Bismark, finalizzate a favorire l’accesso ad un maggior livello del tenore di vita di larghe fasce di proletariato, costruendo poi, nel secondo dopoguerra, il welfare state, lo stato del benessere quale modello di pacificazione equilibrata.

Marx stesso giunse a dubitare della validità sui tempi brevi delle sue previsioni. Infatti in analisi successive, egli considerò la possibilità di una redistribuzione del reddito che potesse indurre un imborghesimento della classe operaia; ma è soprattutto nei Grundrisse che Marx analizzò le conseguenze derivanti dall'aumento della produttività dovuto allo sviluppo di macchine sempre più efficienti. L’aumento della produttività realizzata grazie allo sviluppo e all’innovazione tecnologica sposta lo sfruttamento dalle braccia dei lavoratori  ai loro cervelli facendo apparire “miserabile” il vecchio sfruttamento. Ne consegue l’espulsione dei lavoratori non digitalizzati innescando nuovi processi di proletarizzazione.

Negli ultimi decenni, nel modello economico dominante si odono scricchiolii sempre più preoccupanti: dalla crisi petrolifera degli anni 70, al decollo industriale dei paesi sottosviluppati, fino alla grande crisi del 2007. Ma il fenomeno più preoccupante per la stabilità del modello economico dominante lo si riscontra nei fenomeni di polarizzazione nella distribuzione dei redditi. Tale fenomeno si riscontra da consolidati studi statistici che fanno riscontrare il contemporaneo incremento dei decili agli estremi della distribuzione a scapito dei decili intermedi. Grazie al reddito di cittadinanza e ad altri provvedimenti i decili più bassi aumentano il reddito, ma masse sempre più importanti di lavoro precarizzato cadono dai decili intermedi a quelli più bassi mentre il processo capitalistico fa incrementare il reddito dei decili più alti. Si tratta del declino del ceto medio che sta perdendo le sue sicurezze e sta lentamente slittando verso la fascia della povertà relativa. Numerosissime famiglie a reddito fisso, che negli anni precedenti, vivevano decorosamente, hanno ormai difficoltà ad arrivare alla fine del mese, e cominciano a indebitarsi. La società occidentale non si sta, forse, proletarizzando, ma di sicuro si sta scindendo in due categorie: quella dei ricchi, il cui patrimonio aumenta anche nei periodi di crisi, e quella di una vasta fascia della popolazione, maggioritaria, che vive, se non nella miseria, nell'insicurezza, nella precarietà e nella paura del futuro, costretta comunque a ridurre il tenore di vita.

Statisticamente il fenomeno viene studiato utilizzando gli indici Gini (del reddito e della ricchezza), ma con più attenzione alla versione assoluta che non alla sua versione relativa; ma soprattutto elaborando, non un indice sintetico (come sono gli indici Gini) ma diagrammi di distribuzione nel tempo della distribuzione tra i vari decili. Ne deriva una distribuzione che sempre più delinea una forma “a corna”, ovvero con l’incremento dei decili estremi e una decrescita dei decili intermedi.

Ora gli indici Gini relativi a livello mondiale mostrano una diminuzione delle disuguaglianze e ciò, soprattutto, grazie ai sostanziosi risultati di economie di paesi come la Cina e l’India che hanno ridotto in modo significativo le povertà precedenti nei due paesi. A livello europeo, invece, l’indice Gini relativo dei redditi, sta lentamente ma costantemente aumentando nel tempo, sia nei paesi scandinavi che mostrano le minori disuguaglianze (indice inferiore allo 0,29), sia nei paesi più disuguali, come l’Italia, con indice superiore allo 0,33. L’indice Gini relativo delle ricchezze fa registrare livelli ben diversi, che si aggirano per i paesi scandinavi intorno allo 0.58,  e in Italia attorno allo 0.69. Ma gli andamenti degli indici assoluti presentano una situazione mondiale e locale ben peggiore in controtendenza rispetto agli indici relativi. Per dare un’idea della differenza tra indice relativo e indice assoluto si consideri il classico esempio utilizzato a tale scopo: si diano due situazioni la prima in cui il soggetto A ha un reddito di 1 e il soggetto B un reddito di 10, mentre nella seconda situazione il soggetto A ha un reddito di 8 e il soggetto B ha un reddito di 80. Ora l’indice relativo non differisce nelle due situazioni, infatti 1/10 è uguale a 8/80, mentre in termini assoluti la differenza è tra (10-1)= 9 verso (80-8)=72.

Ora è chiaro che la polarizzazione della popolazione non è disgiunta nè dalla situazione della ricchezza nè dal modello produttivo, non è infatti accettabile la distinzione supportata da Lionel Robins tra un campo produttivo regno dell’economia disgiunto dal campo distributivo regno della politica. La modifica della struttura della distribuzione dei redditi non può non mettere in discussione non solo la distribuzione delle ricchezze ma coinvolgere anche il modo di produzione, specie in un periodo in cui l’avanzante robotizzazione rivoluziona gli assetti sociali. Quali conseguenze comporta in prospettiva questo fenomeno della polarizzazione?

Da un lato pare evidente l’insorgere di nuovi movimenti populisti che offrono una soluzione semplicistica ma attrattiva ai problemi della disuguaglianza e dell’insicurezza; predicano cioè un rinnovato nazionalismo economico e politico, un nazionalismo sovranista che parla ai perdenti nella realtà o nella percezione della globalizzazione. Nel passato quei perdenti si erano rivolti ai partiti di sinistra richiedendo loro un impegno redistributivo, ora si rivolgono ai partiti nazionalisti richiedendo loro di difendere la loro identità minacciata insieme alle loro condizioni sociali.

Dall’altro lato, da sinistra, occorre, a mio modo di vedere, evitare l’errore economicista per cui il solo impoverimento del ceto medio, il radicalizzarsi della polarizzazione, sia motivo di rendere attuale la prospettiva marxiana di una proletarizzazione globale prolusione ad una situazione rivoluzionaria. Riterrei tale impostazione troppo meccanicista e giacobina; credo invece che il concetto di “blocco storico” di matrice gramsciana sia la chiave interpretativa da prendere in considerazione per la costruzione di una “egemonia” capace di disegnare un nuovo modo produttivo e quindi distributivo. Insomma un rinnovato rapporto tra intellettuali (che sanno, poco conoscono e nulla sentono) e nuovi subalterni (che sentono, poco conoscono ma nulla sanno) potrà contribuire a costruire l’unione alternativa alla filosofia dominante. Collegare quindi le prospettive di ceti medi detronizzati e proletari espulsi dal processo produttivo, in costruttiva dialettica con intellettuali critici, farà loro prendere conoscenza del funzionamento del modello economico dominante e delle ragioni delle sue contraddizioni, unitamente alle potenzialità di una diversa proposta e azione positiva. Questa è la strada per impostare un nuovo modello di sviluppo e di distribuzione fondato sulla socializzazione dei mezzi di produzione.

Per dimostrare di quanto l’intelligenza dominante sia preoccupata dei mutamenti sociali in atto nelle nostre comunità, riporto l’estratto (mia traduzione) di una convention tenuta presso la Fondazione Rockfeller nella villa Serbelloni di Bellagio, avente per oggetto la ricerca delle cause del fallimento dell’attuale paradigma economico e la ricerca di un nuovo paradigma. Una analisi per nulla marxiana, ma che si rende conto delle criticità che il modello dominante sta presentando.

LA CONVENTION DI BELLAGIO SULLA COSTRUZIONE DI UN NUOVO PARADIGMA ECONOMICO

La crisi finanziaria globale del 2008 ha messo in luce i punti deboli del paradigma economico del ventesimo secolo. Oggi, gli Stati Uniti e altri paesi ricchi stanno vivendo una dolorosa sfida strutturale e politica congiuntamente ad un declino del tenore di vita della maggior parte delle loro popolazioni. Allo stesso tempo, la necessità di sviluppo in Asia, Africa e America Latina  è caratterizzato da estreme disuguaglianze economiche e gravi sfide collettive sui cambiamenti climatici e la distribuzione delle risorse.

Mentre il consenso si è appannato a causa delle sfide poste dalla globalizzazione, dal cambiamento tecnologico e dai cambiamenti nel panorama politico, l'economia degli ultimi tre decenni ha continuato a crescere, eppure il progresso sociale è entrato in una fase di stallo. Stiamo crescendo in modi che si sono dimostrati sempre più ingiusti, a livello nazionale e globale. E per molti aspetti anche questa crescita iniqua minaccia la qualità della vita e la salute del pianeta. Eppure pochi anni dopo la fine ufficiale della Grande Recessione, la nostra politica non è riuscita a fornire una visione per una nuova direzione, tanto meno un dibattito pubblico che potrebbe portare a qualsiasi tipo di consenso.

Miles Rapoport

Presidente, Dēmos

  • THE BELLAGIO CONVENING 2013

Perché abbiamo bisogno di un nuovo paradigma economico

I membri della riunione sono ampiamente d'accordo nell’individuare in quattro punti chiave le cause del fallimento dell'attuale paradigma economico.

In primo luogo, la crescente disuguaglianza sia all'interno che tra le nazioni. Questa disuguaglianza assume diverse forme: economica, razziale, regionale, culturale e sessuale. La ricchezza scorre verso l'alto fino alla cima, ma nel contempo le persone hanno difficoltà crescenti a trovare un lavoro affidabile e subiscono un calo di servizi sociali e condizioni di vita.

In secondo luogo, il paradigma prevalente causa danni insostenibili all'ambiente naturale. I mercati dovrebbero allocare le risorse in modo efficiente, ma sottovalutano i costi dello sviluppo predatorio. Mentre il sud globale aspira ai livelli di consumo occidentali, l'attuale paradigma esercita una scelta inaccettabile che porta alla distruzione del pianeta.

In terzo luogo, la globalizzazione del commercio è un principio fondamentale del paradigma dominante. La versione attuale della globalizzazione, piuttosto che servire a diffondere l'apprendimento culturale e le tecnologie umane, e a promuovere gli standard sociali mondiali funge da meccanismo per distruggere i pur precari equilibri esistenti. Poiché le regole della finanza e del commercio sono globalizzate, la politica democratica, che tende ad essere legata alla nazione, è indebolita. Poiché la democrazia politica è il regno dell'uguaglianza dei cittadini, l'attuale forma di globalizzazione indebolisce la società civile e rafforza l'espansione economica.

In quarto luogo, l'attuale paradigma ha promosso l'estrema finanziarizzazione della vita economica. Nell'attuale paradigma, il settore finanziario ricerca il proprio arricchimento piuttosto che svolgere il proprio ruolo di allocazione efficiente del capitale. Il sistema promuove una cultura "consumistica" perversa, dove il credito espansivo, in assenza di solidi benefici sociali e forti istituzioni del mercato del lavoro rinforza meccanismi di disuguaglianza, sia politica che economica.

Lo sviluppo postbellico

I tassi di crescita degli anni '40, '50 e '60, crearono una più ampia torta da condividere, era l'illusione di uno sviluppo naturale senza limiti. Quel mito è stato infranto negli anni '70, in primo luogo dal prezzo del petrolio OPEC, poi dalle avvisaglie dei limiti alla crescita, e infine è stato confermato dalla crisi del 2007. A questo sentiment si aggiungono le preoccupazioni sul cambiamento climatico globale. Nuove, urgenti questioni di inclusione, di giustizia sociale globale pongono la richiesta di un nuovo paradigma capace di sostituire quello attuale. Pertanto, la ricerca di un nuovo paradigma è sia urgente che stimolante.

Quali obiettivi perseguire?

Gli obiettivi indicati dai partecipanti sono: maggiore equità e inclusione; conciliare la sostenibilità con la prosperità condivisa; ruolo adeguato dei mercati finanziari; struttura e scopo sociale delle società; nuove forme di impresa e proprietà; ruolo della democrazia nella rivendicazione una società più socialmente giusta e sostenibile, nonché un più equo sistema economico.

Alla conferenza, i partecipanti hanno identificato i seguenti obiettivi che si auspica vengano perseguiti dal nuovo paradigma:

Inclusione

La crescente insicurezza della classe media lavoratrice e la mobilità verso il basso dei nuovi poveri alimentano l'estrema destra e l'ostilità per la solidarietà. Un nuovo paradigma dovrebbe contemporaneamente ricostruire la capacità dei governi di fornire ampie opportunità economiche e di sicurezza, e d’altro lato smorzare il conflitto e la diffidenza tra gruppi diversi. C'è potenzialmente un circolo virtuoso che può essere attivato. Quando gli standard di vita sono in aumento, si riscontra meno paura delle persone diverse.

Globalizzazione

Poiché il commercio si è globalizzato, le multinazionali vagano per il mondo alla ricerca delle forze di lavoro più economiche e docili. Nazioni che ricercano mercati verso cui  esportare competono tra loro per offrire i minimi salari. Mentre gli standard di lavoro globali sono deboli, le società sono riuscite a stipulare accordi commerciali e di investimento con la piena forza del diritto interno. La questione commerciale è ulteriormente complicata dal fatto che le nazioni povere resistono all'imposizione di standard sociali globali di base, che considerano come una forma nascosta di protezionismo perché gli standard interferiscono con il loro modello di esportazione basato sui bassi salari. Allo stesso tempo, i sindacati nel sud e nel nord globali non sono in grado di concordare norme che proteggano i lavoratori nelle economie emergenti.

Finanziarizzazione

La funzione del settore finanziario, in linea di principio, è quella di trovare una allocazione efficiente per gli investimenti nell'economia reale. Ma con il passaggio al neoliberismo, la finanza è stata principalmente finalizzata al suo proprio arricchimento. Il fallimento del settore finanziario ha prodotto catastrofi economiche i cui costi superano ampiamente vantaggi legati ai mercati finanziari più liberi.  Il Glass-Steagall Act, che aveva separato le banche  d’affari dalle banche commerciali è stato gradualmente indebolito ed infine è stato abrogato in modo definitivo nel 1999. Nel frattempo, le banche e le banche ombra hanno dato vita a nuovi modelli di business, come hedge fund e cartolarizzazioni, che hanno eluso altre regole e, né i regolatori, né il Congresso hanno modernizzato le regole per stare al passo con le nuove pratiche.

Ciò che è stato definito "deregolamentazione" era in realtà tre diversi provvedimenti: l'esplicita abrogazione di alcune regole (come Glass-Steagall); il rifiuto ideologico di formulare altre regole o contrastare gli abusi che richiedevano nuovi regolamenti; e una evidente corruzione nel processo di regolamentazione. Nel periodo successivo agli anni '70, i redditi erano stagnanti o in calo, ma grazie alla bolla immobiliare, i valori delle attività erano in aumento. La cartolarizzazione dei prestiti subprime ha contribuito a gonfiare la bolla. Il crescente potere d'acquisto delle famiglie era sostenibile solo in quanto gli alloggi mantenessero il loro valore sostenuto dalla bolla speculativa. Quando un lato dell'equazione è crollato, così ha fatto l'altro.  Come i valori degli alloggi sono crollati, le persone hanno smesso di essere in grado di onorare i mutui sulle loro case. Uno su sette è rimasto con un mutuo che vale più del valore della casa

Con il keynesismo, il potere d'acquisto del governo espanso può colmare la scarsità della domanda privata e investire in bisogni sociali. Tuttavia, poiché la finanza è diventata più potente economicamente, l'industria finanziaria è diventata politicamente più potente. Wall Street  preme sul governo, con successo, perchè non per aumenti le spese pubbliche ma per ridurle, al fine di ripristinare la fiducia degli investitori. Anche parziali riforme come il Dodd-Frank Act non sono state sostanzialmente sufficienti cambiare il dominio dell'economia finanziaria a spese di quella reale. Non hanno modificato il modello di business di base che si basa su profitti speculativi anzichè basarsi sul ruolo più banale dei banchieri tradizionali.

Il cosiddetto Quantitative Easing della Fed che prevede acquisti di titoli di stato per $ 85 miliardi al mese, ha inondato il sistema bancario con denaro a basso costo ma non ha spinto quei soldi a defluire in maniera adeguata nell'economia reale. Il settore finanziario, organizzato da lobbies finanziarie, sfocia in una campagna per indebolire o ostacolare l'attuazione della legge Dodd-Frank.

Mondo del lavoro e precariato

Un mantra standard nel paradigma neoliberista è che la crescente disparità di reddito e ricchezza sgocciola sui ceti meno abbienti, ma ne richiede una aumentata competenza lavorativa. Questa dinamica è aggravata dalla globalizzazione della produzione, in cui il lavoro nazionale è messo in competizione diretta con il lavoro straniero. Tuttavia, come hanno sottolineato diversi partecipanti, la maggior parte del passaggio a lavori precari è il risultato di strategie aziendali deliberate e di deregolamentazione dei mercati del lavoro, non uno spostamento nell'offerta o nella domanda di competenze dei lavoratori.  

È anche vero che man mano che la produzione diventa più automatizzata, una quota sempre crescente della forza lavoro lavorerà in un'economia di servizi, ma anche questi sono sempre più tecnologizzati e robotizzati. Sono le politiche deliberate di pagare bassi salari e condizioni di lavoro precari che hanno prodotto un mercato del lavoro che genera insicurezza e paura. Queste politiche possono e devono essere invertite. I sindacati e le altre strategie di rappresentanza dei lavoratori sono fondamentali per questo processo. Allo stesso tempo, i membri della riunione hanno anche riconosciuto che il mondo del lavoro è estremamente vulnerabile alla concorrenza oltremare e allo sfollamento tecnologico; affrontare queste sfide richiederà probabilmente una nuova accettazione di alcuni tipi di soluzioni pubbliche per l'occupazione, come la condivisione del lavoro e programmi di lavoro nazionali.

Una contraddizione evidente

È possibile e probabile, che due cose apparentemente opposte siano vere. Da una parte, l'ossessione: da parte delle economie di mercato per un consumo sempre crescente, così come misurato dalla crescita del PIL, e dall’altra il peggioramento della distribuzione del reddito. Negli ultimi quattro decenni sono scesi gli standard di vita per la maggior parte degli americani, una condizione che si è intensificata ulteriormente dopo il crollo finanziario. Così, paradossalmente, un'economia che esagera nella sovrapproduzione soffre di una carenza della domanda aggregata. Sebbene l'aumento della crescita sia stato a lungo un obiettivo di politica economica tradizionale, keynesiani e i sostenitori del libero mercato si dividono sul governo appropriato in questo sforzo. I keynesiani sostengono tasse più elevate e investimenti pubblici e deficit occasionali come stimolo economico; i free-marketeer associano una crescita migliorata a riduzioni fiscali e meno governo, e combattono il deficit da annullare con il taglio del budget di spesa pubblica.

Sostenibilità ambientale

 Ma per molti critici con una sensibilità ambientale, "crescita" come definita dal PIL è l'obiettivo sbagliato. Intanto si contesta il fatto che il PIL misuri indifferentemente attività "cattive" e "buone" mentre sottovaluta le forme di attività economica nella famiglia e nella comunità che non hanno un prezzo nei mercati e quindi non vengono conteggiate. Si è quindi fortemente a favore di iniziative per la riforma delle metriche prevalenti e dei sistemi contabili.

Economia sociale

Coloro che sposano quest'ultimo punto di vista, che rappresentano la maggioranza dei partecipanti alla convention di Bellagio, ritengono che un percorso molto diverso per il benessere potrebbe produrre migliori standard di vita per la stragrande maggioranza con un danno molto più basso per l'ambiente naturale. Gli ingredienti di questo nuovo paradigma includono drastiche riduzioni se non eliminazione anticipata dei combustibili a carbone a favore delle fonti rinnovabili;  maggiori investimenti sociali per le famiglie, la sanità pubblica e forme verdi di infrastruttura; meno redditività  in forme di impresa, come le cooperative di lavoratori, nonché forme non commerciali di scambio. Un'economia sociale dà meno valore al consumo materiale e attribuisce una maggiore valutazione ai beni sociali; fa meno affidamento sul motivo del profitto per allocare produzione e consumo, e favorisce una fioritura di istituzioni comunitarie.

La resilienza

La parola resilienza occupa grande spazio nel nuovo paradigma. Un sistema economico resiliente dovrà essere altamente innovativo e dinamico, ma non a discapito di individui e famiglie, come l'attuale sistema. Un sistema resiliente fornirà un'eccellente copertura sanitaria sociale, per aiutare  bambini e adulti. Includerà alta istruzione precoce di qualità  orientata allo sviluppo, per dare ai bambini a basso reddito alcuni dei vantaggi di cui godono i figli dei ricchi. Alcuni programmi di mercato del lavoro più efficaci al mondo, come ad esempio quelli di Danimarca e Svezia, facilitano il continuo miglioramento del lavoro, creando un'economia altamente competitiva e più egualitaria.

La resilienza descrive anche gli obiettivi per le politiche ambientali. Un nuovo paradigma investirà nella prevenzione di ulteriori cambiamenti climatici, nonché nell'adattamento al cambiamento che è già inevitabile.

Nella sessione conclusiva, i partecipanti alla riunione di Bellagio hanno cercato di immaginare un paradigma ideale nella speranza che aspirazioni convincenti e ampiamente condivise possano aiutare a imboccare la politica necessaria. I principi di base includono:

Più ampia equità e inclusione, attraverso maggiori diritti di cittadinanza e partecipazione e istituzioni sociali più ricche, al fine di contrastare le forze della divisione politica e il materialismo del mercato.

Mezzi di sussistenza adeguati per tutti, spostandosi “da un'economia che premia il lavoro principalmente attraverso i valori di mercato a un'economia che onora, premia e celebra lavorare secondo i valori umani e in modo inclusivo".

Rispetto dei limiti naturali della terra, con un sistema di sviluppo mirato alla sostenibilità.

Un nuovo ruolo per la finanza, passando da un sistema finanziario che crea un rischio estremo per l'economia reale, ad un sistema socialmente vantaggioso per gli investimenti di capitale a supporto delle piccole e medie imprese, dell’innovazione e delle necessità finanziarie delle famiglie.

Ripensamento del ruolo dell’impresa, passaggio da un sistema dominato dal controllo del capitale, ad un sistema caratterizzato da un maggiore controllo da parte della comunità.  

La globalizzazione e il commercio come mezzo, non fine.

Nuovi valori e trasformazione culturale, passando da un'economia che promuove il materialismo, il consumo e la competitività individuale, a un'economia che promuove valori di cooperazione, prosperità condivisa, fiorente comunità.

 

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