Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Rilancio o cerotti?

di Renato Gatti

La sospensione del mercato

In questo periodo di coronavirus moltissime regole sociali sono state sospese; penso ad esempio alle norme europee sugli aiuti di Stato e sulle norme per la stabilità e lo sviluppo, penso ai diritti civili dei cittadini e a quelli economici di tutti gli operatori produttivi; in quest’ultimo caso si è sospesa la funzione del mercato ed ad essa si è sostituito l’interventismo politico.

Sono andato allora a rileggermi, di Ludwig von Mises, “I fallimenti dello Stato interventista”. Questo testo sostiene che l’intervento dello Stato (come di qualsivoglia istituzione) teso a modificare le “naturali” leggi del mercato, si traduce in un peggioramento della situazione rispetto a quanto si sarebbe verificato lasciando libero il mercato di agire con le sue leggi. Il testo sostiene che la sostituzione del principio di “produrre per il profitto” con il principio di “produrre per l’uso” porta necessariamente ad una involuzione autoritaria della società prospettando la figura dello Stato etico. L’osservazione è pertinente e noi stessi, in questi giorni di quarantena, vediamo da molte parti la protesta contro uno Stato che, ai limiti della costituzione, si sostituisce alla libertà individuale e inoltre si arroga il diritto di ostacolare la libera iniziativa, riassumendo nello slogan “morire di virus o morire di fame” il tema della riapertura o meno degli esercizi commerciali.

Tuttavia il testo di von Mises affronta il tema della particolare situazione in cui ci troviamo esaminando appunto il caso in cui il mercato venga sospeso per un’esigenza emergenziale quale, come oggi, la pandemia. Riporto alcuni spunti:

”L’autorità, per esempio, può vietare temporaneamente o permanentemente il consumo di alcuni cibi, adducendo motivi di salute o di religione. Essa si assume così il ruolo di un guardiano dell’individuo. L’autorità reputa l’individuo incapace di provvedere ai suoi interessi; accorda così a quest’ultimo la sua paterna protezione dalle sofferenze. Se l’autorità debba fare ciò è questione politica, non economica. Se si crede che l’autorità sia un Dio rivelato e che essa sia chiamata a svolgere nei riguardi del singolo il ruolo della Provvidenza, e se si pensa che l’autorità debba rappresentare gli interessi della società in contrapposizione agli interessi in conflitto degli individui egoistici, allora troveremo giustificato questo atteggiamento. Se l’autorità fosse più saggia dei suoi cittadini dotati di intelligenza limitata, se sapesse in che cosa consiste la felicità dell’individuo meglio di quanto non pretenda di sapere l’individuo stesso, o si sentisse chiamata a sacrificare il benessere dell’individuo in nome di quello del tutto, allora non dovrebbe esitare a fissare gli obiettivi delle azioni degli individui.

Sarebbe certamente un errore credere che la protezione dell’individuo da parte dell’autorità possa rimanere confinata al campo della salute, e che l’autorità si limiterebbe presumibilmente a proibire o limitare” solo alcune libertà individuali; “Una volta ammesso che le scelte di consumo dell’individuo devono essere supervisionate e limitate dall’autorità, fin dove questo controllo si espanderà dipenderà solo dall’autorità e dalla pubblica opinione che lo sostiene. Diventa allora logicamente impossibile opporsi alla tendenza che vuole assoggettare tutte le attività alla cura dello Stato. Perché proteggere solamente il corpo (…)? Perché non proteggere anche le nostre menti e le nostre anime dalle dottrine pericolose e dalle opinioni che mettono a repentaglio la nostra salvezza eterna? Privare l’individuo della libertà di scegliere i beni di consumo porta logicamente all’abolizione di ogni libertà”.

Sembra quindi che il messaggio politico del von Mises sia quello di morire di virus (tanto poi chi sopravvive ha l’effetto gregge) piuttosto che morire di fame (meglio quindi riprendere ogni attività produttiva che produca per il profitto anziché per l’uso). Questa crisi che a mio parere va affrontata nell’ambito globale del sistema economico, viene rimossa dall’autore dalla sua analisi pretendendo in tal modo di essere esentato dall’analizzare e commentare questa fattispecie di incapacità del mercato e delle sue leggi  di adempiere al suo compito.

Le scelte politiche da affrontare

Non entro nei dettagli di un decreto (ancora in stato di bozza nel momento in cui scrivo) ma vorrei solo affrontare i punti e gli obiettivi qualificanti, tutti punti cui il meraviglioso meccanismo ipotizzato da von Mises non sa dare risposte.

  • Prevenire disordini popolari causati dalla nuova povertà

Questa crisi colpisce il nostro sistema produttivo sia sul fronte della domanda che sul fronte dell’offerta. I due shocks combinati genereranno un notevole incremento della disoccupazione, e già sin d’ora, dopo tre mesi di lockdown, numerosi cittadini che hanno perso il lavoro, che lavoravano in nero e che comunque non hanno più un sostentamento, stanno esaurendo le scorte e il credito di cui potevano godere per la loro vita quotidiana. Non ci sarebbe da meravigliarsi se interi quartieri periferici scendessero in piazza o tentassero di assaltare supermercati o simili. Indispensabile per il governo pensare a queste situazioni per prevenirle; le casse integrazione, quella normale e quella in deroga sono state stanziate e d’altra parte sono stati previsti buoni pasto gratuiti da distribuire a richiedenti  che vivono tale situazione.

  • Dare un aiuto a quelle imprese che soffrono le conseguenze del coronavirus

In questo caso il decreto prevede tre tipologie di intervento, distinguendo le piccole imprese (quelle che mediamente hanno 4 dipendenti) e che rappresentano, numericamente la stragrande maggioranza delle imprese; da quelle medie (fatturato da 5 a 50 milioni di €) a quelle strategiche (oltre i 50 milioni di € di fatturato).

Per le piccole è previsto un aiuto a fondo perduto esentasse, per le seconde un incentivo fiscale per l’aumento di capitale, per le ultime un aiuto finanziario anche sotto forma di partecipazione gestito da CdP.

E’ inoltre previsto l’annullamento del saldo e del primo acconto Irap per le imprese con fatturato fino a 250 milioni di €. 

Lo scopo è di evitare la chiusura di queste attività e assume carattere assistenzialistico nel primo caso, semipartecipativo nel secondo e terzo caso, voglio cioè sottolineare che gli interventi per le imprese medie e maggiori vedono un inserimento del capitale pubblico, ma tale intervento è sempre di carattere subalterno e non prospetta alcun ruolo attivo dell’intervento stesso.

Alcune considerazioni

Ora è pacifico che il nostro sistema produttivo sia, salvo poche virtuose eccezioni, da tempo ansimante e in difficoltà a competere sul piano internazionale: la crisi del 2007 ha dato una botta al sistema produttivo che ancora non è stata interamente assorbita; il nanismo imprenditoriale, frutto di chiusura egoistica di piccoli capitalisti, non raggiunge una dimensione critica tale da poter accedere all’innovazione e alla digitalizzazione; la produttività è ferma da venti anni mentre negli altri paesi è aumentata più o meno significativamente; si preferisce basarsi su un basso costo assoluto del lavoro che poi diviene tra i più alti se commisurati al costo per unità di prodotto (CLUP); il sistema agricolo si basa su lavoro straniero irregolare e inquadrato dal caporalato; le aziende spesso delocalizzano per ricercare un minor costo del lavoro o per trovare paradisi fiscali anche all’interno dell’Unione Europea.

Non basta, la crisi del coronavirus incentiva nuovi modi di produrre: il telelavoro sta diventando una modalità di lavoro che risparmia investimenti in locali e strutture; le ordinazioni on-line rendono urgenti trasformazioni nel sistema commerciale di profonda portata e che se non adottate possono portare alla sparizione di moltissimi negozi e attività commerciali (in questi mesi Amazon ha incrementato notevolmente il suo fatturato mentre gli esercenti tradizionali sono rimasti a zero fatturato).

Ci si chiede allora, vale la pena investire tutti quei soldi per rimettere in piedi l’assetto produttivo così come era prima o si può chiedere alla politica di condizionare gli aiuti, che per la carità vanno necessariamente dati, ad obiettivi strategici di largo e lungo respiro?

La Confindustria di Bonomi ha imposto il NO ad una ipotesi (Andrea Orlando, ma soprattutto Mariana Mazzucato) di un governo che faccia politica industriale (sovietismo secondo l’ineffabile Renzi), e se anche l’Assonime (gli intellettuali di Confindustria) ha visto recepire la sua proposta (Cipolletta) di un ruolo attivo di CDP, tale ruolo non è così importante come invece potrebbe esserlo. Una funzione propositiva del governo come indirizzo per un nuovo assetto produttivo, come supporto ad una visione strategica del Paese, con un suo collocamento internazionale ed una sua missione all’interno dell’Unione è completamente assente, salvi gli stanziamenti per la ricerca che segnano un passo positivo che condivido.

E il capitale? La categoria famiglie dei conti finanziari possedeva alla fine del 2017 un patrimonio di 9.7 trilioni di € (54% nella ricchezza reale e 46 in quella finanziaria) un importo pari a quattro volte il debito pubblico e con un indice Gini dell 0.61. Tutta questa ricchezza accantonata e un indice Gini crescente, indicano che il sistema attuale da una parte crea ricchezza privata e dall’altra indebitamento pubblico. Non è scandaloso pensare che quando il sistema, a causa di un fattore esogeno come il corona virus, incontra difficoltà enormi tali da far temere un default, possa chiedere a chi a messo da parte ricchezze, anche per far fronte a futuri tempi bui, di contribuire a sanare il sistema stesso? Sto pensando ad una patrimoniale sulle grandi ricchezze (sto pensando a quel 20% della popolazione che detiene un patrimonio di sei trilioni di €). Faccio notare che una patrimoniale sarebbe un segnale inequivocabile della volontà del Paese di rientrare dal debito con riflessi positivi sui ratings e sullo spread.

Invece il provvedimento approvato all’art. 29 prevede che le imprese con più di 5 milioni e fino a 50 milioni di € di fatturato e che nel bimestre marzo-aprile 2020 abbiano subito una riduzione di fatturato di oltre il 33% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e perdite conseguenti, deliberino e versino entro fine anno un aumento di capitale, hanno diritto ad un credito di imposta pari al 20% del conferimento, nessuna distribuzione di riserve è possibile prima del 1 gennaio 2014. Quindi se sottoscrivo 100.000€ il 30 dicembre 2020 dopo solo 3 anni posso ritirare quanto sottoscritto e godere di un credito d’imposta pari a 20.000€. Un investimento interessante per il capitale. Inoltre FCA società con sede legale negli UK, sede fiscale in Olanda e che sta per fondersi con una società francese parzialmente posseduta dal governo francese, nonostante tutte queste relazioni internazionali, chiede all’Italia garanzia su un prestito di 6.3 miliardi.

Non c’è un euro di investimenti pubblici in infrastrutture ed investimenti produttivi, specialmente al sud, capaci di mettere in moto quel moltiplicatore keynesiano che è alla base dell’incremento del PIL e quindi della riduzione del tasso di indebitamento. Eppure con l’emissione di 30 miliardi di Certificati di Compensazione Fiscale si potrebbero avere fondi per dare il via a quello shock propulsivo della nostra economia senza aumentare il debito.

Il governo ha disubbidito a von Mises, è stato interventista e nei suoi interventi ha aiutato un po’ tutti, una specie di helicopter money, senza una strategia, ma nel rispetto religioso del capitale. Una poco coraggiosa manovra democristiana che lascia alle generazioni future un grosso debito che graverà soprattutto sui contribuenti di cui conosciamo la classe sociale di appartenenza.

Con i cerotti si curano le ferite ma per ripartire non sono sufficienti.

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