Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La dialettica della crisi

di Renato Gatti

Per Marx la ricerca scientifica si compone di due momenti. Il primo, dal con­creto all’astratto, resta insufficiente e richiede un secondo passaggio (astratto-concreto) in cui questa generalizzazione mentale, che riflette pur sempre una generalizzazione reale, viene indagata nella sua peculiarità, in quanto l’elemento costante è sempre frutto di combinazioni diverse e rispon­de a leggi sempre differenti. L’astrazione determinata è formata dai due pro­cessi. Si può affermare che il concreto nel pensiero si attui mediante l’astrat­to: “Il pensiero salendo dal concreto all’astratto, non si allontana – quando sia corretto – dalla verità, ma si avvicina a essa” [Lenin].

Se consideriamo ogni legislazione come frutto di una astrazione speculativa effettuata dall’ente governante che cerca di modificare, correggere, indirizzare l’esistente verso obiettivi politicamente e storicamente determinati, non possiamo immaginare che questi provvedimenti si traducano immediatamente e pacificamente in prassi senza che trovino nella vita reale, nella reazione dei diversi interessi coinvolti una accettazione convinta e pacifica.

In questo scontro tra il celeste dell’astrazione e la concretezza dell’accadimento empirico sta la natura della dialettica, nella sua risoluzione si pone la prospettiva di superare questa scissione tra verità ed esperienza, tra logica e storia, tra legge e interessi contrapposti.

La crisi del coronavirus sta sperimentando ed esprimendo pesanti contraddizioni tra speculazione e realtà.

Il decreto liquidità vuol correre in immediato aiuto a quelle iniziative economiche che per un trimestre sono rimaste senza ricavi e si trovano obiettivamente in difficoltà tali da sfociare, come in verità in effetti sfocieranno, nella procedura fallimentare. Il decreto prospetta tre situazioni: per le piccole imprese, per quelle medie e per quelle grandi. L’aiuto è pensato come intervento immediato per sopperire a problemi di liquidità, non certo per risolvere il problema strutturale che viene rimandato al decreto Rilancio o ancor più strategicamente al piano Colao.

Ebbene le reazioni sono state pesanti e di due tipologie: da una parte le banche che hanno sollevato possibili responsabilità penali delle banche stesse nel caso in cui queste fossero successivamente coinvolte in un fallimento; dall’altra parte la reazione delle imprese che hanno obiettato che l’aiuto offerto altro non fosse che l’invito ad un ulteriore indebitamento. In sostanza quello che ci si aspettava erano contributi a fondo perduto, regali, sussidi nella classica logica del “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”.

La cassa integrazione in deroga prevede che anche i lavoratori che non avrebbero diritto alla cassa integrazione in caso di disoccupazione involontaria, possano invece accedere a quell’istituto in deroga appunto della vigente legislazione.

Le tantissime domande, la burocrazia impreparata a dimensioni inusuali, il coinvolgimento delle regioni, hanno portato all’incagliamento del provvedimento che doveva avere carattere di immediatezza. Infatti, mentre si può supporre che le imprese abbiano riserve economiche con cui sopravvivere almeno per un trimestre, così non si può presumere per chi vive di solo salario; il ritardo nell’attuazione di questo provvedimento è quello che, più di ogni altro, viene addebitato al governo che vive quindi sulla propria pella la contraddizione dialettica tra leggi e realtà.

Ma c’è di più, come appare da indiscrezioni di stampa, da verificare, pare che alcune regioni a guida di leghisti, abbiano forzatamente ritardato il disbrigo delle pratiche di cassa integrazione con il fine di far crescere lo scontento di base da utilizzare ai fini di abbattere il governo. In particolare pare che Lombardia e Sardegna abbiano inoltrato poche centinaia di domande quando, nello stesso termine Emilia Romagna e Lazio ne avevano inoltrate decine di migliaia.

Altre contraddizioni sono poi sorte su altri provvedimenti, ricordo in particolare, perché tra i più eclatanti, il caso del prestito garantito richiesto da FCA. La legge prevede che le grandi aziende possano ottenere prestiti garantiti dallo Stato a meno che (tra le altre condizioni) le imprese richiedenti, e quelle appartenenti allo stesso gruppo, con sede legale in Italia, deliberino dividendi. Ora è vero che la FCA Italia ha richiesto il prestito e non ha deliberato alcun dividendo, così come tutte le altre aziende del gruppo FCA con sede legale in Italia, ma è altrettanto vero che FCA International, la capogruppo, ha o sta per deliberare un dividendo da 5 miliardi ma la capogruppo ha sede legale fuori dall’Italia.

Ora non è chi non veda che la richiesta di FCA Italia è perfettamente legittima, forse il dubbio può sorgere che il testo sia stato così scritto proprio pensando al caso FCA. Ora è noto che FCA sta per fondersi con Peugeot, e che lo Stato francese è socio di Peugeot e quindi dopo la fusione sarà socio del nuovo soggetto inglobante FCA; ciò sta nella filosofia franco-tedesca per cui, dopo il fallimento della fusione Siemens-Almstom, la politica europea debba rivedere la filosofia della regolamentazione della concorrenza e degli aiuti di stato, ispirandosi alla crazione di CAMPIONI EUROPEI, cioè imprese europee dalla dimensione multinazionale. In considerazione di questa prospettiva sarebbe da considerare che invece di garantire il prestito, lo Stato Italiano entrasse come socio in FCA per poi avere una posizione simile a quella dello Stato francese. Lo stesso dicasi per l’ILVA, che riconvertita con i fondi del New Generation Eu, potrebbero puntare ad essere un campione europeo di produzione dell’acciaio pulito.

Se passiamo ai provvedimenti europei non possiamo non rimarcare nella recente proposta di New Generation Eu e nel rilancio di 600 miliardi deliberati dalla BCE per il piano antipandemico, due provvedimenti che hanno una valenza di rilevanza storica: per la Commissione europea una proposta decisamente asimmetrica che imbocca una via solidaristica (o meglio di sovranismo intelligente) versus una via di miope austerità e, per quanto riguarda la BCE una chiara rivendicazione di autonomia e di sfida alla sentenza della Corte Costituzionale tedesca.

Di fronte a queste due posizioni è sorta, già da tempo ma ancor più significativa oggi, la forte opposizione delle forze capitalistico-finanziarie della Germania che insieme ad Alternative fur Deutchland hanno fatto ricorso alla corte di Karlsruhe per denunciare l’anticostituzionalità del  draghiano Quantitative Easing.

La Corte tedesca, dichiara di non essere in grado di decidere se il Q.E. violi o meno la costituzione tedesca (inemendabile) ma con pesantissime argomentazioni giunge alla sua conclusione.

Le argomentazioni sono che la Corte di Giustizia europea, che si è pronunciata sulla legittimità del Q.E., è carente di una seria analisi economica delle conseguenze della manovra draghiana sui risparmi dei tedeschi e che infrange il principio di proporzionalità pur decretato dall’art. 51 secondo comma e dall’art. 5 comma quarto del TEU.

Ne consegue l’accusa al governo tedesco, qualora si confermassero le infrazioni denunciate, di non aver rilevato queste infrazioni e di non aver eccepito presso la BCE le sue rimostranze, e quindi l’ordine alla Bundesbank, sempre al momento della conferma delle infrazioni, di non osservare le indicazioni della BCE e quindi non acquistare nuovi titoli ma in aggiunta di provvedere a vender quelli erroneamente acquistati.

Si ordina alla BCE, al fine di supportare o meno le infrazioni denunciate, di produrre la documentazione che dimostri, in modo comprensibile e non formale, la proporzionalità dei provvedimenti presi, argomentando, in forma non ambigua, come si sia giunti alla conclusione cui la BCE è pervenuta.

Questo scontro è di una gravità enorme ecco i passaggi:

  • La BCE dichiara che continuerà nella sua politica non dovendo rispondere che al Parlamento europeo e alla Coerte di giustizia europea;
  • Entro il 31 luglio la Bundesbank vota sulla politica monetaria della BCE e non potrà che produrre un documento in linea con la Corte costituzionale
  • Entro il 5 agosto la Bundesbank a seguito della sentenza di Karlsruhe non potrà più attenersi alle direttive della BCE

Ciò in altri termini si può definire la fine della Unione europea, proprio quando essa cominciava a dare segni di una certa nuova concezione dello stare insieme.

La situazione è ancor più grave se si pensa all’utilizzo politico del disagio se non della disperazione di molti cittadini italiani, utilizzo che sarà esercitato, e già lo si vede, dalle destre più fascistoidi che cercheranno in tal modo di ribaltare il quadro politico in nome della dialettica delle cose.

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