Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Deserto rosso

di Renato Gatti

A metterci in allarme sin dai primi minuti al riguardo è la sequenza in cui Giuliana, una bella donna borghese dagli occhi spaesati e inquieti, cede a un’improvvisa fame ansiosa e insiste per comprare un panino mezzo mangiato dall’operaio di una fabbrica; corre poi a divorare l’incongruente pasto dietro un cespuglio, lasciando improvvisamente solo il figlio che teneva per mano.(Deserto Rosso di M.Antonioni).

I 50 anni dello Statuto dei lavoratori

Era il 1952 quando Di Vittorio dichiarò la necessità di far entrare la Costituzione in fabbrica, ma il percorso fu lungo e travagliato, costellato da licenziamenti politici di massa e prepotenze padronali nei confronti di una classe operaia sempre più matura.

L’11 dicembre 1969 il Senato approvava il testo dell’allora disegno di legge dello statuto dei lavoratori fortemente voluto da Nenni, elaborato da Brodolini ed esteso da Giugni. Il giorno dopo, 12 dicembre, la strage di piazza Fontana inaugurò la strategia della tensione contro le sinistre. Il 20 maggio 1970 lo Statuto dei Lavoratori era legge, e con esso il riconoscimento della libertà dell’azione sindacale, della dignità dei lavoratori come persone dotate di diritti, prima che come prestatori d’opera. «La Costituzione entrava in fabbrica».

Votarono a favore le forze governative: DC, PSU, PRI e la forza esterna PLI, si astennero il PCI, il PSIUP ed il MSI. L’astensione del PCI fu motivata dalla mancata tutela dei lavoratori nelle realtà sotto i 15 dipendenti e per altri motivi sui licenziamenti ritorsivi, ma nella sostanza fu dovuta al rifiuto di rafforzare un centro-sinistra organico che isolava il partito. Sulle stesse posizioni il PSIUP che Lelio Basso aveva lasciato già da qualche anno. Dell’astensione del MSI non mi curo parlarne. La sinistra extraparlamentare, cui apparteneva il gruppo del Manifesto radiato dal PCI nel novembre del 1969, vedeva nello statuto dei lavoratori una resa ai fini padronali: “Presupposto necessario e parte essenziale di questo disegno è la pace sociale, l’attenuazione dello scontro di classe. Si apre dunque il dialogo con il sindacato, si cerca di farselo alleato, aiutandolo a difendersi dai movimenti di base che lo accusano di tradimento e di moderazione; gli si conferiscono nuovi poteri e responsabilità anche nella partecipazione delle scelte economiche e nell’elaborazione delle riforme. Si riparla di riconoscimento giuridico dei sindacati e insieme di leggi limitative del diritto di sciopero.”

Val la pena sottolineare il momento storico di quegli anni, di pregnanti contenuti relativi alla lotta di classe: si partiva da condizioni disastrose del dopoguerra e ci si inoltrava in un processo di ricostruzione, di maturazione della coscienza operaia sfociata nei movimenti del ‘68/69 e interrotta dai fatti di Piazza Fontana.

Lo statuto dei lavoratori fu un passo storico, una pietra miliare nei confronti del quale, come ricorda Luciana Castellina nel suo intervento sul Manifesto si è svolta parte della storia del nostro paese: “ È un fatto che è proprio attorno allo Statuto dei lavoratori che si sono andati in questi decenni misurando i rapporti di forza nel nostro paese. Contro questa legge sono stati scagliati un referendum dopo l’altro nella speranza di debellarlo; e poi, più pesantemente, i decreti di Berlusconi, di Monti, di Renzi, con il suo job act. Ci si sono messi pure i radicali che, denunciando di «abuso» quella che chiamarono «Trimurti» (le tre confederazioni sindacali) cercarono con un referendum di rendere quasi impossibile il loro autofinanziamento.

Ma lo Statuto è anche diventato la legge più tenacemente da decenni difesa dai lavoratori e che ha visto prodursi in suo favore la manifestazione di protesta, forse la più grande della storia sindacale italiana: quando all’appello dell’allora segretario della Ggil Sergio Cofferati risposero tre milioni di lavoratori.”

Oggi la situazione, a mio modo di vedere, da una parte è infangata in una paralisi determinata dalla precarizzazione del lavoro e dall’evidente spostamento a destra di parte dell’elettorato del mondo del lavoro; dall’altra da un crescente magmatico scontento sommerso che può sfociare in ribellione. Ci troviamo cioè di fronte ad un deserto, risultante dall’abbandono del progetto gramsciano di trasformazione dei subalterni in classe dirigente, conseguente alla fine del PCI. Un deserto rosso dove manca quella forza viva organizzata che può dare vita e significato alla dialettica sociale e dove lo Statuto rimane come residuo legislativo di un momento storico passato. Ricorrendo a Marx potremmo immaginare uno jato tra la situazione “celeste” testimoniata da una legge e la situazione mondana rappresentata dalla realtà concreta della situazione storica. Quasi fosse che lo Statuto avendo delineato un sistema di diritti dei lavoratori, avesse nel contempo riconosciuto come eterna la controparte “notarizzando così la subalternità della classe operaia”. E ciò in un momento in cui la situazione storica si trova in presenza di mutamenti nel modo di produzione che erano ignoti agli estensori dello Statuto; penso al telelavoro, alla gig economy, alle rivoluzioni della digitalizzazione e della robotizzazione, in una parola al modo di produzione 4.0. Ma a fronte di queste prospettive che sono ormai realtà operanti, alla mancanza di una forza organizzata di base corrisponde la mancanza di una elaborazione dialettica, e ciò perché la classe operaia, il mondo del lavoro, non ha la soluzione dei problemi in sé (non possiede in natura il panino salvifico cui la Giulia del Deserto rosso ricorre come ad un’ostia salvifica), essa invece in sé ha un solido nucleo di interessi che han bisogno di essere enucleati tramite la presa di coscienza della propria collocazione di classe.

E’ tempo quindi di rielaborare le tematiche che portarono 50 anni fa allo Statuto dei lavoratori. Il modo migliore per celebrare quella legge non è quello di contemplarne l’esistenza, ma nel rilanciarla con rinnovata passione e attenzione alla realtà dell’oggi e ancor più del domani.

In questa rielaborazione che richiede uno sforzo unitario di tutto il mondo del lavoro, consci anche delle esperienze passate, credo che vada approfondito il secondo corno costituzionale rispetto a quello rappresentato dagli articoli 9, 19 e 20 dello Statuto dei lavoratori, corno rappresentato dall’articolo 46 della Costituzione, una opportunità di far entrare la fabbrica nella Costituzione:

Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggialla gestione delle aziende.

La costituente preferì al termine “partecipazione alla gestione”, presente nel progetto originario, il termine collaborazione, lasciando aperta alla dinamica dei tempi, come chiarì il relatore Gronchi, la progressività della collaborazione stessa all’interno delle mansioni dirigenziali della vita dell’impresa. La collaborazione alla gestione disegna un rapporto tra lavoratori e imprenditori il che comporta una collaborazione tra due funzioni all’interno dell’impresa ma non con il capitale, anche se questo spesso nel familismo del capitalismo italiano coincide con l’imprenditore. Ciò è a mio avviso importante, in particolare in tempi in cui il capitale spesso preferisce abbandonare l’attività produttiva per dirottare i suoi investimenti nel mondo della finanza, aprendo così una flebile ma significativa frattura tra interessi aziendalistici dell’imprenditore (cui servono fondi per investire in innovazione) e capitale attratto dalla sirena finanziaria.

L’ipotesi cogestiva assume maggior rilevanza ai tempi della crisi coronavirus, dove si assiste, per forza di cose, ad una oggettiva necessità dell’intervento statale nella vita e enl capitale delle aziende, una opportunità quindi di aprire un fronte, una casamatta che il mondo del lavoro potrebbe conquistare anche ad evitare che l’intervento, come da molti richiesto, sia solo temporaneo.

Capisco che è un passo timido rispetto alla conquista del palazzo d’inverno, ma mi pare che, alla luce dell’insegnamento gramsciano, questa prospettiva sia tutt’altro che da sottovalutare.

 

 

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