Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Teoria del conflitto in Karl Marx

di Maddalena Celano

Che cos'è la teoria del conflitto?

La teoria del conflitto o teoria dei conflitti, suggerita da K. Marx, afferma che la società è in uno stato di conflitto perpetuo a causa della concorrenza per l’accaparramento delle risorse. Sostiene che l'ordine sociale è mantenuto dal dominio e dal potere, piuttosto che dal consenso e dalla conformità. Secondo la teoria del conflitto, le persone con ricchezza e potere cercano di conservare i privilegi con ogni mezzo possibile, principalmente sopprimendo i poveri e i deboli. 

Una premessa di base sulla teoria del conflitto è che individui e gruppi, all'interno della società, lavoreranno per massimizzare i propri benefici.

  • La teoria dei conflitti si concentra sulla competizione tra gruppi, all'interno della società, per l’ accaparramento delle risorse materiali.
  • La teoria dei conflitti considera le istituzioni sociali ed economiche come strumenti della lotta tra gruppi o tra classi, utilizzate per mantenere la disuguaglianza e il dominio della classe dominante.
  • La teoria del conflitto marxista vede la società come divisa in base alla classe economica, tra la classe operaia proletaria e la classe dominante borghese.
  • Le versioni successive della teoria dei conflitti esaminano altre dimensioni del conflitto tra fazioni capitaliste e tra vari tipi di gruppi sociali, sessuali, “razziali”, religiosi o di altro tipo.

Comprensione della teoria dei conflitti

La teoria del conflitto o teoria dei conflitti è stata utilizzata per spiegare una vasta gamma di fenomeni sociali, tra cui guerre e rivoluzioni, ricchezza e povertà, discriminazioni e violenza sessuale e domestica. Attribuisce la maggior parte degli sviluppi fondamentali della storia umana, come la democrazia e i diritti civili, ai tentativi capitalistici di controllare le masse, piuttosto che al desiderio di ordine sociale. La teoria ruota attorno ai concetti di disuguaglianza sociale per la divisione delle risorse e si concentra sui conflitti che esistono tra le classi.

Molti tipi di conflitti possono essere descritti usando la teoria del conflitto. Alcuni teorici, incluso Marx, ritengono che il conflitto sociale sia intrinseco e strutturale, ed alla base del cambiamento e dello sviluppo nella società.

Conflitti di classe

La teoria del conflitto di Marx si concentrava sul conflitto tra due classi primarie. Ogni classe è composta da un gruppo di persone vincolate da interessi reciproci e dalla proprietà privata, spesso supportato dallo stato. La borghesia rappresenta i membri della società che detengono la maggior parte della ricchezza e dei mezzi. Il proletariato comprende quelli considerati classe operaia o poveri. Con l'ascesa del capitalismo, Marx teorizzò che la borghesia, una minoranza all'interno della popolazione, userebbe la sua influenza per opprimere il proletariato, la classe maggioritaria. Questo modo di pensare è legato a un'immagine comune associata a modelli di società basati sulla teoria dei conflitti; gli aderenti a questa filosofia tendono a credere in un accordo "piramidale”, in cui un piccolo gruppo di élite impone termini e condizioni alla maggior parte della società, a causa del controllo fuori misura delle risorse e del potere.

Si prevedeva che la distribuzione irregolare delle ricchezze, all'interno della società, fosse mantenuta attraverso la coercizione ideologica in cui la borghesia avrebbe forzato l'accettazione delle attuali condizioni, da parte del proletariato. Si pensa che l'élite avrebbe istituito sistemi di leggi, tradizioni e altre strutture sociali, al fine di sostenere ulteriormente il proprio dominio, impedendo agli altri di unirsi ai loro ranghi. Marx credeva inoltre che, poiché la classe operaia e i poveri sono soggetti a condizioni di continuo peggioramento e precarietà, una coscienza collettiva avrebbe portato alla luce la disuguaglianza e potenzialmente provocato una rivolta.

Ipotesi sul conflitto

Nell'attuale teoria dei conflitti, ci sono quattro ipotesi primarie che sono utili per capire: competizione, rivoluzione, disuguaglianza strutturale e guerra.

Concorrenza

I teorici del conflitto ritengono che la competizione sia un fattore costante e, a volte, schiacciante in quasi ogni relazione e interazione umana. La concorrenza esiste a causa della scarsità di risorse, comprese risorse materiali come denaro, proprietà, materie prime e altro ancora. Oltre alle risorse materiali, esistono individui e gruppi, all'interno di una società, che competono anche per risorse immateriali. Questi possono includere il tempo libero, il dominio, lo stato sociale, i partner sessuali, le cure affettive e molti altri fattori. I teorici del conflitto presumono che la competizione sia il default, piuttosto che la cooperazione.

Rivoluzione

Dato l'assunto dei teorici del conflitto, un risultato di questo conflitto potrebbe essere una rivoluzione. L'idea è che il cambiamento, in una dinamica di potere, tra gruppi, non avvenga come conseguenza dell'adattamento. Piuttosto, si verifica come l'effetto del conflitto tra questi gruppi. In questo modo, i cambiamenti in una dinamica di potere sono spesso bruschi e di grandi dimensioni, piuttosto che graduali ed evolutivi.

Disuguaglianza strutturale

Un presupposto importante della teoria dei conflitti è che le relazioni umane e le strutture sociali subiscono tutte disparità di potere. In questo modo, alcuni individui e gruppi sviluppano intrinsecamente più potere rispetto agli altri. A seguito di ciò, quegli individui e gruppi che beneficiano di una particolare struttura della società, tendono a lavorare per mantenere quelle strutture in modo da conservare e rafforzare il loro potere.

Guerra

I teorici dei conflitti tendono a vedere la guerra come unificatrice o purificatrice delle società. Nella teoria dei conflitti, la guerra è il risultato di un conflitto cumulativo e crescente, tra individui e gruppi e tra intere società. Nel contesto della guerra, una società può in qualche modo unificarsi, ma il conflitto rimane ancora tra più società. D'altra parte, la guerra può anche portare alla fine  della società.

Le opinioni di Marx sul capitalismo

Marx considerava il capitalismo come parte del progresso storico dei sistemi economici e credeva che fosse radicato nella produzione dei beni di consumo, il che significa attraverso le cose acquistate e vendute. Ad esempio, credeva che il lavoro fosse uno speciale tipo di merce. Poiché i lavoratori hanno scarso controllo o potere nel sistema economico (perché non possiedono fabbriche o materiali), il loro valore può essere svalutato nel tempo. Ciò crea uno squilibrio tra gli imprenditori e i loro lavoratori, che può portare a conflitti sociali. Credeva che questi problemi alla fine sarebbero stati risolti attraverso una rivoluzione sociale ed economica. 

Max Weber ha adottato molti aspetti della teoria del conflitto di Marx e ha ulteriormente perfezionato l'idea. Weber credeva che il conflitto sulla proprietà non si limitasse a uno scenario specifico. Piuttosto, credeva che esistessero molteplici strati di conflitto, in un dato momento e in ogni società. Mentre Marx ha definito la sua visione del conflitto come una, tra proprietari e lavoratori, Weber ha anche aggiunto una componente emotiva alle sue idee sul conflitto. 

Le convinzioni di Weber sul conflitto vanno oltre quelle di Marx in quanto suggeriscono che alcune forme di interazione sociale, incluso il conflitto, generano alcune credenze o forme di solidarietà tra individui e gruppi, all'interno di una società. In questo modo, le reazioni di un individuo alla disuguaglianza potrebbero essere diverse a seconda dei gruppi a cui sono associati.

Teorici dei conflitti successivi: il conflitto di genere e della differenza sessuale

I teorici dei conflitti degli ultimi anni hanno continuato ad estendere la teoria dei conflitti oltre le rigide classi economiche, proposte da Marx. Nonostante ciò, le relazioni economiche restano una caratteristica fondamentale nella lettura delle disuguaglianze tra i gruppi, nei vari rami della società. La teoria dei conflitti è molto influente nelle teorie moderne e postmoderne, sulle disuguaglianze sessuali e razziali, sull'anticolonialismo, negli studi sulla pace e sui conflitti e delle molte varietà di studi sull'identità che sono sorti nell'accademia occidentale, negli ultimi decenni.

Sussiste anche e soprattutto il conflitto tra lavoro produttivo (industriale, materiale e finanziario) contro il lavoro riproduttivo (la cura domestica, la riproduzione della vita, la cura della salute, l’ educazione e la formazione, etc.)

Il lavoro produttivo è egemonizzato statisticamente dagli uomini (intesi come maschi) i quali estraggono, alle donne, il "lavoro di cura" (il lavoro riproduttivo) per alienarlo e "dis-conoscerlo" appropriandosene, sottopagandolo oppure estraendolo con la forza. 

Il "lavoro-produttivo" cerca di "sussumere" il lavoro riproduttivo, trattandolo come mera merce da estrazione. 

Per questa ragione, anche la donna diventa "merce da consumare" e perde la propria individualità: la donna “cosificata” diventa capacità da sfruttare (ma non da riconoscere, come e quanto succede per i maschi della specie), sessualità ed affettività da prosciugare o/e estrarre con forza o/e inganno. 

Va da sé che, un'economia, basata solo sulla produzione e non sulla "riproduzione" della vita sia un’economia disfunzionale, orientata alla distruzione delle risorse e, perciò, anche all'auto-distruzione in quanto anti-umanistica ed in conflitto con il naturalismo. T. Gazzolo, facendo un’analisi ermeneutica e quasi “esegetica” dei testi marxiani, dei “Manoscritti economico-filosofici del 1844”, afferma:

“Da una parte, infatti, il passo va letto seguendo quel movimento di “emancipazione” in cui «vige l’equazione naturalismo = umanesimo, naturalizzazione dell’uomo = umanizzazione della natura»: il rapporto uomo/donna sarà divenuto naturale in quanto l’uomo, inteso come Gattungswesen – come colui che per essenza ha il genere – sia storicamente divenuto e si sia compreso come uomo, als Mensch. Dall’altra parte, il passo denuncia il movimento opposto: l’estraneazione dell’uomo a se stesso passa, infatti, nel fare della natura, dell’essere naturale dell’uomo (di ciò che Marx chiama la sua «esistenza fisica»), la sua essenza. Nel rapporto uomo/donna si vede immediatamente – perché si vede al livello sensibile, come se fosse un “fatto” – se l’uomo è giunto al punto di realizzare la propria essenza umana come natura, o, al contrario, se ha assunto la natura (l’esistenza fisica: il dato biologico, “anatomico”) come determinazione della propria essenza umana.

Un conto è perciò realizzare, storicamente, la differenza sessuale come “natura” (il che significa: umanizzare il dato naturale, far passare la differenza sessuale da differenza biologica-anatomica a differenza “umana”); un altro è assumere, sempre storicamente, la differenza sessuale come se essa fosse “naturale”, qualcosa di già dato. La prospettiva di emancipazione che Marx traccia, allora, consisterebbe in questo movimento – che è lo stesso movimento del genere, dell’essenza umana: produrre la differenza sessuale come differenza naturale (e non: fare del dato naturale la determinazione della differenza sessuale), realizzare l’essenza umana fino al punto in cui essa si renda natura.

Resta, però, da capire come questo movimento si compia, come l’ “emancipazione” del Gattungswesen si rifletta sui rapporti tra uomo e donna – un punto, questo, sul quale i testi marxiani non torneranno mai. Se ci limitiamo ai Manoscritti, la differenza sessuale appare certamente ripensata attraverso quella modalità di riflessione la quale si definisce sempre in una «struttura a chiasma» che fa valere Feuerbach contro Hegel e, viceversa, il secondo contro il primo, ma che rischia, di per sé, di re-inscrivere il concetto di “differenza sessuale” all’interno delle separazioni di genere, della Gattung. Eppure, una “rottura” essenziale deve ritenersi, anche in questo caso, raggiunta: non si è mai, propriamente, uomo o donna per natura, non c’è mai una “naturalizzazione” del sesso, in Marx, ma sempre una sessuazione che va storicamente realizzata, che implica una pratica della differenza sessuale.

Una pratica, nei termini del giovane Marx, del divenire-umano dell’uomo: è infatti nel rapporto dell’uomo con la donna, nella differenza sessuale, che si realizza sensibilmente il «rapporto dell’uomo con l’uomo», il farsi-umano dell’uomo, la «reale appropriazione dell’essenza dell’uomo mediante l’uomo e per l’uomo». Ma ciò non può significare il “divenire-uomo” della donna, del riconoscimento degli stessi diritti dell’uomo – il che vorrebbe dire: trattare la donna come un uomo, e quindi di identificarla sempre a partire dall’uomo. Piuttosto, questa pratica, per quanto declinata nei termini di un lessico “umanistico” (e per quanto resti sempre forte la tentazione di una «metafisica biologico-collettivista del “genere”»), significa: risolvere «l’antagonismo tra individuo e genere», Gattung. Secondo questo punto di vista, il singolo – non come individuo egoista, estraniato da se stesso – giunge alla propria singolarità solo in quanto realizza la propria essenza, solo cioè in quanto giunge a porre se stesso e a comprendersi come «singolarità universale» (che singolarizza l’universale, universalizzando la propria singolarità – nei termini del giovane Marx: «l’individuo è l’essere sociale», das Individuum ist das gesellschaftliche Wesen). Perché non dovrebbe andarne anche sempre della Gattung come “genere”, differenza sessuale? Che l’individuo divenga il proprio genere (la propria essenza, che è la stessa per l’uomo e per la donna), non implica realizzare la differenza sessuale in sé, nell’individuo stesso (e non risolverla, identificarla: il genere è uno solo in quanto differenziato)?

Divenire il proprio genere, realizzare la propria singolarità come essenza universale dell’uomo, non significa allora sopprimere la differenza sessuale, ma attuarla nella propria individualità. Realizzare la propria essenza significa realizzare la propria Gattung, realizzarsi come individuo che, nella propria singolarità, attua ed esprime l’universalità del genere. Esprimere in sé la Gattung, la differenza sessuale: tale sarebbe l’emancipazione dell’uomo come fine di ogni antagonismo con il genere. Che l’uomo sia anche una donna, divenga-donna, e viceversa, questa è l’«emancipazione di tutti i sensi e di tutti gli attributi umani» (die vollständige Emanzipation aller menschlichen Sinne und Eigenschaften). Se Marx non giunge espressamente a tale conclusione, è perché essa è, propriamente, “impensabile”. Lo ha detto bene Cixous: questo solo è il difficile da pensare. Non certo che una donna possa essere un uomo (qui non cambierebbe nulla, ed anzi saremmo sempre all’interno di un certo dominio: cancellare la differenza, rendere la donna identica all’uomo, fare come se fosse un uomo). Il difficile è pensare una donna che è anche un uomo, un uomo che è anche una donna. Qui cambierebbe tutto, ed è per questo che «queste complessità non sono ancora udibili», che «non siamo abbastanza forti» per questo, che abbiamo un lessico, una lingua, insufficienti per poterlo dire. Questo è il pensiero più difficile, per noi, da pensare, da rileggere nel testo marxiano, in ciò che certamente non è detto ma che pure è scrivibile attraverso di esso.

Le differenze sessuali.

Si deve giungere, ora, ad una primo, sia pure provvisorio, tentativo di ripercorrere come la differenza sessuale (e non, lo si ripete, la politica della differenza sessuale, ma la differenza come questione teoretica) sia articolata all’interno dei testi giovanili di Marx. Scopriamo allora che vi è più d’una differenza sessuale, perché essa si declina sia come «differenza d’essenza» che come «differenza d’esistenza». C’è, anzitutto, una differenza sessuale senza i sessi, differenza del «sesso umano», del genere (Gattung) con un’essenza altra, estrema, la quale ha almeno una funzione fondamentale: quella di impedire, come già ricordato, di antropomorfizzare il sesso, la sessualità, di inscriverla e di identificarla con la differenza tra i sessi. C’è sesso, c’è del sesso, anche ove non vi sia ancora distinzione tra uomo e donna, maschile e femminile. Questa è la contra-dizione “estrema”, per il giovane Marx: la scissione che rende impossibile ogni unità, che impedisce ogni mediazione, che trascina il pensiero, il logos, sempre verso un “fuori” che esso non può neppure dire, in un rapporto senza rapporto che non si può mai dialetticamente “risolvere”.

Vi è poi una seconda differenza sessuale: quella «d’esistenza», interna al genere, alla Gattung, che separa il maschile dal femminile. In questo caso, non c’è lotta, ma un antagonismo tra individuo e genere, il cui svolgimento sembra, nel giovane Marx, poter aprire, più che ad una “conciliazione” dialettica, ad un pensiero della disgiunzione inclusiva (“sia…sia”), in quanto l’individuo attua la propria essenza, e quindi si realizza come individuo “umano”, realizzandosi come il proprio genere, che è uno, quello del «sesso umano» – l’uomo, dunque, facendo della femminilità la propria differenza, la differenza che egli è, e viceversa.  Certamente, il testo dei Manoscritti – nella sua prospettiva di “emancipazione” dell’uomo – si definisce essenzialmente in quest’ultima prospettiva, lungo la seconda accezione della differenza sessuale […]”[1]

 

[1] T. Gazzolo,  Differenza sessuale e “contraddizione” nel giovane Marx, Officina Sedici, periodico di letteratura politica,  Trieste, 22/02/2018, su internet: http://www.officinasedici.org/2018/02/22/differenza-sessuale-e-contraddizione-nel-giovane-marx/, consultato il 03/04/2020

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