Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Gramsci e l'economia

di Renato Gatti

Scrive Perry Anderson nelle sue “Considerations on western marxism” del 1976 che “il silenzio di Gramsci sui problemi dell’economia fu pressoché totale”.

In effetti negli scritti di Gramsci non ci sono testi squisitamente economici come siamo abituati a leggerli nei testi degli economisti, ma, al contrario, si trovano parecchi punti che affrontano tematiche di carattere economico da un livello più elevato, che non le formule ed i grafici, ma legati a questioni di ragionamento di classe e come fondamento per elaborare quel contenuto teorico da usare come base comune di una cultura del “blocco storico” che ricerchi spazi di egemonia.

La Treccani (scarica da Google alla voce Gramsci economista) ha dedicato una ricerca al Gramsci economista o meglio Gramsci che tratta questioni economiche, estraendo brani sia dai Quaderni che da altri scritti dell’intellettuale sardo.         

Voglio prendere in considerazione alcuni dei suoi brani tratti dai “Quaderni dal carcere” per analizzarne l’attualità ed il contributo che possono dare alla nostra ricerca socialista. Occorre ricordare che l’economista Piero Sraffa, il famoso autore della “Produzione di merci a mezzo di merci”, era intimo amico di Gramsci, e gli stette vicino fino all’ultimo. Sraffa ha contribuito a  salvare i Quaderni che gli furono affidati per sottrarli alla distruzione da parte del regime fascista e di cui, dopo la liberazione, ha curato la prima edizione con il contributo tecnico specie nelle materie economiche.

Alcuni aspetti teorici e pratici dell’”economicismo”

Il brano che riporto si trova a pag. 1589/1590 dell’edizione Gerratana.

“Il nesso tra ideologie libero-scambiste e sindacalismo teorico è specialmente evidente in Italia, dove sono note l’ammirazione per Pareto dei sindacalisti come Lanzillo e C. Il significato di queste due tendenze è però molto diverso: il primo è proprio di un gruppo sociale dominante e dirigente, il secondo di un gruppo ancora subalterno, che non ha ancora acquistato coscienza della sua forza e delle sue possibilità e modi di sviluppo e non sa perciò uscire dalla fase di primitivismo.

L’impostazione del movimento del libero scambio si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione cioè tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile  e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma siccome nella realtà fattuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una regolamentazione di carattere statale introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico”.

La subalternità intellettuale

Il primo comma del brano riportato critica il sindacalismo teorico perchè, nelle sue elaborazioni, utilizza la logica dei teorici della classe dominante invece di elaborare una propria logica e propri strumenti analitici che sgorghino dalla cultura di classe superando la subalternità e la fase del primitivismo. Così operando, la filosofia di classe si porrebbe a livello di contestazione dialettica di quella dominante alla ricerca di uno spazio egemonico. Facile, al giorno d’oggi, estendere la critica dal “sindacalismo teorico” ai partiti politici odierni, in particolare a quelli del centro sinistra, che si sono completamente sdraiati, o accettano acriticamente, le posizioni egemoniche dei poteri dominanti. Penso ad esempio ai nostri governanti (sia giallo-verdi che giallo-rosa) che in Europa accettano supinamente le regole dell’austerità mercantilista, utilizzano termini come “flessibilità” come paradigmi teorici di politica economica, inetti a controproporre ad esempio l’uso di una moneta parallela per far uscire il paese dalla stagnazione, rilanciare l’economia e ridare un certo grado di programmazione ad un mercato asfittico sempre più incapace di risolvere le sue contraddizioni. Il premier Conte ha chiamato Mariana Mazzucato quale consulente per le politiche anti-virus; il premier non poteva fare scelta migliore, l’autrice de “Lo stato innovatore” non potrà che proporre una maggior iniziativa dello stato nell’economia promuovendo investimenti pubblici infrastrutturali ad alto moltiplicatore keynesiano in particolare nel sud del paese, ma si troverà di fronte al problema del come finanziare detti investimenti; basterà la flessibilità che ci verrà concessa in chiave anti-virus? O servirà qualcosa di più corposo come la golden rule di Delors? O si dovrà finalmente imboccare una strategia controcorrente che potrebbe basarsi sul lancio della moneta fiscale? Vedremo.

L’economia come scienza

Per quanto riguarda il secondo comma è interessante notare che la nota di Gramsci si trova all’inizio del quaderno 13 (xxx) datato 1932-1934 ed è sorprendente come Gramsci, in carcere, riesca a focalizzare con estrema chiarezza la posizione del pensiero neo-classico. Infatti, è proprio nel 1932 che Lionel Robbins elaborò la famosa definizione di “economia” intesa come “la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi”. Questa definizione sanziona l’impostazione metodologica che Gramsci indica come errore teorico di base. Se esaminiamo criticamente la definizione di Robbins vediamo, in primo luogo, che essa definisce l’economia come una “scienza” che ricerca leggi naturali. Ora non è difficile capire che l’economia, trattando di relazioni tra gli uomini, non può essere ritenuta, esser governata da leggi naturali (come la scienza principe ovvero la fisica) valide indipendentemente dalla storia che conosce di per sè differenti modi in cui gli uomini si interrelazionano tra di loro; (anche la fisica ha una componente storica, si pensi a Newton a fronte di Aristotele, e poi ad Einstein a fronte di Newton)  e gli uomini si interrelazionano fra di loro in modi diversi nella storia (schiavismo, servitù, dipendenza salariale) per cui la relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi, non possono prescindere dal momento storico, dai rapporti storicamente determinati, esistenti al momento in cui si studia detta relazione. Prescindere dalla storicizzazione significa accettare acriticamente la realtà esistente, significa astrarre le relazioni dal loro contesto reale accettandolo come un fatto “naturale”, indipendente dalle relazioni di classe al momento in essere.

Dov’è finito il modo di produzione?

La definizione di Robbins inoltre parla di “mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi”, presume quindi che i mezzi siano scarsi, e ciò può essere condivisibile, ma ciò che, a nostro parere è assente, è il come questi mezzi siano stati prodotti. Robbins quindi si limita al momento dello scambio o del consumo ma ignora assolutamente il fatto produttivo che dà per scontato perchè ritenuto “naturale” e quindi alieno ad ogni critica. Le sofisticate curve marginalistiche che determinano l’equilibrio riguardano quindi solo una fase del processo economico, restringendolo al momento dello scambio e del consumo dimenticando la fase fondamentale della produzione dove quindi viene eliminata alla fonte ogni analisi dello sfruttamento e della creazione del valore.

Società civile e società politica

La critica gramsciana che mi urge mettere al centro della mia e spero vostra riflessione riguarda le relazioni tra società civile e società politica. Secondo Lionel Robbins e l’economia neo-classica, lo stato dovrebbe restare al di fuori delle vicende economiche, regno dell società civile. Questa posizione portata avanti dal duo Tatcher-Reagan che propugnano il “meno Stato più mercato” è fondata sull’assunzione fideistica che il mercato è in grado di trovare sempre una soluzione alle sue vicissitudini e che invece ogni intervento dello Stato non solo è inopportuno ma fondamentalmente dannoso; ogni crisi che l’economia attraversa è esogena, estranea cioè ai meccanismi del mercato che comunque riesce sempre a ritrovare l’equilibrio. La risposta che gli intellettuali del libero scambismo non riescono a dare alla crisi del 2007 evidenzia le carenze di questa impostazione, mentre la risposta marxiana individua la causa della crisi come endogena al sistema neo-liberista dominante, una contraddizione insita al sistema e non il cigno nero che oscura l’azzurro cielo liberista.

La visione di un mercato che può sbagliare, che può non essere in grado da solo di trovare le soluzioni più razionali ed efficaci ai fini di una piena occupazione nasce con Keynes che, con le sue politiche di intervento statale sulla domanda aggregata salva il mercato, ed il capitalismo, dalla catastrofe delle crisi e pone in discussione l’assunto della separazione tra società civile e società politica. Lo Stato, la società politica, viene quindi riconosciuto avere un ruolo nell’economia contemporanea individuandone una missione nella economia sociale di mercato, missione di intervento per sopperire alle carenze del mercato, generalmente aiutando il capitale in difficoltà, ma anche con il welfare state allontanando il sottoconsumo. Questa impostazione trova una sua realizzazione nel secondo dopoguerra e fino agli anni 70 del secolo scorso.

L’inscindibilità tra produzione e distribuzione

Il punto critico che si pone ai socialisti e che va, a mio parere, costruttivamente affrontato è quello relativo al cosiddetto riformismo, intendendo per esso l’azione politica che tende ad intervenire nel modello redistributivo senza intervenire nel modo di produzione. Olof Palme ha inquadrato la missione del riformismo con la metafora della pecora ben pasciuta (il capitalismo) che la social-democrazia riformista deve limitarsi a tenere in buona salute per poterla ben tosare. Il capitalismo cioè deve creare la ricchezza che va redistribuita con equità. Riscontriamo allora la perfetta aderenza della metafora di Olof Palme con quanto scriveva Gramsci, ovvero la società civile si occupa della produzione, la società politica si occupa della redistribuzione, ma questa posizione era denunciata da Gramsci come un grave errore che separando organicamente società civile e società politica separava in due una società che, nel suo equilibrio, era inscindibile. In concreto l’azione redistributiva non può essere corretta senza mettere in crisi il modo produttivo. Nel dopoguerra il welfare state ha costituito una azione redistributiva necessaria ad evitare la sovrapproduzione, oggi la crisi del mondo produttivo ricerca margini nel taglio del welfare per recuperare la caduta del tasso di profitto.

La domanda che si ripresenta è: si può agire a livello redistributivo senza incidere su quello produttivo? La interconnessione tra struttura e sovrastruttura fino a che punto è modificabile? Scrive sul blog  della Fondazione Pietro Nenni, Edoardo Crisafulli nell’articolo “La pecora capitalistica e la lana”:

“ Il problema – su questo, dobbiamo ammetterlo, Lombardi e Berlinguer avevano ragione – è che i fautori del compromesso social-democratico non hanno mai messo in discussione il meccanismo del capitalismo: il consumismo sfrenato, il materialismo economicistico (il profitto fine a se stesso). Né potevano erodere il sostrato psicologico di quel sistema: l’egoismo. Insomma: l’etica solidaristica del Welfare state cozzava con la ratio della struttura economico-sociale sottostante. Sicché, non appena la social-democrazia si indeboliva elettoralmente, ecco che le destre, tornate al governo, in men che non si dica mandavano in overdose ormonale la pecora capitalistica. I social-democratici e i liberal-socialisti erano impotenti, perché raramente si erano posti una domanda cruciale: quale crescita, in funzione di quale tipo di società? Morale: dobbiamo tornare alle nostre radici, e cioè al pensiero socialista.”

Devi effettuare il login per inviare commenti