Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La crisi Coronavirus

di Renato Gatti

Scrive Gramsci commentando la crisi del ’29 (pagina 1756 nell’edizione Gerratana):”

“Si potrebbe allora dire, e questo sarebbe il più esatto, che la crisi non è altro che l’intensificazione quantitativa di certi elementi, non nuovi e originali, ma specialmente l’intensificazione di certi fenomeni, mentre altri che prima apparivano e operavano simultaneamente ai primi, immunizzandoli sono divenuti inoperosi o sono scomparsi del tutto. Insomma lo sviluppo del capitalismo è stato una continua crisi, se così si può dire, cioè un rapidissimo movimento di elementi che si equilibravano. Ad un certo punto, in questo movimento, alcuni elementi hanno preso il sopravvento, altri sono spariti o sono divenuti inetti nel quadro generale. Sono allora sopravvenuti avvenimenti ai quali si dà il nome specifico di crisi, che sono più gravi, meno gravi appunto secondo che elementi maggiori o minori di equilibrio si verificano”.

Gramsci nega la monocausalità delle crisi e stranamente non cita la legge tendenziale della caduta del saggio di profitto. Il punto da chiarire è se questi elementi che si autoimmunizzano ovvero, in caso di crisi, si sbilanciano facendone prevalere alcuni a scapito di altri, siano elementi naturali o al contrario siano quelle regole che chi egemonizza il sistema economico storicamente determinato, ha fissato nel governare il fenomeno economico.

Nei tempi in cui Gramsci scriveva, la filosofia dominante seguiva l’indirizzo di Lionel Robbins per cui la società civile era chiamata a governare il sistema economico, mentre la società politica doveva astenersi dall’interferire nel campo economico perchè ogni intervento sarebbe stato più che inutile, dannoso. Questa dottrina si fondava sulla convinzione che le forze del mercato fossero in grado di ritrovare in ogni evenienza l’equilibrio necessario al sistema. Ma continuava Gramsci:

“Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile  e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma siccome nella realtà fattuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una regolamentazione di carattere statale introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico”.

Il non intervento nei fatti economici da parte dello Stato era, quindi, in verità una precisa scelta politica fatta dalle forze egemoni, era cioè la decisione della società politica di vietarsi ogni intervento, costituendo quindi tale divieto, un intervento politico vero e proprio. Intervento che era finalizzato a lasciare che le regole fissate dal capitale potessero agire liberamente senza intrusioni, il tutto ammantato dall’ipocrito occultamento delle leggi del capitale dietro la “naturalità” delle regole stesse.

Tuttavia proprio a causa della crisi del 29 e grazie alle innovazioni apportate dalla dottrina keynesiana, il pensiero dominante non chiede più allo Stato di tenersi fuori dalle tematiche economiche, ma al contrario lo Stato, la società politica entra di diritto nella gestione della società civile, ma ne entra in funzione di supporto, di prestatore di ultima istanza, di rimedio estremo alle contraddizioni del capitalismo, specialmente nel momento in cui quest’ultimo si trasforma in capitalismo finanziario. Ecco che allora è un errore per molte posizioni politiche, che si autodefiniscono di sinistra, rifarsi alle dottrine keynesiane: esse hanno salvato il capitalismo da una crisi che pareva insolubile, esse sono perciò le dottrine che ancora mantengono in piedi il capitalismo sussumendo lo stato alla sua sopravvivenza.

Rimane il fatto che il capitalismo è sempre in crisi a causa delle contraddizioni delle norme che lo dovrebbero governare, in questo momento storico la contraddizione risiede nella crisi del keynesismo che non riesce più a sciogliere i nodi di una fase in cui il capitale cerca di recuperare margini di profitto appropriandosi dei frutti della tecnologia, attaccando le conquiste dello stato sociale, riducendo il lavoro necessario ma ciò facendo deprime la domanda interna e deve trovare sbocco in altri paesi.

Le regole europee, in questa situazione, ma soprattutto in vista della devastante recessione che ci aspetta a causa di questa emergenza, paiono del tutto superate; il rendersi conto di ciò costituisce la sopravvivenza o meno della comunità; purtroppo la presidente della BCE non si è dimostrata all’altezza della situazione e dovrebbe essere rimossa. Recentemente con la decisione di stanziare 750 miliardi, finalizzandoli al finanziamento dell’economia reale ed allargando i criteri con i quali le banche possono concedere credito e dopo aver decretato l’uscita dal patto di stabilità, l’Europa pare essere sensibile al tema.

Il punto sembra tuttavia essere un altro; dovremmo chiederci se quell’equilibrio instabile, che sempre più spesso crolla di fronte a cause esogene o endogene, possa essere in qualche modo governato dall’uomo, dalla razionalità oppure, adagiandoci nell’ideologia liberista, alzare le braccia ed arrenderci. C’è cioè da chiedersi se in campo economico l’uomo possa essere gestore del suo destino operando razionalmente e pianificando i suoi comportamenti o debba subire i capricci di equilibri tanto instabili quanto indomabili.

Ora, quella che va rivista è la filosofia del capitale, partendo dalla analisi delle sue contraddizioni: si produce per produrre profitto e non si produce per cercare di soddisfare i bisogni; i bisogni sono inculcati nelle menti dei subordinati con la potenza di persuasori palesi e occulti; i bisogni inculcati non servono ai subalterni ma servono ai produttori di profitto per realizzare lo stesso; si vorrebbe che i subalterni spendessero sempre più soldi nell’acquisto dei prodotti produttori di profitto ma dall’altro lato si vorrebbe abbassare i salari pagati ai subalterni; ogni produttore vorrebbe che gli altri produttori pagassero alti salari ai loro dipendenti per incrementare la domanda e nel contempo vorrebbero che i propri dipendenti fossero invece pagati il meno possibile; si investe in tecnologia per ridurre al minimo il lavoro necessario e poi ci si accorge che la domanda cala; si cercano in altri paesi nuovi sbocchi per i propri prodotti e per nuova mano d’opera a basso costo creando depressione e recessione all’interno del proprio paese.

Superare il principio del “produrre per produrre profitto” con il principio di “produrre per i bisogni”: individuare democraticamente le priorità dei bisogni, adeguare il settore produttivo al soddisfacimento di quelle priorità costituisce una proposta seria per ricominciare dopo che gli effetti del corona virus saranno lasciati alle spalle.

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